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22.07.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:17
di Ivo Silvestro

La spinta gentile non è quel che sembra

Emergono dubbi sull’efficacia dei ‘nudge’, popolare teoria delle scienze comportamentali

"Tutto quello che sai è falso" è uno slogan da complottisti, un modo purtroppo efficace per seminare dubbi e raccogliere consensi. Ma è uno slogan che, sempre purtroppo, si adatta abbastanza bene alla situazione che stanno attraversando alcune discipline scientifiche, in particolare quelle legate alla psicologia sociale, dove capita che alcuni risultati classici, di quelli che si danno per acquisiti e si trovano nei manuali universitari e nei testi divulgativi, vengano improvvisamente smentiti o fortemente ridimensionati.

Si parla infatti di "crisi della replicabilità": in pratica, quando si vanno a rifare gli esperimenti, magari affinando le tecniche, si ottengono risultati diversi da quelli dello studio originale. È capitato con l’effetto Dunning-Kruger, quello secondo cui meno si è esperti e più si è sicuri di sé e che potrebbe essere dovuto a un errore statistico, con il famoso "marshmallow experiment" secondo cui il successo nella vita dipende soprattutto dall’autocontrollo e dalla capacità di posticipare la gratificazione, e ancora con il cosiddetto "effetto spettatore", per cui si è restii a prestare soccorso a qualcuno in pericolo quando ci sono altre persone che potrebbero intervenire al posto nostro. Non che tutte queste scoperte si siano rivelate, per riprendere lo slogan complottista, del tutto false; semplicemente un bel giorno si è scoperto che le prove a favore non erano così solide come si pensava.

Non ha stupito, quindi, leggere che anche la teoria dei ‘nudge’, divenuta popolare grazie a un libro di Richard Thaler e Cass Sunstein tradotto anche in italiano (‘Nudge - La spinta gentile’, Feltrinelli 2009), potrebbe essere una bufala. L’idea della spinta gentile è relativamente semplice: la maggior parte delle decisioni la prendiamo senza fare grandi ragionamenti e anche quando li facciamo, siamo vittime di errori sistematici, i cosiddetti bias cognitivi. Perché allora non sfruttare proprio questi bias per fare in modo che le persone facciano le scelte corrette? Gli esempi di queste "spinte gentili" (espressione che è diventata la traduzione standard di ‘nudge’) sono innumerevoli, si va dai piatti più piccoli in cui tendiamo a mettere meno cibo alla mosca disegnata nei vespasiani dell’aeroporto di Schiphol per far "prendere la mira", riducendo schizzi e spese di pulizia, fino al modo in cui le informazioni vengono presentate. In questo modo è possibile modificare il comportamento delle persone senza introdurre obblighi, che limitano la libertà delle persone e sono difficili da implementare, o ricorrere a campagne di sensibilizzazione spesso poco efficaci.

Le lettere di Pnas

La teoria ha trovato ampia diffusione, sia a livello di ricerca accademica sia di applicazioni pratiche nei campi più disparati, dalla promozione della salute alle scelte economiche. Alcuni governi hanno anche istituito degli uffici per sviluppare e implementare queste "spinte gentili". Le critiche non sono mancate – ad esempio perché manipolatori o perché i cambiamenti nel comportamento non sono duraturi – ma a dimostrare l’efficacia dei ‘nudge’ abbiamo comunque moltissimi articoli pubblicati su riviste scientifiche. Alcuni ricercatori dell’Università di Ginevra ne hanno analizzati oltre duecento per quella che viene definita una "meta-analisi", uno studio in cui si mettono insieme i risultati di precedenti ricerche per fare il punto. La loro ricerca è stata pubblicata su Pnas, la rivista dell’Accademia nazionale delle scienze statunitense (Mertens et al., ‘The effectiveness of nudging: A meta-analysis of choice architecture interventions across behavioral domains’) e conclude che le spinte gentili sono in genere efficaci, anche se emergono forti differenze tra le varie tecniche utilizzate e i settori di applicazione.

Le conclusioni di questa meta-analisi sono state fortemente criticate in tre lettere che Pnas ha pubblicato negli scorsi giorni. Ed è ironico che il problema principale che riguarda le ricerche sui ‘nudge’ sia proprio uno di quei bias che la teoria vorrebbe sfruttare per indirizzare al meglio il comportamento delle persone. Parliamo del cosiddetto "Publication bias", in pratica la tendenza a privilegiare i risultati positivi e scartare quelli negativi. Se fai una ricerca e scopri che un ‘nudge’ non funziona, il tuo lavoro resta nel cassetto; se invece scopri che il ‘nudge’ funziona, l’articolo viene pubblicato e quando si passano in rassegna le varie ricerche pubblicate, i risultati positivi superano quelli negativi. Un po’ come chiedere se uno spettacolo è piaciuto escludendo gli spettatori che hanno abbandonato la sala a metà.

A confermare l’esistenza di questo bias sono gli autori stessi della meta-analisi. Secondo i critici tuttavia non ne avrebbero tenuto adeguatamente conto. Correggendo i risultati come propongono i critici, viene fuori che non abbiamo prove che i ‘nudge’ siano uno strumento efficace nel cambiare i comportamenti delle persone.

Gli autori hanno ovviamente risposto alle critiche ed è difficile prevedere come finirà. Improbabile che la teoria dei ‘nudge’ si ritroverà annoverata tra le pseudoscienze e i miti scientifici, ma non è da escludere che una parte importante della letteratura sul tema – come detto si sono osservate importanti differenze tra le varie tecniche utilizzate – andrà ridimensionata.

Alla fine non è che "tutto quello che sai è falso", come dicono i complottisti. Ma, come insistono alcuni filosofi della scienza, tutto quello che sappiamo potrebbe essere meno certo di quel che si credeva. E il bello è che sarà proprio il progredire della ricerca a mostrarlo.

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