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laR
 
10.03.2021 - 09:22
Aggiornamento: 11:10

Il male non è scritto nel Dna

Intervista al professor Valter Tucci, ospite giovedì dell’associazione Athena per parlare dei ‘geni del male’

Il male: sarà questo il tema del secondo incontro organizzato dall’Associazione Athena, giovedì 11 marzo alle 20.30 su Zoom (info: www.athenacultura.com). In curiosa continuità con il primo appuntamento dedicato all’anima con il filosofo Luca Vanzago: per secoli, infatti, il male è un fenomeno che riguarda, oltre che l’ordine (divino o naturale che sia) del cosmo, l’anima dell’individuo. Nell’Ottocento si inizia a studiare il male – la violenza, il crimine, i comportamenti antisociali – guardando sia alla biologia sia alla sociologia. E adesso alla genetica: nel nostro Dna troveremmo infatti scritta anche la nostra predisposizione a comportamenti violenti.

Le cose non sono così semplici, per la genetica del comportamento, come spiegherà Valter Tucci, direttore del laboratorio di Genetica ed epigenetica del comportamento dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova nel suo intervento ‘I geni del male’, titolo preso dal suo libro pubblicato da Longanesi nel 2019.

Professor Tucci, alla base del suo libero c’è l’idea che il pensiero è un processo biologico. Ma, anche senza pensare a un’anima disincarnata, ci si può chiedere quanto senso abbia studiare il pensiero a livello biologico. Dopotutto, una rana è composta da atomi e particelle subatomiche, ma non la studiamo al Cern.

Però ci sono moltissime componenti della rana che possiamo studiare al Cern. Il pensiero cosa è se non il risultato del nostro cervello? Poi lo possiamo studiare come vogliamo: dal punto di vista fenomenologico, dal punto di vista biologico, spirituale, religioso. È sempre uno studio sul pensiero e per quanto mi riguarda ognuno è libero di studiarlo come vuole e possiamo divertirci a trovare analogie.
In questo libro io l’ho studiato dal punto di vista genetico. Le neuroscienze invece dal punto di vista neurobiologico. La differenza è che per un neuroscienziato il pensiero è il risultato del funzionamento dei neuroni: le cellule del nostro cervello comunicano tra di loro, scambiano dei messaggi biochimici e da questa interazione nasce una struttura emergente che noi chiamiamo pensiero. Ma il funzionamento di questi neuroni deriva dai meccanismi che sono interni a questi neuroni e che, andando indietro, scopriamo essere i singoli geni.

Alla base di tutto c’è il Dna.

Da diversi anni a questa parte abbiamo scoperto che i geni, la sequenza del nostro Dna, sono un codice della vita, un codice di tutto. E in molti si immagino che lì dentro ci sia scritto tutto, dal colore degli occhi e dei capelli al tipo di comportamento, se siamo persone pacifiche o aggressive. In questo libro mi sono chiesto quanto di vero c’è in questa domanda.

Il titolo però non fa semplicemente riferimento all’aggressività, ma al concetto astratto di male. C’è un motivo?

CI sono due domande. La prima è: perché compio una azione che ha un fine negativo su un’altra persona – o su me stesso, perché posso autolesionarmi –, c’è qualcosa dentro di me che crea quel comportamento?.
La seconda domanda è perché abbiamo creato un’idea astratta del male? In molti animali è facile immaginare che non hanno una “interpretazione malefica” di certi comportamenti. Per noi un’aggressione è una ferita non solo fisica ma anche psicologica, mentre per altri animali molto probabilmente è un comportamento normale. Perché abbiamo dovuto elaborare questa sovrastruttura? Abbiamo elaborato una idea di cosa è male e cosa è bene che è molto al di sopra del male tangibile.

C’è un motivo per cui abbiamo questa sovrastruttura?

Nel libro sostengo che nella nostra evoluzione è stato utile elaborare l’idea di un male astratto. Innanzitutto per questione di comunicazione: è più facile dare informazioni utili per riconoscere il pericolo.
E poi un male astratto permette di allargare la cooperazione: storicamente i primi individui della nostra specie non riuscivano a organizzarsi oltre le cento unità, perché aumentando le dimensioni del gruppo è più probabile avere più leader che fanno la guerra. Ma se c’è una divinità malvagia che ci sovrasta è meglio non farci la guerra tra di noi, mettendo in secondo piano la spinta aggressiva personale.

Il male astratto fa da fondamento della vita sociale.

Questo meccanismo primordiale ci ha spinto a organizzarci in gruppi più grandi ma adesso, che viviamo in società estremamente complessa, ci porta al complottismo, cioè all’idea che qualsiasi cosa accade c’è sempre qualcosa dietro. È un retaggio evoluzionistico.

Ma esistono questi ‘geni del male’ che troviamo nel titolo?

Esistono dei geni che ci predispongono a comportamenti di un certo tipo, inclusi comportamenti più o meno aggressivi. Ma non esiste un gene preciso, e neppure una combinazione di geni, ci dicono se una persona è veramente malvagia.
Non c’è un determinismo genetico così come si pensava fino a qualche anno fa. Perché il Dna codifica tante cose, ma tante altre no: non basta avere un determinato gene, ma questo gene deve esprimersi e ci sono dei meccanismi cosiddetti epigenetici che regolano questa espressione. Una persona può avere un corredo genetico identico a quello del fratello gemello ma le esperienze di vita – e con “esperienze” intendo non solo la vita quotidiana ma anche lo sviluppo embrionale – fanno sì che uno sia un criminale e l’altro un santo.
Siamo abituati a pensare che il Dna ci aiuti a identificare un criminale, ma dobbiamo fare attenzione a non sovrapporre due piani di analisi molto diversi. La genetica è utile per identificare una traccia biologica.

Una sorta di ‘impronta digitale’ ma genetica.

Sì, ma quella traccia genetica che mi serve per identificare la traccia non dice nulla sulle mie intenzioni o sulle mie predisposizioni. Purtroppo i due piani vengono confusi e anche in tribunale si dice che determinate variazioni all’interno del Dna sono indice di pericolosità. Ma quando andiamo a vedere questi dati nella letteratura scientifica ci accorgiamo che quei geni spiegano solo una minima parte dei comportamenti che si distribuiscono nella popolazione.

La genetica è una bellissima cosa, ci dà moltissime informazioni sul funzionamento del cervello. Ma quello che facciamo con questo cervello regolato dai geni è un’altra cosa e ci sono moltissimi fattori che non conosciamo come l’epigenetica o l’interazione tra geni diversi. Uno stesso meccanismo può portare a un manager rampante o a un serial killer.

Conoscendo questi altri fattori, sarebbe possibile prevedere il comportamento criminale a livello individuale?

Non lo escludo. Si entra qui nella categoria dei ‘big data’: abbiamo tutta una serie di sistemi di elaborazione – intelligenza artificiale, machine learning – per estrarre informazioni dai dati, e più sono questi dati, più è probabile arrivare a delle predizioni accurate. Quindi dati genetici, dati epigenetici, status dell’individuo, contesto sociale…
Però quello che manca è una comprensione dei vari passaggi: tutte queste informazioni di cui abbiamo parlato sono infatti livelli diversi.
Faccio un esempio. Fino a qualche anno fa, per fare ricerca di genetica del comportamento era sufficiente studiare l’effetto della presenza di un gene. Si inizia ipotizzando che un topolino al quale manca un certo gene sarà più attivo nell’esplorare l’arena, si fa lo studio e si osserva un cambiamento di questo tipo. Oggi tutto questo non basta più: non basta vedere l’effetto dell’assenza del gene, ma studiarne la sequenza, le possibili varianti perché magari ce n’è una che ha l’effetto contrario. Poi gli effetti dei meccanismi epigenetici. L’analisi a livello di funzionamento dei neuroni, e la comunicazione tra gruppi di neuroni. E in ultima analisi c’è lo psicologo perché magari quel topo è più attivo non perché più aggressivo ma perché ha un disturbo dell’attenzione. Sono tutti livelli che permettono di spiegare quel comportamento.
Mettendo tutto questo in unico contenitore potremmo riuscire a capire se un determinato individuo compirà una certa azione. O se è propenso a un compito che richiede un’alta stabilità emotiva: uno psicologo deve avere una certa emotività per comprendere il paziente, ma il controllore di una centrale nucleare deve essere razionale.

Tutto molto complesso.

E dire che i nostri geni determinano i nostri comportamenti è superficiale. Sono mattoni importanti della nostra fisiologia, del nostro modo di essere, della nostra identità. Ma non sono gli unici elementi.
Un punto molto importante qui è la diversità; prima parliamo dell’emotività, utile in alcuni casi e dannosa in altri. Ci sono differenze tra le persone e queste differenze contribuiscono a migliorare la società, anche a livello genetico: l’idea di una “razza pura”, di un gruppo di individui geneticamente omogenei è insostenibile, sarebbero destinati all’estinzione, si ammalerebbero.
L’incrocio, la varietà di corredo genetico è quello che ci permette di migliorare.

Suona come uno slogan, ma genetica ed epigenetica possono aiutarci a comprendere la diversità e vivere meglio tutti quanti?

Suona come uno slogan, ma è vero: la nostra forza è la diversità e se viene a mancare la diversità rischiamo molto.

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