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13.11.2018 - 10:470
Aggiornamento : 08.05.2019 - 14:29

Riparare la giustizia

Fare giustizia partendo non dall'autore del reato e dalla pena, ma dalla vittima e dal danno che va riparato

La premessa è che la giustizia penale, così come è adesso, presenta dei problemi. I quali tuttavia non sono quelli ai quali solitamente si pensa quando si critica un sistema eccessivamente mite con i criminali per i quali spesso si invocano pene non solo più severe, ma spesso anche crudeli. No, il problema da cui parte la giustizia riparativa, a cui è stato dedicato un convegno all’Università della Svizzera italiana, è un altro: l’assenza della vittima. La giustizia penale tradizionale, “retributiva” per usare un termine tecnico, ha infatti al centro l’autore del reato, il colpevole che deve essere punito – per evitare che altri commettano lo stesso reato e anche che lo stesso condannato, una volta espiata la pena, ne commetta altri. Ma, in tutto questo, la vittima è solo una comparsa: testimone talvolta maltrattato; al più, accusatore privato cui può forse spettare un risarcimento economico.
L’assenza della vittima, sia chiaro, ha diverse e importanti ragioni: prima fra tutte, quella di tenere ben separata la giustizia dalla vendetta personale. Ma ciò fa sì che il processo penale non dia tutte le risposte di cui la vittima, e la società, hanno bisogno, per dirla con le parole di Grazia Mannozzi, professoressa all’Università dell’Insubria, durante il suo intervento al convegno “Giustizia riparativa: realtà e prospettive per la Svizzera“organizzato lunedì scorso dall’Istituto di diritto dell'Usi in collaborazione con l'European Forum for Restorative Justice e lo Swiss RJ Forum.
Risposte che, si può ribattere, non è compito dei processi penali dare. Ma il punto è proprio questo: i sostenitori della giustizia riparativa partono da una diversa idea di giustizia, nella quale il reato non è semplicemente un comportamento al quale una norma associa una punizione, ma un danno che qualcuno, l’autore, ha arrecato a qualcun altro, la vittima. Una ferita alla dignità della vittima che va risanata non tanto con una punizione o un risarcimento, ma con qualcosa d’altro. Ad esempio con un confronto, una spiegazione di quanto accaduto (che non vuol dire giustificazione del comportamento criminale), con il riconoscimento di quanto accaduto, con una assunzione di responsabilità. Aspetti che – di nuovo: per ottime ragioni – mancano nel processo penale.

Basandosi su concetti come l’ascolto, l’empatia, il riconoscimento dell’altro, la giustizia riparativa si presenta come qualcosa di radicalmente diverso, un ripensamento che, come ha evidenziato Giovanni Lodigiani dell’Università dell’Insubria, ci riporta ad antiche idee di giustizia, per quanto non manchino esempi moderni, tra i quali vale certamente la pena ricordare la Commissione per la verità e la riconciliazione (‘Truth and Reconciliation Commission’) che ha accompagnato la transizione del Sudafrica dall’apartheid alla democrazia.
Quello del Sudafrica è certo il caso particolare – ma non per questo così raro – di una società che deve fare i conti con il proprio passato; ma la giustizia riparativa riguarda anche crimini ordinari, dai lievi ai più gravi; è anzi proprio con questi ultimi che, secondo alcune ricerche citate durante il convegno, si ottengono risultati migliori. Portare la giustizia riparativa nella nostra società solleva il problema del rapporto tra questo nuovo paradigma e il sistema penale come lo conosciamo oggi. Ed è stato interessante scoprire, durante il convegno, il punto di vista di qualcuno che quel sistema penale lo conosce bene, e soprattutto ne conosce i limiti: Bruno Balestra, per diversi anni procuratore generale del Canton Ticino e adesso “matricola della giustizia riparativa”, come si è definito.
Se per quanto riguarda le idee la giustizia riparativa e quella retributiva sono molto lontane, nella prassi vi può invece essere una continuità, e lo ha mostrato Claudia Christen dello Swiss Restorative Justice Forum riportando un’esperienza in corso al carcere di Lenzburg, nel Canton Argovia, dove si sono tenuti degli incontri tra vittime e autori di reati – non collegati direttamente, come prevede il Sycamore Tree Project, iniziativa di giustizia riparativa presente in numerosi Paesi. Perché, ha spiegato Claudia Christen, l’importante è dare voce alle persone, vittime e autori di reati.

Claudia Christen, è proprio necessario ricorrere a una nuova idea di giustizia, alternativa all’attuale giustizia penale? Se il fine è ‘dare voce alle vittime,’ non basta introdurre misure di aiuto alle vittime?
Non penso si possa parlare di “alternativa” nel senso di “o si ha la giustizia riparativa o il sistema penale tradizionale”, perché i due sistemi coesistono. Innanzitutto perché la giustizia riparativa è un processo volontario: non lo puoi imporre; vittima e autore del reato devono decidere di partecipare per cui non può applicarsi a tutti i casi.
L’idea della giustizia riparativa è dare uno spazio alle vittime che di solito, durante lo svolgimento del processo, vengono messe da parte, non ricevono attenzione perché ci si concentra sull’autore del reato. Anzi, spesso il processo è una “rivittimizzazione” della vittima: per questo è necessario uno spazio protetto in cui la vittima possa condividere la propria storia, dove la guarigione possa nascere dal trauma. Inoltre molte vittime hanno domande alle quali solo l’autore del reato può rispondere. Perché me? Perché hai scelto proprio me? Devo continuare ad avere paura? Le vittime hanno bisogno di interagire con l’autore del reato per dare un senso a quello che è accaduto. Ma anche l’autore del reato, il colpevole, spesso non vede la vittima dietro alle proprie azioni, non si rende conto delle conseguenze delle proprie azioni, del dolore che procura. Ed è confrontandosi con le vittime che, per la prima volta, si rendono conto di quello che hanno fatto. E questo può evitare che commettano altri crimini perché quando hai iniziato a sviluppare empatia verso le vittime, è difficile commettere di nuovo lo stesso crimine.

Quindi la giustizia riparativa si aggiunge al normale procedimento penale, lasciandolo per così dire intatto.
Ci possono essere dei casi in cui è la polizia a iniziare un lavoro di giustizia riparativa, al termine del quale non c’è un procedimento penale. Ma questo ovviamente non per i crimini gravi, per i quali si prosegue con la normale procedura. Ma l’obiettivo è dare a vittima e autore del reato la possibilità, se lo vogliono, di iniziare un processo di giustizia riparativa.

Questo per i reati che colpiscono direttamente le persone. Restano quindi fuori reati come vandalismi, delitti contro l’ambiente, furti ai danni di aziende e istituzioni…
Il caso tipico è quello, come detto, dove si hanno una o più vittime individuali, dove insomma è possibile un incontro diretto tra vittima e autore del reato. Ma ci sono altri procedimenti che si possono utilizzare ad esempio per i furti nei negozi – dove, oltre al proprietario, anche il personale può sentirsi responsabile per non aver protetto la merce –, per casi di droga o di abusi, tutte situazioni nelle quali un procedimento di riparazione può essere molto importante. Si possono ad esempio organizzare degli incontri di gruppo, dove le persone condividono le conseguenze che loro, o la comunità, hanno subito.

Non ci sono problemi di equità? Due persone compiono lo stesso reato, ma in un caso la vittima è rancorosa, nell’altro pronta a perdonare…
Se il processo di riparazione avviene all’interno del procedimento penale, rimangono tutte le garanzie previste per l’autore del reato: la pena deve essere proporzionale, deve essere approvata da un giudice o dalla polizia.
Se la riparazione avviene al di fuori del processo penale, l’obiettivo è aiutare le persone – sia la vittima, sia l’autore del reato. Aiutare nel senso di analizzare le disuguaglianze per vedere come possiamo fare affinché tutti abbiano le stesse possibilità: l’obiettivo è sempre correggere gli squilibri di potere.

E per quanto riguarda le vittime? Persone senza risorse economiche o che non parlano bene la lingua (ed è la situazione per molti immigrati) non rischiano, così, di ottenere meno giustizia?
La giustizia riparativa mira ad aiutare le persone in base ai loro bisogni. Possiamo ad esempio avere delle vittime con disabilità mentali e allora si tratta di cercare delle maniere per aiutare queste vittime in modo che abbiano le stesse possibilità degli altri. E lo stesso può capitare per l’autore di reati che può essere molto giovane, non avere grandi abilità linguistiche e così via. Si tratta di mettere allo stesso livello le due parti, perché se non sempre abbiamo uguaglianza, possiamo avere equità.

Per la Svizzera, quali sono gli obiettivi?
Fare in modo che chiunque lo desideri possa avere accesso a un processo riparativo. Servono persone formate nei vari tipi di interventi: incontri diretti, incontri di gruppo, incontri con vittime e autori non direttamente collegati… L’obiettivo è avere una legge che promuova tutto questo e garantisca il livello di formazione.

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