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laR
 
08.08.2022 - 20:10

Tre uomini nel ‘Delta’

Sotto il tendone della Campari con il regista, Michele Vannucci, e con Luigi Lo Cascio e Alessandro Borghi

di Ugo Brusaporco
tre-uomini-nel-delta
Alessandro Borghi (sx) e Luigi Lo Cascio

Si guarda il cielo con ansia, in questi pomeriggi strani e anche sotto il tendone della Campari alle porte di Piazza Grande si aspettano le decisioni di Giove Pluvio. Siamo in compagnia del regista del film italiano ‘Delta’, Michele Vannucci e dei due attori protagonisti Luigi Lo Cascio e Alessandro Borghi. Ci eravamo visti anche la mattina in Conferenza stampa dove proprio Lo Cascio aveva fatto un importante discorso sul dialetto. Quello romagnolo è usato nel film. "Ho avuto un coach che, oltre che con la lingua, mi aiutato a conoscere e a comprendere i luoghi e le persone che fanno da sfondo alla storia che raccontiamo. Evidentemente ogni dialetto ha una sua maniera espressiva e non si tratta solo di tradurre da una lingua all’altra, ma proprio di esprimere una cadenza diversa che sottolinea il significato. Lo scriveva anche Pasolini, di questo valore diverso di ogni dialetto. Poi mi trovavo alle prese con un personaggio che per il suo ruolo poteva parlare anche in italiano, ma serviva un’inflessione dialettale. Certamente sono anche i luoghi che determinano le emozioni, il Delta del Po è un luogo affascinante, dove la vita si svolge con ritmi e tempi diversi da quelli in cui siamo abituati nelle città".

Lo Cascio aveva poi detto del timore avuto nello scegliere di affrontare un personaggio non solito nella sua filmografia: "Ero deciso nel rifiutarlo, poi Michele (il regista, ndr) mi ha guardato con il suo solito sguardo che sembra sempre dire ‘ce la facciamo’. E ho cominciato quest’avventura. Quello che mi preoccupava era la doppiezza del personaggio che andavo a interpretare, l’ecologista Osso. Qui è stato molto particolare il momento in cui io, durante un’assemblea del film mi sono trovato davanti il vero Osso, quello che stavo interpretando; non immagino cosa pensasse. Ma il vero problema è stato il passaggio dal mite e dialogante personaggio al violento vendicatore, non ero sicuro di riuscirci. Ma con Michele è andato tutto bene".

E lui il regista, ci spiega sotto il tendone: "Io voglio raccontare storie mie, non voglio usare storie di altri. Sono stato sul Delta, ho seguito il fiume per arrivarci, è una terra di bracconaggio, una storia criminale cominciata già nel 2008; fino al 2012 era una storia da pionieri del vecchio West. Avevano saccheggiato il Danubio e anche la Loira, e fiumi in altri paesi anche in Spagna. Ho fatto due anni osservando la comunità e il luogo, ho misurato il limite di sopportazione della violenza da parte di chi subiva sulla sua pelle il bracconaggio. Era un tema nascosto, un tema che però diventa universale laddove esistano i soprusi e la mancanza della legge. A Nord e a Sud di questa Italia ci sono delle differenze, ma c’è una radice comune, la mancanza dello Stato".

Alessandro Borghi interviene: "Anch’io sono stato prima sul Delta. A differenza di Luigi, io ho dovuto mescolare il dialetto ferrarese con il rumeno, perché il mio personaggio ha lasciato il Po per andare a vivere lontano, per anni. Ho scoperto come quelli dell’est hanno valori familiari che noi abbiamo perso, e nel film si vede. È stata poi una vera immersione nel film e anche nelle acque fredde del fiume per una scena".

È il cinema, e c’è una differenza tra recitare e interpretare, e Lo Cascio ha una sua idea: "Recitare è diventata una brutta parola da quando ha preso il posto dell’oratoria, nel linguaggio politico dove tutti recitano la loro parte più o meno con bravura per imbrogliare la gente. Il nostro è un lavoro diverso, interpretiamo una parte".

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