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Open Doors
06.08.2022 - 14:34

Poetica dell’eterogeneo: Caraibi e America Latina

Narrazioni, contesti, storie, generi differenti mappano contesti cinematografici unici. A colloquio con Zsuzsi Bànkuti, responsabile Open Doors.

Siamo in sala. Davanti a noi un grande schermo, anzi – per dovizia di dettaglio – una folta capigliatura afro davanti a un grande schermo. "Che ovvietà per un festival del cinema!", si potrebbe pensare (e non a torto). Tuttavia si tratta della scena che, in modo circolare, apre e chiude la storia raccontata da ‘Una película sobre parejas’ di Natalia Cabral e Oriol Estrada (Repubblica dominicana, 2021), proiettata al Teatro Kursaal, giovedì. Scritto in maniera sintetica, il lungometraggio parla di cinema e del fare cinema (con tutta la sgranatura di rosario), raccontato da una prospettiva singolare, quella di un duo di registi che è pure coppia nella vita.

Un film nel film

Protagonisti sono gli stessi Natalia e Oriol (detto Uri) – e la loro bimba Lia – che iniziano a lavorare a un documentario sulle coppie girato a Santo Domingo. Due le trame narrative: la storia delle coppie di innamorati che vengono intervistati e filmati, e il lavoro dei registi. Con ironia e freschezza, grazie anche a una narrazione fluida senza inciampi nella noia, Natalia e Oriol mettono soprattutto in scena il processo creativo, dalla nascita dell’idea fino alla sua realizzazione, passando per le fasi intermedie nient’affatto scontate accompagnate spesso da domande fondamentali come: ‘Perché facciamo cinema e per chi?". I due arriveranno a mettere a dura prova sia la loro collaborazione professionale, sia la loro vita di coppia, barcamenandosi nella conciliazione fra gestione familiare e realizzazione filmica. Con ‘The Moldau’ di Smetana come note di sottofondo, i due registi mostrano cosa accade dietro la camera da presa, fra confronto continuo, discussioni e anche litigi: insomma la quotidianità di un mestiere fatto in coppia. Ma la película ci fa anche vedere uno spaccato della realtà cittadina con le sue facce, i suoi colori, le sue parlate, i suoi barrios e le sue storie.

Quello dei due registi dominicani è stato il film d’apertura degli Open Doors Screenings, sezione non competitiva con dieci proiezioni, fra otto lungometraggi e dieci corti suddivisi in due giornate. «Un film sul fare film, quale modo migliore per incominciare la visione della selezione per il pubblico», è stato detto poco prima che le luci della sala del Teatro Kursaal si spegnessero e si accendesse il proiettore che ha trasportato il pubblico (le poltroncine porpora erano occupate in larga parte) nelle strade di Santo Domingo. La sceneggiatura è stata scritta in poco tempo, lo ha spiegato la coppia. Un redigere rapido perché la materia della storia è il loro pane quotidiano, letteralmente, sebbene – ha affermato ancora – si tratti di una finzione.

Entrambi diplomati alla scuola di cinema di San Antonio de los Baños a Cuba, Natalia Cabral (natia di Santo Domingo) e Oriol Estrada (originario di Barcellona) sono registi che si muovono fra fiction e non-fiction, finora nel corso della loro carriera hanno realizzato ‘Miriam miente’ (2018); ‘El sitio del los sitios’ (2016) e ‘Tú y yo’ (2014). I loro lavori sono stati presentati – e premiati – a Karlovy Vary, Visions du Réel, Idfa, Huelva, La Habana, Tolosa, Gijón e Sydney.

Poco conosciuti

Questo primo lungometraggio ci ha dato l’occasione per dare uno sguardo a Open Doors – e ai suoi Screenings – che è parte di Locarno Pro, la sezione dedicata ai professionisti dell’industria del cinema, organizzata in collaborazione con la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (Dsc) del Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae). La sezione quest’anno compie vent’anni e dai lidi asiatici è approdata a quelli dell’America Latina e dei Caraibi, dove rimarrà fino al 2024. Sezione dell’incontro e dello scambio culturale, è soprattutto scoperta di cinematografie che altrimenti rimarrebbero quasi sconosciute. In America Latina «in certa misura è un ritorno, soprattutto la sezione va alla scoperta di nuovi Paesi», chiarisce subito Zsuzsi Bànkuti, responsabile di Open Doors, con cui ci siamo intrattenuti dopo ‘Una película sobre parejas’.

«Sono davvero molto felice degli Screenings per il pubblico di questa edizione e pure di parlarne. L’aspetto che più mi piace di questa selezione è che non è fatta di scelte ovvie, i film sono piccole perle che difficilmente vedremo sugli schermi europei. L’ampio spettro della selezione permetterà a tutto il pubblico di Locarno di trovare il suo genere, di amare una delle storie raccontate», introduce.

«Quest’anno i Paesi rappresentati sono 22, è stato molto importante per noi poter racchiudere nella selezione anche i Caraibi, contesto cinematografico poco conosciuto, ma molto interessante». La rotta di Open Doors ha coordinate sempre valide, focalizzandosi su una regione porta il suo contributo dando sostegno – e qui stanno gli obiettivi – a una scena cinematografica collaborativa e indipendente, grazie anche a due contenitori: l’Hub (piattaforma per la coproduzione internazionale) e il Lab (training per produttori creativi). Con i suoi programmi pubblici e professionali, Open Doors si propone come spazio in cui i talenti possono trovare sostegno nelle diverse fasi del percorso creativo e professionale, in cui discussione e reinvenzione del cinema possano avvenire liberamente.

Eterogeneità

Nell’edizione di quest’anno verranno presentati i lavori provenienti da Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Cuba, Repubblica Dominicana, Grenada, Haiti, Giamaica, Saint Vincent e le Grenadines; ciascuno con la propria storia e le proprie peculiarità sociali, politiche e – naturalmente – culturali e cinematografiche. «È molto complesso infatti tentare di definire le caratteristiche cinematografiche che comprendano la macroregione America Latina e Caraibi. Anzi è impossibile. Ogni luogo è estremamente diverso e unico, questo è molto intrigante». L’eterogeneità è quindi la ricchezza – forse la sua peculiarità – e il punto forte della macroregione cui è dedicato tutto Open Doors (Lab, Hub e Screenings) e questo si riflette anche «nell’ampio spettro di generi proposti: dal western al dramma, dal documentario al thriller poliziesco, fino alla commedia. Nelle selezioni (sia i progetti sostenuti, sia le proiezioni pubbliche; ndr) non si vedranno mai due film uguali, perché le narrazioni sono differenti, così come le regie, vari sono i generi, le poetiche e i contesti in cui vengono realizzati… questo è uno dei motivi che più mi entusiasmano».

Una diversità nei racconti che è figlia di contesti – perdonate la ridondanza – molto variegati in cui si possono incontrare non poche difficoltà. «Penso che alcuni dei Paesi con cui lavoriamo debbano fare soprattutto i conti con l’instabilità politica e sociale, ma anche con l’oppressione delle donne, una violenza che qui non ci immaginiamo neppure lontanamente. Ci sono molte voci femminili forti, talentuose che vanno supportate e penso che Open Doors possa essere l’occasione per dare loro visibilità e opportunità». L’instabilità porta con sé una serie di conseguenze negative che pongono ostacoli, per esempio, nel «reperimento di fondi per la produzione, o trovare spazi per la post produzione, ma anche nella possibilità di frequentare scuole (che ci sono e sono buone e rinomate) o la mancanza di formazione, il cui accesso non è per tutti, soprattutto per chi ha origini povere o modeste», chiosa Zsuzsi Bànkuti.

‘Heroine’s Journey’

Nel contesto del BaseCamp, lunedì 8 agosto, dalle 17 alle 18.30, si svolgerà una Open Doors Talk intitolata ‘Heroine’s Journey. Narrative e realtà femminili nel cinema dell’America Centrale e dei Caraibi’, all’Istituto Sant’Eugenio. Alla tavola rotonda parteciperanno Alexandra Latishev dalla Costa Rica e regista di ‘Medea’ (oggi alle 11.30); la produttrice, regista e attrice giamaicana Nadean Rawlins; la regista del corto ‘Negra soy’ Laura Bermúdez (Honduras) e il responsabile del World Cinema Fund (Wcf) del Festival internazionale del cinema di Berlino Vincenzo Bugno (Germania). L’ingresso è gratuito e non è necessaria la registrazione.

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