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Casa Ceppi (foto: Claudio Tornieri)
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17.04.2021 - 19:460

Decorare, fare comunità (episodio 1)

Vediamo le pietre dipinte da Leila, sei anni, che prendono vita. Ed entriamo a Casa Ceppi, 'perimetro del non giudizio'

Ricevo un messaggio con l’immagine di un lavoro fatto da Leila, bambina di sei anni. Un dono per la nonna. È di Flavia Zanetti, artista, ricordiamo a Magliaso l’esperienza distintiva di ‘OfficinaArte’. Flavia chiede il permesso di diffonderla a qualche amico, ottenendo pieno consenso. Quello che colpisce nello scatto che si sofferma sul piccolo, sorprendente lavoro, sta nella capacità di sfiorare le cose che lo sguardo accoglie, fermandosi. Vediamo delle pietre dipinte con varie forme colorate, alfabeto che si snoda dando l’idea di un linguaggio a cui lasciare un totale spazio di libertà. Questo, tra un lembo di prato e il pavimento sottostante. È il risultato di una sequenza dove le pietre figurate hanno preso nuova forma, vita; lo spirito della decorazione dà corpo al tutto.

Decorare, è esprimere un atto desiderante, oscillare tra l’equilibrio dato dall’architettura del luogo e il suo superamento. Leila inizia a stabilire nel suo atto creativo, sublime perché diventa simbolo, qualcosa che trascende la pura materia, res, mettendo in tensione il significato di ordine. Ogni decorazione va a ricreare una realtà meno lontana, tracciando una geografia dell’apparire dove tutto si raccoglie in poco spazio; possiamo vedere il mondo da una fessura talmente penetrante da essere lo scivolo per dire sono qui, esisto! Spostando per lati l’immagine fotografata da Flavia Zanetti, ci accorgiamo come le pietre ornamentali siano portatrici di una felicità che non ha parole, fluida, comunicante. Un nuovo principio estetico. Decorare è anche inventare, inserire degli oggetti in una mobilità fuori dal bel lavoretto, dal compito. Le pietre figurate parlano di un tempo scaturente, fremito nelle mani di Leila. Nel riconoscere c’è sempre una discontinuità interna che per Paul Ricoeur è anche ‘destinazione, evento di pensiero’. Flavia ha sfiorato le pietre e sfiorare comporta il ‘non sfiorire’, passando vicino alle cose con naturalezza, dando corpo e presenza all’incantamento nel mondo, ora del risveglio.  


Uno dei sassi di Leila

Casa Ceppi, Mendrisio

Condividere, fare comunità. Un prisma su cui ognuno iscrive una parte di storia fino a formare nuovi linguaggi, restituendo profondità e bellezza alle nostre azioni. È la sfida di stare con gli altri, mettersi in gioco. Partiamo da Mendrisio, Casa Ceppi fine ‘800, dove incontro Sara Haeuptli Nguyen, formatrice, coach e counselor, impegnata nel campo delle relazioni umane. Sara ha fatto della sua casa uno spazio aperto, Coworking, happening place, come possibilità di costruire ‘luoghi d’affetto’.

Appena varcato il cortile la casa assume l’eco di voci lontane, il cortile invita a contemplare il giardino; proseguendo ecco la limonaia, il tutto poco distante dall’Accademia di Architettura e il suo grande parco. La prospettiva cambia. Tornano i versi di Walt Whitman, “Guarda lontano più che puoi, di là da quello è lo spazio/senza limiti / Conta più a lungo che puoi, da ogni parte è il tempo senza fine”. Cos’è per te questa casa? “La abito da appena nata; è la casa dei nonni materni. Mia mamma lavorava e quindi passavo le giornate qui, sotto gli alberi, guardando le foglie oscillare; mi incantavo, giocavo con i sassolini, le tinozze, facendo finta di servire il caffè. Sono le radici, la casa del tutto è possibile; carri, fienile, cose da inventare e trasformare con un sacco di giochi liberi e angoli da scoprire”. Una casa tradizionale, vissuta. “Il nonno aveva due sorelle, una sposata. L’altra aveva un atelier di sartoria davanti all’entrata. Una casa che conosce l’accoglienza. Oltre alla sartoria, la falegnameria dei bisnonni; poi, conigli, lamponi, l’orto. E un pozzo. Casa Ceppi, luogo magico di più generazioni, con tante possibilità da sperimentare”. L’acquisizione? “Posso dire fosse già sulla carta. Quando ho deciso di aprire qui il mio studio, interrompendo l’attività di docente, è stato il momento decisivo; una ripartenza. Nel 2019, l’acquisizione. Nello stesso anno mi hanno contattata per girare un film, in ambiente; l’ho fatto volentieri perché credo nella possibilità di condividere. Non mi sento attaccata alla proprietà”.

Arrivano nuove persone. “Persone con passione e talento, che non avevano un luogo dove fare i primi passi. Cerco di non vincolarle ma che possano scegliere in libertà. Chi per un anno, chi prova per uno, due mesi. A volte ci sono dei picchi e allora occorre pensare ad altri spazi”. Ad esempio? “La limonaia, dove lavora Paola De Michiel progettando e realizzando i suoi vestiti. Uno spazio suggestivo”. The happening place? “È il luogo dove accade ciò che desideriamo, lo dico ogni tanto alle altre persone. Se hai un’idea proviamo e se non è realizzabile tuttalpiù è un no. Ma provateci. Chi non ha al momento una possibilità economica può dare qualcosa in cambio; il reddito, nonostante tutto, non è cosa primaria. Ogni tanto ci vuole il coraggio di perdere l’equilibrio”. Durante il Covid? “Siamo vicini all’ospedale. È venuta una famiglia di medici che adesso non se ne va più perché sta troppo bene. Abbiamo ospitato infermieri e studenti. Sono andata a cercare dei letti: i luoghi cambiano secondo necessità”.

Tema centrale è l’accoglienza. “Prima pensavo che tutto diventasse Coworking, in seguito ci sono stati degli incontri nuovi, stimolanti, penso a Bruna Ferrazzini, Elena Bisignani e la casa ha assunto anche un respiro aperto alla creatività. All’arte”. Come gestite gli spazi? “Trovi il modo per cui tutti stiano bene; se ci sono delle cose da chiarire lo si fa serenamente, dialogando”. Nel tempo nascono incontri, spettacoli. Musica, teatro, narrazione - per info: sara@dandelionidea.com - “Lara Magrini ha aperto il suo giardino degli artisti offrendo una cena, le persone davano un minimo contributo; poco dopo è stata subissata dalle richieste. Ancora una volta è l’idea di accogliere le persone come gesto solidale, riconoscendo l’importanza del loro lavoro”. Si parla della cucina in comune, di sogni nel cassetto, tra cui l’idea di creare un’associazione. Una luce particolare attraversa gli occhi di Sara che si sente bene in questo luogo, da lei definito perimetro del non giudizio. Il cancello, tra Accademia e Ospedale, porta a un giardino unico, da scoprire. “Il ritmo che senti uscendo dal cancello è diverso da quello che vivi qui. Non è anarchia, è sostare, stare in quello che desideri”.

Nel giardino adesso si possono scoprire le opere di Myriam Maier e la farmacia poetica di Giulia Clerici. Anni fa leggevo un bel saggio di Luce Irigaray, ‘La democrazia comincia a due’, tema la pari dignità. Tutto inizia da un io - tu che amplia il nostro sguardo, diventando realtà.                         

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