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30.10.2020 - 17:130

L’onnipotenza umana e il nuovo coronavirus

Intervista al filosofo Emanuele Coccia, ospite degli Eventi letterari Monte Verità per parlarci del ‘narcisismo negativo’ dell’umanità

Era in videocollegamento da una Parigi bloccata, il filosofo Emanuele Coccia, professore all’École des Hautes Études en Sciences Sociales e ospite virtuale degli Eventi letterari Monte Verità – il video del suo intervento è sul sito eventiletterari.swiss – per presentare il suo saggio ‘La vita delle piante. Metafisica della mescolanza’ (Il Mulino, 2018).

Emanuele Coccia, difficile non partire dalla pandemia: che cosa cambia, dal suo punto di vista, nel nostro rapporto con le altre forme di vita?

La prima riflessione che mi viene in mente è che la pandemia dovrebbe aiutarci a scrollarci di dosso questa strana forma di “narcisismo negativo” che ci ha fatto passare dall’esaltazione che per secoli ci ha fatto considerare il punto più alto della creazione al considerarci il punto più alto della distruzione.

È una tendenza, purtroppo molto forte nell’ecologia contemporanea ma non solo, che ha trasformato l’umanità in una divinità agnostica, l’unica capace di distruggere il pianeta. Ma ora ci troviamo di fronte a un virus, una creatura al quale stentiamo di riconoscere il titolo di vivente ma capace di produrre danni enormi, e senza un sistema nervoso che noi ci ostiniamo a considerare segno di superiorità.

Capire che la distruzione appartiene solo all’umano ma è condiviso da tutti gli esseri viventi: vivere significa anche poter distruggere. Trovo una lettura molto paternalista, quella che vede nella pandemia una responsabilità umana: è un modo per continuare a dire che siamo l’alpha e l’omega della storia del pianeta, il che non è vero.

Però un ruolo c’è: il “salto di specie” del virus è stato favorito dalla distruzione di habitat naturali, dallo sfruttamento di animali selvatici; globalizzazione e urbanizzazione hanno poi contribuito alla diffusione.

È un falso argomento perché in passato ci sono state molte più pandemie. Accusando l’umanità di essere responsabile di un turbamento dell’ordine naturale, si invita a una netta separazione tra mondo umano e mondo non umano che non rientra in una logica ecologica. Dire che ci sono spazi in cui l’uomo non vede entrare significa continuare a costruire spazi impermeabili a ogni forma di vita non umana che viene relegata in quelli che sono campi profughi.

C’è indubbiamente una visione ingenua, idilliaca della natura che dovremmo superare, ma non si può negare l’impatto delle attività umane. 

Questa pandemia è completamente naturale e che questa cosa venga negata è preoccupante. Si parte dal presupposto che l’uomo sia immortale, ma le comunità umane non sono destinate a sopravvivere eternamente e quello che sta accadendo è naturale come è naturale, ad esempio, che arrivi la fillossera e distrugga un vigneto: non è certo responsabilità della vite. Poi dobbiamo difenderci perché siamo attaccati alla nostra sopravvivenza, ma fa parte di una dinamica completamente naturale. Un conto è dire che se evitiamo di penetrare in determinati ambienti altrimenti ci prendiamo meno malattie, un altro è assumerci responsabilità che non abbiamo perché le malattie esisteranno sempre.

Non vedo il bisogno di costruire una specie di teologia che in fondo ci consola, ci permette di contemplare una sorta di eccezionalità, di capacità di essere al posto di dio.

Quando si è sviluppata questa idea della “divinità agnostica”, come l’ha definita prima? È recente o possiamo risalire all’umanesimo?

È più moderna perché l’umanesimo non era questo. Nel mondo pre-moderno esistevano molte realtà – teologica, spirituale, religiosa – molte presenze superiori a quella dell’uomo. Poi il mondo dei soggetti si è impoverito, è rimasto solo l’uomo e una serie di innovazioni tecnica ci ha permesso di vivere molto meglio: a questo punto l’antropocentrismo naturale, fisiologico degli antichi diventa uno strano solipsismo.

Antropocentrismo fisiologico perché, in fondo, siamo esseri umani: questo è il nostro punto di vista, non possiamo guardare il mondo come se fossimo animali non umani o piante.

Questo lo si vede anche per il cambiamento climatico: il nostro punto di vista non può che essere antropocentrico. Il problema non è il pianeta perché il pianeta sopravviverà benissimo con noi, senza di noi, dopo di noi. Non stiamo mettendo in pericolo nulla: il problema è mantenere quella biodiversità affinché noi possiamo vivere in un certo modo. Non dobbiamo salvare un pianeta ma molto più modestamente la nostra pelle.

Far finta che il problema climatico sia un problema del pianeta è una forma ancora più delirante di “antropofeticismo”: pensare che dalle nostre azioni dipenda la sorte del pianete è delirio di onnipotenza. Che ci allontana tantissimo da problemi molto più modesti: siamo diventati troppi.

Ci sono prove di una sesta estinzione di massa, ma in effetti il pianeta è andato avanti anche dopo le prime cinque. Che cosa possiamo imparare dalle piante, per citare il titolo del suo incontro agli Eventi letterari?

Dobbiamo guardare alla vita delle piante innanzitutto perché dipendiamo da esse: sono le piante che rendono possibile l’abitabilità di questo pianeta, liberando ossigeno. Il che ci ricorda che non esiste un ambiente naturale, perché ogni ambiente è un artefatto di una o più specie. Il rispetto che dobbiamo al pianeta non è un rispetto dovuto a una natura che funziona automaticamente, ma agli artefatti di altre specie.

Poi dipendiamo dalle piante perché sono le piante che afferrano l’energia solare e la conservano sotto forma di legami chimici nella materia e rendono possibile qualsiasi nostra attività. Questo ci insegna che la nostra vita è sempre la vita di qualcuno vissuto prima di noi: mangiare significa nutrirsi di una vita che qualcun altro ha costruito.I viventi mangiano solo viventi, tranne le piante che “mangiano” luce: in fondo l’alimentazione è uno strano commercio di luce che passa di specie in specie, di genere in genere, di regno in regno.

Ma il titolo dato all’incontro è un po’ ambiguo: guardando le piante capiamo meglio chi siamo e che cosa è la vita sulla terra, ma non dobbiamo prendere in ostaggio un altro regno per risolvere i nostri problemi.

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