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03.09.2019 - 10:500

Impigliati nella rete (neurale)

L’artista Alex Dorici e lo scienziato Luca Gambardella ci portano all’interno di una rete neurale artificiale che ha imparato a riconoscere i gesti della mano

a cura de laRegione

La prima cosa che vediamo, scendendo le scale del tunnel di Besso, sono le luci dei monitor e le corde fluorescenti. Poi, iniziando a percorrere il sottopasso, il progetto acquista tridimensionalità. Fermandoci a leggere i pannelli sulla sinistra, scopriamo che la volta nel tunnel è una scatola cranica, i monitor sono neuroni e le corde assoni e sinapsi. In altre parole, stiamo camminando in una metafora.

E conviene scomporla, quella metafora, per raccontare ‘Neural rope’, installazione creata dall’artista Alex Dorici e dallo scienziato Luca Gambardella nell’ambito del Lugano Living Lab e inaugurata ieri quale anticipazione della Giornata Digitale. Prima di tutto abbiamo il contesto: il tunnel di Besso, come detto. Luogo di passaggio – ma anche, in passato, «un luogo non particolarmente sicuro», per riprendere le parole del sindaco Marco Borradori. Siamo insomma di fronte a un progetto di arte urbana, e questo soprattutto pensando al visitatore tipico che poi è il passante con un po’ di tempo a disposizione. Arte che – in questo caso con approvazione e sostegno delle istituzioni – cerca di ridare valore e significato a un luogo. Da questo punto di vista, ‘Neural rope’ è un intervento riuscito: nella semioscurità del passaggio illuminato da lampade di Wood, l’effetto degli schermi e delle corde fluorescenti colpisce anche chi percorre il tunnel sovrappensiero o di fretta, invitando a guardare con occhi nuovi uno spazio altrimenti anonimo.

Abbiamo poi, nella metafora di ‘Neural rope’, quello che i linguisti chiamano veicolo, lo strumento attraverso cui passa la metafora. Cioè lo spazio che Alex Dorici ha disegnato con le corde fluorescenti, componendo figure geometriche che poi ritroviamo sugli schermi se mostriamo la figura giusta all’occhio della rete neurale artificiale. Perché ‘Neural rope’ si presenta come un gioco: mostriamo le mani a una telecamera e sugli schermi seguiamo l’elaborazione digitale di quell’immagine, arrivando al risultato finale: un cubo, se mostriamo il pugno; una piramide se estendiamo tre dita. Più altri gesti che però non sveliamo per non togliere il piacere della scoperta – diciamo solo che sì, gli sviluppatori dell’Istituto dalle Molle per l’intelligenza artificiale (di cui Gambardella è direttore) hanno pensato anche ai gestacci. Un giochino semplice ma coinvolgente, ben integrato con l’installazione artistica.

Ultimo elemento della metafora, il più delicato, è il tenore, l’idea che la metafora dovrebbe trasmettere. Che è appunto la rete neurale artificiale: non un computer programmato per riconoscere i gesti delle mani, ma una struttura che, imitando la struttura a neuroni del cervello umano, impara ad elaborare le informazioni. ‘Neural rope’ ha imparato, in laboratorio, a distinguere i vari gesti – e continuerà a imparare anche adesso, nel tunnel di Besso, guardando i passanti che si fermano a giocare. Non è semplice, l’idea di rete neurale artificiale – ma certamente è importante in una società sempre più tecnologica. ‘Neural rope’ è una metafora efficace? Riesce a trasmettere quantomeno i punti fondamentali di che cosa è una rete neurale artificiale? Posto che andrebbe fatta una ricerca empirica, la risposta è probabilmente parziale. La struttura della rete, con i vari livelli di elaborazione, è infatti immediata, ma l’idea di apprendimento richiede invece una dimensione temporale che rischia di perdersi: ‘Neural rope’ cambierà nel tempo, perché la rete imparerà a gestire nuovi gesti, ma non è detto che si riesca a percepire, questo mutamento.

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