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25.08.2017 - 11:400
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:12

Come vivere bene con lo stoicismo

Durante l’ellenismo fu una delle principali scuole filosofiche. Ma, benché abbia certamente influenzato molti pensatori successivi, lo stoicismo sembrava più che altro riguardare i libri di storia della filosofia, superato dall’evoluzione sociale e dal progresso scientifico. Non è così, e anzi molte persone stanno recuperando questa filosofia che, nonostante siano passati oltre due millenni, può essere utile per “vivere bene”, come spiega Massimo Pigliucci, professore di filosofia al CUNY-City College di New York e autore di Come essere stoici (Garzanti), nel quale – in un dialogo immaginario con il filosofo Epitteto, vissuto tra il I e il II secolo dopo Cristo –  espone e discute i principi di questa filosofia, che possiamo riassumere con l'invito ad avere "la serenità di accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio di intervenire su quelle che possiamo cambiare, e la saggezza di distinguere le une dalle altre".

Professor Pigliucci, lo stoicismo è una filosofia nata nel periodo ellenistico con lo scopo di vivere meglio; ma oggi la filosofia è qualcosa d’altro, una disciplina specialistica. Anche l’etica filosofica si occupa di principi (metaetica) o di dilemmi, mentre del vivere bene si occupano altre discipline come la psicologia, la psicoterapia, la sociologia. Quale posto trova oggi l’etica stoica?
La filosofia accademica è sicuramente una disciplina specialistica, al giorno d’oggi. Ma lo sono anche la psicologia e la sociologia. E c'è un buon numero di filosofi che per anni ha scritto per un pubblico più generale, occupandosi appunto di tematiche relative al vivere bene. Penso quindi che filosofia, psicoterapia, e psicologia siano complementari in questo senso, non rivali. D’altro canto, alcune delle forme più pratiche di psicoterapia, come quella cognitiva comportamentale, sono ispirate alle tecniche sviluppate dagli Stoici duemila anni fa. Non solo, ma del vivere bene si occupano ovviamente anche religioni (per esempio il Cristianesimo) e filosofie (per esempio il Buddismo) che sono tanto antiche quanto lo Stoicismo. L’etica sStoica, quindi, si inserisce in un ampio e dinamico discorso a cui contribuiscono diversi interlocutori.

Questo salto tra la riflessione filosofica attuale e l’etica stoica lo si vede nel precetto di vivere secondo natura. Da molti il richiamo alla natura – pensiamo alla famiglia naturale – è considerato una fallacia. Quanto è accettabile, oggi, il precetto stoico?
Sì, il richiamo alla natura puro e semplice è una fallacia logica. È ovvio che una cosa non è buona solo perché è naturale. I funghi velenosi sono naturalissimi, ma non li aggiungerei alla mia pastasciutta. Gli Stoici, però, erano molto raffinati in termini di logica, quindi difficilmente avrebbero commesso un errore così banale. Quello che intendevano quando dicevano “vivi secondo natura” era di considerare le due caratteristiche fondamentali (secondo loro) della natura umana e comportarsi di conseguenza. Queste due caratteristiche sono che siamo una specie animale altamente socializzata, e che siamo capaci di ragionare per risolvere i nostri problemi. Mettendo le due cose assieme, come diceva Marco Aurelio, si giunge all’idea che dobbiamo applicare la ragione per migliorare la nostra società.

Esiste una natura umana?
Ottima domanda. Non credo esista un’essenza che definisce l’essere umano. Ma sicuramente la specie Homo sapiens è caratterizzata da tratti — sia pure in termini statistici, secondo la biologia moderna — che ci differenziano profondamente da ogni altra specie animale, inclusi i nostri cugini primati. Come dicevo sopra, gli Stoici si focalizzano sulla ragione e la socialità. Ovviamente ci sono altre specie sociali (i bonobo, per esempio), ma nessuna dotata di una capacità di ragionamento così sofisticata come la nostra.

La natura, quindi, può essere prescrittiva?
Fu David Hume, nel 18mo secolo, a spiegare bene che uno non può derivare valori direttamente da una serie di fatti. Ma sia Hume che gli Stoici sono d’accordo che i fatti sono pertinenti ai nostri valori. Per esempio, ci poniamo il problema dell’impatto della nostra specie sull’ambiente perché ci rendiamo conto che lo stiamo distruggendo a un tasso insostenibile, a lungo andare. Questo fatto, collegato al desiderio di lasciare un pianeta vivibile ai nostri figli e nipoti, genera l’imperativo etico di preoccuparsi dell’ambiente.

Nel suo saggio si fa riferimento a concetti per i quali è necessario ricorrere al greco antico: eudaimonia (la felicità come fine ultimo della vita), ad esempio, o anche amathia (l’incapacità di prendere decisioni sagge). È una conferma della lontananza dell’etica stoica dalla nostra sensi­bilità moderna?
No, semmai è una conferma che abbiamo perso un paio di vocaboli cruciali che sarebbe il caso di recuperare. Il termine “eudaimonia”, per esempio, viene oggi utilizzato anche in psicologia, specialmente nella cosiddetta psicologia positiva, che si occupa non delle malattie mentali, ma del buon vivere. Gli psicologi sono giunti alla conclusione che i greci avevano una visione della vita, e inventarono una parola per riassumerla, che è rilevante anche per noi nel XXI secolo, e per cui non esiste traduzione adeguata in italiano (o in inglese).

A proposito di amathia, introduce uno dei temi forse più delicati: la questione del male. L’etica stoica è intellettualistica, nel senso che attribuisce il male all’ignoranza del bene, all’amathia appunto. Manca cioè l’idea di una volontà che conosca il bene e ciononostante scelga altro (introdotto in filosofia da Agostino). Chi ha ragione, gli stoici o Agostino?
Questa è una differenza importante tra l’etica cristiana e quella stoica. Per il Cristianesimo il male esiste in senso metafisico, è una forza che può essere personificata in certi individui, e che quindi giustifica il concetto di punizione (inclusa, ovviamente, quella eterna, decisa da Dio). La filosofia cristiana ha bisogno di questo per giustificare come mai viviamo in un mondo dove esistono così tante cose brutte, nonostante Dio sia onnipotente e ci ami. In pratica, siamo noi i responsabili dei mali del mondo, in conseguenza della nostra capacità di prendere decisioni indipendentemente dalla volontà di Dio. (In filosofia questa si chiama la “difesa da libero arbitrio”, e non funziona molto bene, perché per esempio non spiega i mali naturali, quali l’esistenza del cancro, o dei terremoti). Gli Stoici, e diverse altre filosofie greco-romane, sostengono che nessuno fa del male apposta, che anche gente che consideriamo molto cattiva in realtà crede di fare le cose giuste, secondo la propria logica fuorviata, non rendendosi conto che sta invece sbagliando. Questa non è ignoranza nel senso di mancanza di informazione, ma di mancanza di saggezza. È un male spirituale, come diceva Socrate.

Non è deresponsabilizzante? Dovremmo smettere di punire le persone che fanno del male perché, appunto, sbagliano?
Gli stoici sostengono che bisogna opporsi al “male”, e anche incapacitare quelli che lo perpetrano, ma ogni punizione al di là di quello diventerebbe accanimento ingiustificato. Faccio notare nel mio libro che questa è esattamente la filosofia adottata in diversi Paesi scandinavi riguardo al trattamento dei criminali, una filosofia che psicologi e sociologi considerano la più avanzata nel mondo moderno.

La teoria rieducativa della pena, ma appunto: come si rieduca, come si può riconquistare questa saggezza pratica? Il problema oltretutto non riguarda solo chi commette crimini, ma in generale chi prende decisioni ‘poco sagge’, ad esempio rinunciare a cure mediche efficaci per affidarsi a ciarlatani, negare il riscaldamento globale, incolpare gli stranieri di tutti i problemi della società. Non essendo un problema di conoscenza, non basta dare informazioni!
Esatto, la conoscenza è importante, ma se non è legata alla saggezza è inutile, o addirittura dannosa. Ma non ci sono bacchette magiche, né stoiche né di altro tipo. I principi dello stoicismo però includono l’umiltà, l’apertura mentale, e la consapevolezza dei propri limiti, specialmente quando si parla di conoscenze tecniche. Non pensa che il mondo sarebbe un tantino migliore se la gente praticasse queste virtù?

Tim Deschaumes
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