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28.03.2022 - 20:10
Aggiornamento: 20:44

Nomine magistrati, commissione più che divisa: spaccata

Il Ps non appoggia la candidatura a pp di Borga, l’Udc boccia anche le candidature di Giamboni e Züblin. Non firmano neppure i Verdi

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Ti-Press
Uno strappo previsto

Sulla nuova imminente tornata di nomine nella magistratura ticinese, la commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ si spacca. In ballo ci sono le elezioni da parte del Gran Consiglio dei/delle subentranti del procuratore pubblico Arturo Garzoni, del giudice d’Appello e presidente della Camera di protezione Franco Lardelli (entrambi i magistrati, il primo di area Plr e il secondo di area Ppd, hanno rassegnato le dimissioni per fine maggio) e del presidente dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi Maurizio Albisetti Bernasconi (area Ppd), prossimo al passaggio a tutti gli effetti Tribunale penale federale. La maggioranza della commissione propone al plenum la designazione di Nicola Borga - in quota Plr, oggi segretario giudiziario - quale pp, di Sonia Giamboni - in quota Ppd, ora pretore di Leventina - quale giudice d’Appello e di Ursula Züblin - in quota Plr, da anni giudice dei provvedimenti, moglie del sindaco di Lugano, il leghista Michele Foletti - quale presidente dell’Ufficio dei gpc. Nella riunione di stamattina I socialisti non hanno firmato il rapporto che suggerisce al Gran Consiglio l’elezione di Borga, mentre l’Udc non ha sottoscritto nessuno dei tre rapporti. E non hanno firmato neppure i Verdi. Al momento non è dato sapere quanti e quali dei candidati che la maggioranza della ‘Giustizia e diritti’ non ha scelto si sottoporranno comunque al verdetto del plenum del parlamento (ci si può ritirare sino a poco prima del voto). Restano in corsa per il posto di pp anche Stefano Stillitano, adesso vicecancelliere del Tribunale penale cantonale, sostenuto dagli ecologisti, e per il posto di presidente dei gpc l’ex giudice federale Claudia Solcà, area Ppd?

«Non abbiamo firmato i tre rapporti data la non volontà di ridiscutere il cosiddetto Manuale Cencelli, la cui applicazione in Ticino è ancora una volta circoscritta ai partiti di governo - rileva la democentrista Roberta Soldati -. Ancora una volta dalla magistratura restano esclusi gli altri partiti rappresentati in Gran Consiglio. Come Udc contestiamo questo sistema, che peraltro non considera nemmeno quel quasi venti per cento di schede senza intestazione alle elezioni cantonali del 2019: ciò significa che l‘aspirante pp o giudice che oggi non si riconosce in un partito non ha praticamente nessuna possibilità di entrare in magistratura. Non abbiamo firmato per lanciare un segnale. Al voto in aula però parteciperemo». Uno dei partiti di governo è il Ps, che tuttavia non ha firmato il rapporto che propone l‘elezione di Borga. «Se si vuole andare con la nomina parlamentare di procuratori e giudici, prima o poi - afferma il capogruppo dei socialisti Ivo Durisch - bisogna stabilire dei criteri chiari per garantire, quanto a sensibilità politiche, la maggior rappresentatività possibile in magistratura, rendendola quindi accessibile a tutti, ripeto a tutti i partiti che fanno gruppo in Gran Consiglio, concretamente ai candidati da loro sostenuti. Come avviene nel parlamento federale per l’elezione dei giudici. Oggi era l’occasione buona per un cambiamento perlomeno per il Ministero pubblico, proponendo l’elezione di un candidato non di area Plr, partito che attualmente è sovrarappresentato a Palazzo di giustizia. Così non è stato». Replica il liberale radicale Giorgio Galusero, primo vicepresidente della ’Giustizia e diritti’: «Premesso che Borga ha tutte le carte in regola per ricoprire la carica di procuratore, come partito siamo senz’altro disposti a rivedere i criteri di elezione affinché le cariche in magistratura siano accessibili a tutti i partiti che fanno gruppo in Gran Consiglio, ma siamo disposti a rivederli nella nuova legislatura, dato che in quella in corso saremo confrontati con ulteriori nomine e non mi sembra opportuno ridiscutere ora il sistema. Prendo intanto atto con delusione che la commissione si presenta al plenum del Gran Consiglio con proposte di nomine non condivise da tutti». Insomma non c’è unanimità nella ’Giustizia e diritti’. Esercizio fallito?

«Non sono né delusa, né preoccupata» commenta serafica la presidente della commissione Sabrina Aldi (Lega). Non lo è perché «è molto difficile che un candidato faccia l’unanimità», ma anche perché di stupore ce n’è poco: «Questo è il risultato della discussione in atto da qualche tempo sulla possibilità che la commissione apra o meno anche ai candidati di partiti non di governo». Una concretizzazione, insomma. Che dimostra come «i tempi non siano ancora maturi, e che la risposta della minoranza sia stata non firmare il rapporto». Una posizione, quella della maggioranza della ‘Giustizia e diritti’, difesa da Aldi poiché «siamo a fine legislatura, noi il prossimo febbraio avremo finito dal momento che poi i lavori vengono sospesi prima delle elezioni. Non è giusto cambiare le regole in corsa e soprattutto quando questa corsa è alla fine: se ne potrà, nel caso, ridiscutere con la nuova legislatura perché le regole devono essere chiare, e le stesse, dall’inizio». Lapidario il popolare democratico Fiorenzo Dadò: «La spaccatura di oggi è il segno evidente che ci stiamo avvicinando alle elezioni e i partiti affinano un po’ le strategie e le alleanze».

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