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laR
 
16.02.2022 - 05:30
Aggiornamento: 17.02.2022 - 10:43

Giovani, ‘va distinto il reato dalla trasgressione’

Conelli (Fondazione Amilcare): più che la violenza, l’emergenza è il disagio psichico. E sul Centro chiuso: ‘Può essere utile, ma attenzione ai rischi’

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«La violenza giovanile esiste, i vari episodi di risse riportati dai media lo dimostrano. Tuttavia bisognerebbe andare a vedere a livello statistico se c’è stato un vero e proprio incremento oppure se questi casi emergono di più rispetto al passato perché c’è una maggior sensibilità o una maggiore spettacolarizzazione degli eventi. L’impressione è che si tratti sempre dei soliti gruppetti». E ancora: «Più che la violenza, però, la situazione di allarme è data dal disagio in espansione nei giovani che concerne la salute mentale, con ragazzi che vivono situazioni di ansia, panico o fobie sociali, spesso accompagnate da automedicazione o uso improprio di sostanze». Così Gian Paolo Conelli, direttore della Fondazione Amilcare che si occupa di adolescenti, mette a fuoco quella che secondo lui è la vera emergenza da affrontare. Su questo aspetto, come anche sulla violenza, la pandemia ha influito negativamente: «Durante due anni i ragazzi non hanno avuto la possibilità di vivere un’adolescenza “normale” con adeguate valvole di sfogo, così alcune situazioni a rischio sono esplose in modo più eclatante e rumoroso». Come ribadito da più parti, a contribuire a questo tipo di scenari è anche la mancanza di spazi aggregativi: «Spesso l’unica possibilità offerta è quella di consumare bevande in posti a pagamento. Servono più luoghi dove i ragazzi possano organizzarsi, confrontarsi e fare attività».

L’importanza di mantenere la relazione

La Fondazione Amilcare, che da 40 anni si occupa della promozione e tutela dei diritti degli adolescenti, nelle sue diverse strutture dislocate sul territorio ticinese mette a disposizione 60 posti per giovani dai 15 ai 20 anni che stanno vivendo una situazione difficile e non possono più rimanere nel loro nucleo familiare. «Da noi approdano due macrotipologie di ragazzi – spiega il direttore –. Da una parte quei ragazzi che hanno subito maltrattamenti, violenze, abusi o anche trascuratezze familiari. Poi ci sono i giovani con cui i genitori non sanno più cosa fare, che vivono un incremento della conflittualità e dove si arriva a un momento di rottura relazionale». Vi giungono tramite servizi come l’Ufficio dell’aiuto della protezione, il Servizio medico psicologico, la Magistratura dei minorenni o le Autorità di protezione che definiscono il bisogno di un percorso educativo in un Centro educativo per minorenni (Cem). «In ogni caso – sottolinea Conelli – sia dietro al ragazzo vittima che a quello impropriamente etichettato come “teppistello” ci sono delle situazioni di sofferenza e sfiducia nel mondo degli adulti in generale». Il bisogno di questi giovani è principalmente quello dell’ascolto e dell’accoglienza senza giudizio: «Serve tanta perseveranza e pazienza perché diversi di questi ragazzi mettono in atto comportamenti respingenti. In Fondazione abbiamo un concetto educativo molto improntato sulla continuità relazionale. Per cui evitiamo di cadere nella spirale di trasgressione-sanzione e non espelliamo nessuno». Spesso – sostiene Conelli – i ragazzi, che in molti dei casi hanno subito situazioni di abbandono, cercano un confronto al limite «più che altro per vedere se teniamo veramente a loro. Durante questo periodo però la gestione del rischio diventa alta e scomoda, ma dopo un po’ molti rientrano in “carreggiata”». Ci sono tuttavia dei limiti: «Alcuni nostri ragazzi sono finiti in carcere o in centri chiusi Oltregottardo per dei reati». Qui il direttore tiene a fare una precisazione: «Bisogna distinguere due categorie, quella penale e quella comportamentale. L’aspetto penale si ha con ragazzi che commettono reati. Si tratta di un discorso di limiti legali ed è importante che i ragazzi si rendano conto che non vanno oltrepassati se vogliono essere socialmente integrati. E poi c’è la questione del comportamento, che si declina nel non rispetto delle regole, anche in atteggiamenti a grosso rischio per l’incolumità. In questi ultimi casi hanno bisogno di essere fermati e collocati in posti con un’impostazione terapeutica per evitare che si facciano del male». Per queste situazioni in Ticino esiste unicamente la possibilità di ricovero in cliniche psichiatriche, «ma talvolta sono preferibili percorsi all’interno di comunità terapeutiche, da cercare in Italia».

Rischio di indurre un bisogno per occupare la struttura?

La prossima settimana in Gran Consiglio si discuterà dello stanziamento di un credito di 3’345’000 franchi per costruire un Centro educativo chiuso per minori (Cecm). Per Conelli «non sarà la soluzione a tutti i problemi, ma può essere uno strumento in più. Può essere utile che la Magistratura abbia a disposizione un posto in Ticino per l’esecuzione di pene di breve durata (per al massimo 14 giorni, su un totale di 10 camere, ndr). È importante dare segnali proporzionati ai reati in tempi adeguati così da scongiurare situazioni che esplodono e per cui poi non resta che il carcere». Rispetto agli altri 9 posti (8 di “pronta accoglienza e osservazione”, uno per “l’esecuzione misure disciplinari restrittive”, per un massimo di 3 mesi, ndr), alla domanda se non ci sia il rischio di indurre un bisogno per riempire il nuovo centro, Conelli risponde: «Certo è che non deve assolutamente diventare una soluzione di comodo. Bisognerà valutarne attentamente l’impostazione, sia per quanto riguarda il concetto pedagogico, sia a livello di società – autorità, media, famiglie, operatori dei servizi – è importante evitare che si costruisca un’idea sempre più normativa della protezione. Nel nome di “così ti fai male”, si possono anche commettere molti errori – mette in guardia Conelli. – In ogni caso, alla fine di questi percorsi sarà fondamentale costruire il seguito da proporre ai ragazzi e alle loro famiglie. Sulla questione – di cui si dibatterà in parlamento – se il Centro debba essere a gestione pubblica o privata, Conelli ricorda che «da un punto di vista operativo si dovrà separare gli spazi dei due tipi di prestazione (misure disciplinari e penali, ndr) come viene richiesto anche dall’Ufficio federale di giustizia – e conclude –: La questione di dare in gestione a un ente privato la restrizione della libertà di un cittadino però va al di là delle mie competenze».

Appello al Gran Consiglio

Coordinamento contro il Centro chiuso: ‘Maquillage linguistico’

Intanto ieri in una nota il ‘Coordinamento contro il Centro educativo chiuso per minori’ ha espresso diverse critiche al rapporto commissionale. Da una parte i membri valutano come il prospettato cambiamento del nome sia solo un “maquillage linguistico”: nonostante le affermazioni a favore dell’abolizione del carattere carcerario – sostengono – “i giovani possono essere puniti con segregazione in camera (...), isolati o estromessi da ogni attività”. Si dicono anche “motivati a ostacolare il mandato a un’unica fondazione: è fondamentale che il parlamento e il governo optino per un mandato all’Ufag (Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani) quale coordinatore di un gruppo multidisciplinare per un progetto psico-pedagogico al passo con i tempi”, contestando l’idea di affidarlo alla Fondazione privata Vanoni “vicina a Comunione e Liberazione”. Avversano il progetto anche perché è assurdo, a loro parere, fare credere che “con un soggiorno presso il Centro chiuso di 90 giorni si possano risolvere tutti i problemi”. Propongono invece di rafforzare le istituzioni già esistenti e invitano pertanto il Gran Consiglio “a non accelerare le decisioni a favore del Centro, ma a riflettere accuratamente sul futuro delle politiche giovanili”.

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