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13.12.2021 - 20:32
Aggiornamento : 14.12.2021 - 12:14

Fiscalità dei frontalieri, dagli Stati il primo via libera

L’accordo firmato un anno fa tra Svizzera e Italia è prossimo alla ratifica. Approvato con 43 voti favorevoli e un contrario (Marco Chiesa)

Ats, a cura de laRegione

Berna – Primo ‘sì oggi (43 voti a 1), senza sorprese, da parte del Consiglio degli Stati alla ratifica dell’accordo fiscale con l’Italia riguardante la tassazione dei frontalieri, firmato tra i due Paesi il dicembre 2020. Una proposta di sospensione del dossier inoltrata da Marco Chiesa (Udc) finché Roma non avrà stralciato la Svizzera da una lista nera del 1999 è stata respinta per 34 voti a 7 (2 astensioni). Il dossier passerà ora al Consiglio nazionale che, come gli Stati, dovrebbe dare il via libera all’intesa tra i due Paesi.

La decisione odierna della Camera dei cantoni segue quella del 3 dicembre scorso da parte del Consiglio dei ministri italiano, che a sua volta ha dato il via libera alla ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra la Repubblica italiana e la Confederazione relativo all’imposizione dei lavoratori frontalieri e del Protocollo che modifica la Convenzione bilaterale per evitare le doppie imposizioni e per regolare talune altre questioni in materia di imposte sul reddito e sul patrimonio.

Accordo lacunoso

Nel corso della sua perorazione, il ‘senatore’ ticinese Marco Chiesa ha reso attenti i presenti sul fatto che l’Italia ha ottenuto quanto voleva dalle discussioni con la Svizzera, ossia lo scambio automatico di informazioni, mentre la Confederazione figura ancora su una lista nera italiana del 1999 e, peggio ancora, non ha ottenuto ciò a cui agognava, ossia l’accesso per gli operatori finanziari elvetici al mercato italiano, un impegno che Roma aveva preso firmando la “road map” del 2015.

Su questo aspetto, ha aggiunto il presidente dell’Udc, le discussioni non sono nemmeno cominciate, mentre l’Italia ha già messo le mani avanti facendo sapere di volere che gli istituti elvetici aprano una succursale in Italia, una condizione che la Germania, per esempio, non ha posto alla Svizzera. Se non sospendiamo il processo di ratifica, secondo il consigliere agli Stati ticinese non avremmo più alcuna carta da giocare in caso di future trattative con l’Italia su liste nere e accesso al mercato finanziario; ci troveremmo, insomma, a “mani nude”.

A nome della commissione preparatoria, Pirmin Bischof (Centro) ha invece sottolineato i vantaggi derivanti dall’accordo per il Ticino, che incasserà più imposte dai frontalieri. In caso di mancata ratifica, questo vantaggio verrebbe a cadere. Un ragionamento simile è stato sviluppato nel suo intervento anche dal ministro delle finanze Ueli Maurer, secondo cui l’intesa rappresenta un primo passo verso la normalizzazione dei rapporti con l’Italia (insomma, meglio avere qualcosa in mano che nulla del tutto), fermo restando che la Svizzera intende affrontare anche le questioni aperte, come quella dell’accesso al mercato finanziario del Belpaese.

Quanto alla lista nera evocata da Chiesa, Maurer ha sostenuto che si tratta di un aspetto di scarsa importanza (stando a un rapporto del governo, la Confederazione figura ancora nella lista nera del 1999 per i cittadini italiani: essa prevede l’inversione dell’onere della prova circa il domicilio fiscale per le persone fisiche residenti in Italia che trasferiscono il domicilio in Svizzera. Questa misura comporta maggiori costi amministrativi per i soggetti che dall’Italia intendono stabilire la loro residenza in Svizzera, n.d.r).

Per quanto attiene agli istituti bancari, e al libero accesso al mercato finanziario, Maurer ha messo in guardia l’uditorio: su questo aspetto l’Italia non è proprio libera, ma deve tenere conto anche dell’opinione dell’Ue. Nel corso del suo intervento, anche Stefan Engler (Centro) ha sottolineato la bontà dell’accordo e invitato a non esprimere giudizi sommari sui frontalieri, manodopera essenziale nel suo Cantone in molti settori, da quello della ristorazione al settore sanitario.

Al voto, la mozione d’ordine di Marco Chiesa che domandava la sospensione del processo di ratifica - e che probabilmente metterebbe in stand by l’accordo per almeno un anno come indicato dal presidente della Camera, Thomas Hefti (Plr) - è stata come detto bocciata per 34 voti a 7 (2 astensioni).

L’accordo fiscale

Berna e Roma hanno firmato il nuovo Accordo fiscale sui frontalieri dopo anni di negoziati, polemiche e rinvii. Con l’intesa - alla cui negoziazione hanno partecipato anche le autorità ticinesi, grigionesi e vallesane nonché le organizzazioni sindacali e l’Associazione Comuni italiani di frontiera - la Svizzera trattiene l’80% (oggi poco più del 60%) dell’imposta alla fonte ordinaria prelevata sul reddito dei nuovi frontalieri che lavoreranno sul suo territorio. I nuovi lavoratori frontalieri saranno tassati in via ordinaria anche in Italia. La doppia imposizione verrà eliminata.

Sono considerati nuovi lavoratori frontalieri le persone che fanno il loro ingresso nel mercato del lavoro transfrontaliero dopo l’entrata in vigore del nuovo Accordo.

Stando al messaggio del Consiglio federale, l’intesa sarà sottoposta a riesame ogni cinque anni. Inoltre, una clausola dispone che siano previste consultazioni ed eventuali adeguamenti periodici in materia di telelavoro.

Alle persone che lavorano o hanno lavorato nei Cantoni Ticino, Grigioni e Vallese tra il 31 dicembre 2018 e la data di entrata in vigore del testo - detti frontalieri attuali - si applica un regime transitorio. Questa categoria di lavoratori continuerà infatti ad essere tassata esclusivamente in Svizzera, la quale verserà ai Comuni italiani di confine fino all’anno fiscale 2033 una compensazione finanziaria del 40% dell’imposta alla fonte prelevata nella Confederazione.

Sempre secondo l’accordo, in futuro il “lavoratore frontaliere” includerà coloro che risiedono entro 20 chilometri dalla frontiera e che, in linea di massima, rientrano ogni giorno al loro domicilio. Tale nuova definizione si applica a tutti i frontalieri (nuovi e attuali) a partire dall’entrata in vigore dell’accordo.

L’intesa contiene una disposizione finalizzata a impedire i potenziali casi di abuso in relazione allo status di “attuale frontaliere”.

Cantieri aperti

In merito ai servizi finanziari transfrontalieri, dopo la firma della Road Map nel 2015 hanno avuto luogo diversi colloqui e incontri bilaterali sul tema dell’accesso da parte delle banche al mercato transfrontaliero.

Nel 2018, l’Italia ha deciso di introdurre l’obbligo di stabilire una succursale seguendo le direttive europee al riguardo. Di conseguenza, qualora intendano prestare attivamente servizi a clienti privati in Italia, le banche svizzere devono stabilire una succursale nella penisola e sottoporla ad autorizzazione.

La Svizzera ha già richiamato l’attenzione di Roma sul fatto che tale obbligo è d’ostacolo a un potenziale miglioramento dell’accesso al mercato transfrontaliero. Il settore bancario elvetico ha proposto di concludere un accordo bilaterale con Roma per permettere l’attività di gestione patrimoniale transfrontaliera con clienti privati senza obbligo di succursale. Un accordo sull’accesso al mercato come quello proposto sarebbe in linea di principio compatibile con il pertinente diritto UE, secondo la Confederazione.

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