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laR
 
14.05.2020 - 19:23
Aggiornamento: 20:59

Fonio (Ocst): 'Il telelavoro necessita di regole chiare'

Una delle conseguenze del coronavirus sarà l'aumento dello 'smart working', ma non tutto è ben definito: tra reperibilità e mansioni, 'servirà una discussione'

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Ti-Press

La pandemia di coronavirus ha stravolto le nostre abitudini, comprese quelle nel mondo del lavoro. Per molte professioni il lavoro da casa da eccezione diventerà, in alcuni casi, la regola. Gestire questo cambiamento richiederà molta flessibilità, anche mentale. “Senza dimenticare i diritti dei lavoratori”, afferma il sindacalista dell’Ocst Giorgio Fonio. Perché sul tavolo restano molte questioni aperte, che vanno dall’impossibilità di disconnettersi se si è in pausa al poter essere irreperibile se non si è di turno, dalla percentuale di lavoro che potrebbe venire diminuita alla richiesta al lavoratore di svolgere più mansioni perché comunque si trova a casa.

Sono timori giustificati questi a suo avviso? Dai vostri iscritti avete ricevuto già qualche segnalazione?

I timori dei lavoratori dipendenti sono estremamente giustificati, soprattutto se il telelavoro verrà vissuto dai datori di lavoro come una riduzione della resa da parte del lavoratore o della lavoratrice. In queste settimane abbiamo assistito in particolare a due tipi di problemi: chi permetteva il telelavoro ma abusava della disponibilità del lavoratore, chiedendo una sorta di reperibilità 24 ore su 24 e chi, pur potendolo concedere, non lo ha fatto per mancanza di fiducia nei confronti di questa forma di lavoro. E di conseguenza nei confronti dei propri collaboratori creando a quest’ultimi, anche mamme monoparentali, grandi problemi di conciliabilità tra famiglia e lavoro.

Per quali settori temete in particolare questi cambiamenti?

Sicuramente il settore terziario è stato quello maggiormente toccato da questo cambiamento, anche per una logica motivazione organizzativa. Con i mezzi informatici oggi a disposizione risulta più facile modificare il metodo di lavoro nei settori dell’impiegatizio.

A fronte di un cambiamento che pare ineluttabile, anche in osservanza delle misure sanitarie decise dalla politica, sono ipotizzabili secondo voi nuove forme di contratto che vadano a fissare nero su bianco queste novità con una contrattazione trasparente tra datori di lavoro e lavoratori?

Oggi non sono previste esplicite regole nel Codice delle Obbligazioni anche perché stiamo parlando di forme di lavoro nuove e ancora spesso sconosciute alle nostre latitudini. Sarà fondamentale iniziare rapidamente una discussione che coinvolga anche le parti sociali allo scopo di andare a correggere e a normare questo metodo di lavoro. E soprattutto a fermare sul nascere distorsioni che potrebbero nuocere, tra le altre, anche alla salute dei lavoratori, per esempio con problematiche che possono portare al burn-out. Resto convinto che lo strumento più adeguato è comunque il contratto collettivo, che permette di meglio codificare questa nuova forma di lavoro soprattutto riguardo al rispetto della sfera privata, alle pause, alla difesa della privacy e alla registrazione tempo di lavoro.

Siamo comunque in una fase d’incertezza, che spesso i lavoratori vivono anche nel loro privato. Alcuni preferirebbero tornare in sede, altri anche per esigenze famigliari preferirebbero continuare l’esperienza di telelavoro. È possibile secondo lei che si trovi una certa elasticità tale da andare incontro a tutte le parti?

Sarà fondamentale, soprattutto in una fase come quella attuale che, concordo, è delicata. Le aziende che dimostreranno una responsabilità sociale importante potranno trarre giovamento dalla soddisfazione dei propri collaboratori. Chi invece, in maniera miope, imporrà il rientro in azienda laddove sia la necessità del collaboratore, sia la possibilità di svolgere il lavoro da casa permetterebbero il telelavoro, si troverebbe a pagare un conto salato in termini di soddisfazione da parte di propri dipendenti. E il tutto andrebbe a ripercuotersi sulla redditività aziendale.

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