A parole sono tutti contro il dumping salariale (Ti-Press)
Ticino
22.08.2019 - 06:200

Salario minimo ancora in alto mare

Da oltre quattro anni l’annoso dossier è nell’agenda politica dei partiti ticinesi, ma non si è ancora giunti a un sintesi condivisa

Il Gran Consiglio approvò l’iniziativa popolare ‘Salviamo il lavoro in Ticino!’ lanciata dai Verdi il 24 marzo del 2015. Tre mesi dopo i cittadini la ratificarono alle urne con il 54,7% dei voti favorevoli, tanto che la Costituzione cantonale ora contempla, all’articolo 13 capoverso 3, il principio secondo cui “ogni persona ha diritto a un salario minimo che gli assicuri un tenore di vita dignitoso (...)”. Si precisa, inoltre, che “se un salario minimo non è garantito da un Contratto collettivo di lavoro, esso è stabilito dal Consiglio di Stato e corrisponde a una percentuale del salario mediano nazionale per mansione e settore economico interessati”.

Insomma, un principio chiarissimo sulla carta ma difficile da applicare nella pratica, almeno a giudicare dalle lunghe discussioni politiche e giuridiche che hanno preceduto l’approvazione da parte del governo del messaggio per il varo della nuova Legge cantonale sul salario minimo. Approvazione arrivata solo all’inizio di novembre del 2017. Da allora il testo legislativo e le considerazioni del governo sono all’attenzione della Commissione della gestione del Gran Consiglio che – complici anche gli appuntamenti elettorali – non ha ancora raggiunto una sintesi politica digeribile per tutte le forze: da destra a sinistra. La prima vorrebbe evitare ‘regali’ ai lavoratori frontalieri, la seconda insiste sul fatto che siano le aziende ad assumersi maggiori responsabilità sociali evitando di scaricare sull’ente pubblico (con i sussidi ai redditi bassi) i costi sociali del dumping salariale.

A dire la verità il Consiglio di Stato una forchetta salariale l’aveva individuata, forte anche della sentenza del Tribunale federale riguardante un dispositivo analogo introdotto nel Cantone di Neuchâtel (salario minimo legale di 20 franchi, ndr). Ricordiamo che l’Alta Corte ha stabilito che i salari che perseguono un obiettivo di politica sociale devono situarsi a un livello sufficientemente basso per rispettare i limiti imposti dal diritto federale e, in particolare, per non ledere il principio della libertà economica. Per il governo ticinese la forchetta dovrebbe situarsi tra i 18,75 franchi l’ora e i 19,25. Limiti fatti propri dal Plr. Già lo scorso maggio, prima della pausa estiva dei lavori parlamentari, il capogruppo liberale radicale Alex Farinelli era pronto ad andare in aula il più presto possibile con questa proposta. I socialisti, per bocca del capogruppo Ivo Durisch, propongono non meno di 20-20,50 franchi l’ora. I Verdi, promotori dell’iniziativa accolta dal popolo, invece, sotto i 21,50 franchi l’ora non intendono scendere. Il Ppd, da parte sua, indica un salario minimo indifferenziato di 20 franchi l’ora con correttivi attraverso un fondo perequativo. Una proposta simile, con bonus per le aziende locali che dimostrano di non essere in grado di versare da un giorno all’altro tali salari, la fa invece la Lega dei ticinesi. L’Udc anzi chiedeva di incentivare le imprese a concludere un Contratto collettivo (Ccl) al fine di ricevere un aiuto dallo Stato.

La settimana prossima, il 27 agosto, la Gestione tornerà a riunirsi per la prima volta dopo la pausa estiva. Il salario minimo non è però all’ordine del giorno. Verosimilmente si parlerà del consuntivo 2018. «Attendiamo di valutare le risposte del Consiglio di Stato ad alcuni dubbi giuridici sulle proposte in campo», ci spiega Daniele Caverzasio, capogruppo della Lega e presidente della Gestione.

Il governo boccia Lega e Udc

Le risposte attese sono intanto giunte all’attenzione della Commissione all’inizio di agosto e non lasciano adito a dubbi. In sintesi, spiega il Consiglio di Stato, non si possono concedere agevolazioni fiscali mirate ad aziende che aderiscono a un Ccl (si viola il principio costituzionale della parità di trattamento) e nemmeno incentivare l’adesione a un’organizzazione padronale firmataria di un Ccl (si viola la libertà di associazione e la libertà contrattuale). Il governo, infine, non si può esprimere sulla possibilità di prevedere un prelievo sui salari (modello assegni familiari) da riversare poi ai residenti dei ceti bassi in alternativa allo sgravio perché troppo generica e contraria alle norme fiscali federali e cantonali.

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