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14.06.2019 - 06:200
Aggiornamento : 19.06.2019 - 09:15

‘Sul lavoro il Ticino anticipa tendenze’

Enrico Borelli, dopo una lunga attività in seno al sindacato Unia, lascerà il Ticino per Zurigo. Le sue considerazioni sulle metamorfosi in atto.

Dopo vent’anni di sindacalismo in Ticino, dal Sindacato edilizia e industria a Unia, la sigla nata con la fusione dell’allora sindacato Flmo, dal 1° gennaio del prossimo anno (tra poco più di sei mesi) Enrico Borelli, classe 1969, diventerà co-segretario regionale di Unia a Zurigo e Sciaffusa. Due decenni sono un lasso di tempo piuttosto breve. Eppure in questo periodo la società ticinese e il mercato del lavoro sono cambiati anche piuttosto radicalmente. Basta pensare all’entrata in vigore – nel 2002 – della libera circolazione delle persone che ha fatto emergere situazioni prima di allora sconosciute.  «La libera circolazione delle persone è stata per il Ticino una sorte di acceleratore delle dinamiche liberiste che caratterizzano l’economia non solo in Svizzera», afferma Borelli. «Dal mio punto di vista, anche senza libera circolazione non avremmo situazioni molto dissimili da quelle odierne. Purtroppo in questi anni c’è stato un profondo degrado delle condizioni d’impiego che hanno portato a una crescente precarizzazione, diminuzione del potere di acquisto e a una messa in concorrenza tra lavoratori. Tutto ciò ha portato a un processo che definisco di ‘de-solidarizzazione’ della nostra società e che rende molto più difficile concretizzare politiche di tutela non solo dei salariati, ma di tutta la società».

È un momento difficile per il sinda­cato, quello odierno?
Il compito di un’organizzazione sindacale è appunto quello di organizzare collettivamente le lavoratrici e i lavoratori. Fare questo è difficile, ma siamo riusciti in questi anni a portare avanti una serie di iniziative (fra le altre le molteplici mobilitazioni nell’edilizia e lo storico sciopero della navigazione Lago Maggiore) che dimostrano che uniti è possibile ottenere dei risultati. C’è però da dire che il Ticino rappresenta una sorta di laboratorio negativo dove si sono sperimentate politiche del lavoro che definisco con il termine di ‘lombardizzazione’.

In che senso?
Il nostro cantone ha fatto da anticipatore rispetto a determinate derive del mondo del lavoro. Pensiamo al dumping salariale o al fenomeno del caporalato che era – o almeno così appariva – estraneo alla cultura imprenditoriale locale. Ci sono centinaia di lavoratori che nella nostra realtà vengono regolarmente taglieggiati. Le denunce e gli incarti aperti dal Ministero pubblico sono lì a dimostrarlo. Non mi ricordo, all’inizio della mia attività sindacale, che ciò fosse la regola. Ora è così, purtroppo.

Da gennaio andrà a organizzare il lavoro sindacale nella regione di Zurigo e Sciaffusa. In che modo sono diverse queste realtà rispetto al Ticino?
Il compito del sindacato, come dicevo, è quello di organizzare collettivamente i lavoratori. La messa in concorrenza dei lavoratori, la pressione sui salari, l’erosione dei diritti non è un fenomeno nuovo. Oggi queste tendenze attraversano trasversalmente il Paese. Il Ticino, a differenza di Zurigo, è inserito nel tessuto urbano della Lombardia che è una regione colpita da anni dalla crisi economica. In un raggio di pochi chilometri dal confine ci sono circa 450mila disoccupati. Questo crea una situazione di concorrenza sfrenata tra lavoratori residenti in Ticino e quelli residenti in Italia. Questi processi (liberalizzazione, dumping salariale e sociale eccetera) sono presenti in tutta la Svizzera. Le dinamiche sono simili in tutta Europa.

 

‘Incidere su tutti i temi sociali’

La situazione dei salariati è diversa a seconda che lavorino in un settore con un Contratto collettivo di lavoro o no. Dove c’è un partenariato sociale forte, anche con una dialettica aspra, le condizioni di lavoro sono buone.

Come estendere questa protezione ad altri lavoratori?
Sicuramente introducendo un salario minimo legale dignitoso e in grado di far fronte ai costi della vita in Svizzera. Oltre i 20 franchi, per intenderci. È però vero che dove c’è una tradizione sindacale forte, si riesce a ottenere di più. Oggi, complice la terziarizzazione dell’economia, in molti ambiti c’è un deserto sindacale. In alcuni settori, come la digitalizzazione, mancano addirittura gli interlocutori padronali. Per questa ragione il sindacato deve volgere lo sguardo e la sua azione oltre gli steccati classici. Lo sciopero delle donne di oggi è l’esempio lampante che serve una società più equa. Il lavoro sindacale deve diventare trasversale alla società.

Il sindacato fa politica attiva?
Un sindacato moderno, forte e indipendente, deve stimolare la politica. In questi 15-20 anni abbiamo fatto campagne contro i peggioramenti nel secondo pilastro e contro le politiche di sgravi fiscali. Ribadisco che il sindacato deve organizzare i lavoratori, ma deve essere in grado di intervenire su tutti i temi sociali, frenando il continuo degrado delle condizioni di vita della popolazione.

Un tema spinoso sono le aperture domenicali e festive. Con i cambiamenti tecnologici (e-commerce) non è una battaglia anacronistica?
Il riposo domenicale e festivo è centrale in ogni società, soprattutto in un momento di forte spinta produttiva a danno dei diritti sociali. C’è un tempo per il lavoro e un altro per la famiglia e le altre attività sociali e ricreative. La liberalizzazione degli orari dei negozi porterebbe a derive in altri settori mettendo in discussione le conquiste. E difendere la dignità umana non è anacronistico.

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