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26.02.2019 - 05:50
Aggiornamento: 07:14

Pedofilia nella Chiesa cattolica, ‘basta con l'omertà’

Dopo il summit convocato dal papa, la situazione in Ticino: ‘Con i provvedimenti siamo già avanti, collaborazione con la giustizia assicurata’

di Jacopo Scarinci
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Ti-Press

Sulla lotta alla pedofilia e agli abusi interni alla Chiesa, in Ticino «siamo avanti, molti provvedimenti sono stati già presi». All’indomani della chiusura del summit convocato in Vaticano da papa Francesco per discutere degli scandali più o meno recenti e delle possibili decisioni da prendere, il giudizio di Dante Balbo, psicologo e portavoce della Commissione diocesana di esperti a sostegno delle vittime di abusi sessuali in ambito ecclesiale, è positivo: «In Svizzera siamo sulla buona strada».

Nel senso che «lo scopo di Francesco era mettere ordine in questa delicata materia, prendendo decisioni valide per tutti. E se penso alla task force che coadiuverà le Diocesi nel gestire questi casi qualora ne avessero bisogno, annoto che come Conferenza episcopale svizzera questa scelta l’abbiamo già fatta autonomamente. Non so se il nostro modello sarà quello vincente, ma in Ticino abbiamo già persone esterne che vengono in aiuto della Diocesi (vedi articolo sotto, ndr) e il riscontro è positivo». C’è la possibilità, all’orizzonte, che il papa in persona agisca con un “motu proprio”, decisione non sottoposta ad alcun organismo della curia e che ha valore di decreto. Ma concretamente, come viene recepito da una Diocesi un tale atto? Quali meccanismi si mettono in funzione? «Se andrà a modificare il diritto canonico, esso si modifica dappertutto – risponde Balbo –. Se invece, ad esempio, dirà che tutte le Conferenze episcopali si devono dotare di commissioni come la nostra, i tempi di realizzazione non saranno uguali per le Diocesi».

Ma in atto non c’è solo un intervento di cosmesi. Siamo di fronte «a un’impronta molto netta di trasparenza, già cominciata con Giovanni Paolo II, e che prosegue. Ma deve fare i conti con due realtà». Nel senso che «quella esterna, chiede che la Chiesa faccia finalmente qualcosa di preciso e concreto, mentre quella interna ha resistenze notevoli in vari ambiti. Non è che siccome il papa è cambiato cambia tutto, c’è un cambiamento culturale che si deve compiere nella Chiesa stessa, intesa nel senso più lato, grande del termine». Perché no, per Balbo non è solo un problema di gerarchie ecclesiastiche, «ma anche di cultura dentro il popolo di Dio».

C’è stato, insomma, «un atteggiamento omertoso non solo da parte delle gerarchie, ma anche delle persone che magari erano vicine alle vittime, che hanno negato o minimizzato, pensando allo scandalo. Lo scandalo non era solo della Chiesa che voleva proteggersi, ma anche il non aver messo al centro del discorso la vittima, il tutelarla, il difenderla e il far sì che certe cose non accadano più». Questa difficoltà a marciare insieme delle due realtà è alla base della protesta di alcune associazioni delle vittime, che hanno criticato il summit dicendo che si tratta solo di parole, senza provvedimenti urgenti. «Ci sono già, chi è riconosciuto come autore di reati viene ridotto immediatamente allo stato laicale. Le associazioni dicono giustamente che bisogna migliorare il rapporto tra giustizia della Chiesa e giustizia penale. La questione che viene posta è: se caccio un prete lo faccio diventare laico, d’accordo. Ma se è un pedofilo continuerà anche da laico. Noi come Commissione se abbiamo documentazione che attesta il fatto procediamo, e la collaborazione con la giustizia penale è assicurata». 

Tra provvedimenti, prevenzione e formazione il clero ‘è più preparato’

La Commissione diocesana per il sostegno alle vittime è stata istituita per decisione del vescovo di Lugano, monsignor Valerio Lazzeri, nel 2017 e mette a disposizione delle vittime di abusi in ambito ecclesiale due psicologi. Che diventano una sorta di antenna, a disposizione di persone che hanno bisogno di parlare di quanto loro successo. E il portavoce Dante Balbo ci spiega che «se la Chiesa viene a sapere di un reato contro un minore ha l’obbligo di denuncia». Quando non riguarda un minore, invece, non potendo denunciare d’ufficio, l’azione diventa persuasiva, di stimolo: «Il compito della Chiesa è fare una raccomandazione a entrambi: al reo, di autodenunciarsi; alla vittima, di fare denuncia». Dopo l’ascolto della vittima da parte di un esperto, che inoltra un rapporto alla Commissione, quest’ultima prepara un dossier. Dove vengono considerati gli aspetti giuridici, verificando gli elementi emersi. A questo punto arriva la segnalazione al vescovo e l’incarto va sotto la lente della Commissione nazionale, che stabilisce l’entità del risarcimento. Finora «non sono state molte le segnalazioni, e una sola vittima ha fatto tutto l’iter». Ma se questo è quanto avviene dopo, qualcosa è migliorato anche nella formazione dei prelati. Oggi, riprende Balbo, «i nostri seminari sono dotati di consulenti sia per quanto riguarda la formazione dei futuri sacerdoti, sia la loro valutazione. In Ticino funziona già così: le persone vengono seguite e hanno un contatto con le parrocchie che le seguono, in modo da avere dei pareri, dei giudizi. Non era così, fino a non molto tempo fa». C’è un percorso di verifica sul piano pratico, insomma. E i nostri sacerdoti «hanno seguito tutti una formazione specifica sugli abusi, su come trattarli, grazie all’aiuto di Myriam Caranzano direttrice dell’Aspi - Fondazione per la protezione dell’infanzia». Ad ogni modo, il Ticino è pronto a recepire il “vademecum” che probabilmente papa Francesco invierà a tutte le Diocesi. «Questa direzione è stata presa dalla Conferenza episcopale svizzera nel 2014, la Commissione diocesana in Ticino abbiamo iniziato a pensarla addirittura prima. Se verrà presa questa strada, saremo pronti», conclude Balbo. 

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