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(foto Ti-Press)
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03.05.2018 - 06:00

Il panico divora sempre più adolescenti e chi sta in città

Genitori iperprotettivi e social, un mix che fa ammalare di disturbi di ansia sempre più giovani. Perché succede, come inizia e come se ne esce

di Simonetta Caratti

Chi scappa è perduto! È la regola che ogni terapeuta insegna sull’attacco di panico: bisogna affrontare il ‘mostro’ e farselo amico. Evitarlo, lo fa diventare più forte. Subentra la paura della paura che divora pezzi di vita fino a confinarti in casa. «Gli attacchi di panico sono molto diffusi, colpiscono maggiormente chi vive in città e sempre più giovanissimi, fino al 35% degli adolescenti», spiega lo psichiatra Michele Mattia

L’aumento degli attacchi di panico tra i giovanissimi, secondo la professoressa Sandra Sassaroli (che dirige gli studi cognitivi alla Scuola di specializzazione in psicoterapia cognitiva e dirige il Dipartimento di psicologia di Milano della Sigmund Freud University) potrebbe essere legato – ma non ci sono evidenze scientifiche al riguardo – alla tendenza di molti genitori ad essere iperprotettivi. «Sempre più famiglie hanno un unico figlio, che sarà il loro unico testimone, quello che porterà avanti i geni, e di conseguenza si tende a proteggerlo in modo esagerato. Un tempo si facevano fino ad otto figli e non si investiva così tanto solo su un figlio. Oggi è diverso. Penso a mamme iperansiose che vincolano o non permettono ai loro figli l’esplorazione del mondo, ripetendo in modo ossessivo ‘fai attenzione a questo, fai attenzione a quello...’. . Penso ad una madre che pretendeva di accompagnare il figlio trentenne ansioso in terapia», spiega la psicoterapeuta. Atteggiamenti che possono creare un terreno fertile per far crescere un’ideologia di fragilità, invece di favorire l’indipendenza di individui equilibrati e coraggiosi. Un genitore deve poter riconoscere le proprie ansie, verbalizzarle e contenerle.  

Un male insidioso e sottovalutato che attraversa la nostra società. Quasi una persona su tre lo incrocia. Conoscerlo è il primo passo per farcela, come ci spiega il dottor Mattia il presidente dell’Associazione della Svizzera italiana per i disturbi ansiosi, depressivi e ossessivo-compulsivi. 

Perché ne soffre di più chi sta in città? 
Si vive in locali piccoli dentro palazzi dove si devono tollerare i rumori altrui, per spostarsi spesso si è in coda, sui bus, sempre affollati, dove manca lo spazio. C’è anche più competizione sociale: sono tutti elementi che aumentano lo stress e riducono la capacità di gestire l’ansia.

Perché i giovani sono i più colpiti? 
Curiamo anche preadolescenti. Le nuove tecnologie possono essere un attivatore del panico. Pensiamo ai social, ai ‘like’ che creano approvazione o disapprovazione, una continua competizione e frustrazione che può influenzare l’equilibrio psichico di un adolescente . Viviamo in una società dell’iper controllo e della competizione ad alto rischio di ansia.

Non si nasce con l’ansia, perché inizia?
Alcuni segnali ci sono già in età infantile. Una certa tendenza all’ansia, un’insicurezza eccessiva che porta a evitare delle situazioni, diminuisce la comunicazione e aumenta l’isolamento. Ci può essere l’angoscia a presentare una relazione a scuola. Di regola, un periodo di stress, insoddisfazione o frustrazione precedono l’attacco. Non è legato, per forza, a un evento esterno ma a un accumulo di stress che la mente non può sopportare. Può arrivare anche di notte. Quando deflagra viene spesso scambiato erroneamente per una problematica cardiaca.

Perché il panico diventa un carcere?
Perché la paura di un nuovo attacco porta a evitare luoghi che crediamo minacciosi. Si può iniziare da una galleria – si va in panico perché non si vede l’uscita – fino a evitare tutti i tunnel. Si inizia a prendere solo la cantonale. Poi non si supera più il Ceneri. L’ansia si allarga a macchia d’olio fino a chiuderti in una prigione.

Come uscirne?
Facendosi aiutare. In 6 mesi si possono ottenere buoni risultati con la terapia cognitiva comportamentale, che lavora sui pensieri disfunzionali. Del tipo ‘se vado in ascensore si blocca e non esco più’. Osservare questi pensieri errati e ristrutturarli è il principio di questa psicoterapia. La tappa successiva è affrontare la paura. Se è l’ascensore, si focalizza la terapia sul lift, si osservano le emozioni che suscita e si impara a gestirle. Il tasso di successo quando il paziente si impegna è molto alto. La farmacoterapia all’occorrenza è utile. Yoga, meditazione e attività fisica aiutano. Più migliora lo stile di vita più riusciremo a curare il panico.

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