Ticino
05.02.2018 - 05:500

‘Asino, non vali niente!’

Alla luce dei diversi casi di docenti 'fuori controllo', abbiamo sentito l'esperto Pierre Kahn: 'Mortificare uno studente incide su stima e rendimento'

L’umiliazione di un bambino – sia verbale, sia fisica – è sempre una pessima idea, perché spinge il minore a chiedersi nel suo intimo: ‘Ma io valgo qualcosa?’. «Umiliazioni ripetute a scuola possono essere devastanti sul piano dell’autostima, che è la benzina della vita. Sono esperienze che possono lasciare tracce per una vita intera», spiega lo psicologo e psicoterapeuta Fsp Pierre Kahn. Vista la lettera pubblicata sulla ‘Regione’ sabato in pagina di Mendrisio e gli atteggiamenti fuori posto di docenti (vedi sotto), messi sotto inchiesta amministrativa, chiediamo all’esperto, spesso coinvolto in mediazioni tra studenti, famiglie e docenti, di spiegarci il punto di vista del bambino: cosa passa nella testa di chi è bersagliato da un docente?

La scuola non è più quel luogo dove volano sberle, tirate di orecchie, insulti agli allievi più vispi o diversamente intelligenti. Per anni la società ha tollerato la violenza come strumento educativo, anche a scuola, privando i minori dei loro diritti, perché obbligati a subire in silenzio. Oggi anche grazie a test neurologici sappiamo che il maltrattamento, anche verbale, ripetuto può avere effetti sullo sviluppo del cervello dei bambini, tali da renderli adulti incapaci di empatia. A dirlo è il neuropsichiatra francese Boris Cyrulnik, professore dell’Università di Tolone e padre della resilienza. Ossia la capacità di alcuni bambini maltrattati a resistere e superare i loro traumi – che siano lutti precoci, abbandoni, botte, insulti – e diventare adulti felici, mentre altri, con vissuti analoghi, annegano nel pantano della loro disistima.

«Chi subisce umiliazioni continue può diventare un adulto asociale, incapace di provare empatia oppure al contrario un adulto abile a mettersi nei panni degli altri, proprio grazie al suo vissuto».

Il silenzio che talvolta circonda questi fatti non aiuta le vittime, la cronaca ci mostra che spesso sono i genitori a segnalare i casi. «L’umiliazione fa ancora più male e può avere effetti davvero devastanti se il bambino non trova un contesto, soprattutto a casa, che lo ascolta, capisce e protegge», precisa.

Sberle e umiliazioni non devono essere tollerate, ma anche il lavoro del docente può mettere a dura prova i nervi. «Quando c’è un problema, l’umiliazione è uno strumento comunque inadeguato: invece di far riflettere l’allievo su ciò che sbaglia, il docente ferisce la sua autostima». Quando ci sono problemi di questa natura, vanno trovate vie di uscita. A volte basta cambiare punto di vista. «Dopo aver raccolto il vissuto del bambino, parlo col docente per capire la problematica e come risolverla: alcuni maestri non si rendono conto delle conseguenze del loro comportamento, ma si frenano quando capiscono la sofferenza causata all’allievo».

Se il bambino non dovesse parlare, come può la famiglia capire che qualcosa non va? Risponde sempre Kahn: «Un bambino che subisce per un certo tempo una situazione umiliante e non si confida con nessuno, mostrerà dei segnali: ad esempio, lamentando mal di pancia per non andare a scuola ed evitare così il problema. Oppure repentini cambiamenti di umore, poca voglia di giocare e mangiare, sonno disturbato». Infine chiediamo, come è un buon docente: «Severo ma giusto. Il senso di ingiustizia può provocare rabbia e comportamenti reattivi nel bambino».

Schiaffi davvero diseducativi

Quasi un bimbo su due, in Svizzera, riceve sberle educative. Lo rivela uno studio dell’Università di Friburgo: oltre il 40 per cento dei bambini sotto i quattro anni ha sperimentato una punizione fisica. Di fronte a queste cifre, c’è chi ha chiesto (invano) un divieto esplicito delle punizioni corporali da parte dei genitori. Il Consiglio federale, pur ritenendo la violenza incompatibile con il bene dei piccoli, è contrario al divieto e sostiene che le attuali leggi siano sufficienti. Fino al 1978 il Codice civile svizzero permetteva gli schiaffi. L’articolo 278 (che non esiste più) autorizzava i genitori a usare mezzi di correzione necessari per l’educazione dei figli. Ben 52 Paesi hanno vietato espressamente, con tanto di legge, le punizioni corporali. L’ultimo è la Francia dove il parlamento ha approvato recentemente il divieto di sculacciata e scappellotto. Prima fu la Svezia, nel lontano 1979, poi seguì la Finlandia nel 1983. Oggi il divieto di punizioni corporali sui figli è in vigore anche in Tunisia, Mongolia e Paraguay. Non in Svizzera. «Un divieto sarebbe un importante messaggio sociale, ma è utopico pensare che basti a sradicare questa pratica in ogni fa­miglia», commenta lo psicoterapeuta Kahn.

Gambe legate per stare dritta

Una maestra delle Elementari dell’Istituto scolastico di Mendrisio avrebbe legato le gambe di una bambina per ‘imporre’ una corretta postura. La bambina, che ha dovuto subire il gesto davanti alla classe, ha raccontato tutto ai genitori che hanno allertato l’autorità competente. Il Comune sta accertando i fatti e ha sospeso cautelativamente la maestra, nell’ottica di chiarire la gravità o meno dell’accaduto. Lunedì 22 gennaio c’è stato un incontro tra le autorità scolastiche e comunali, l’ispettrice scolastica del Circondario e le famiglie dei compagni di classe dell’allieva. «Da parte mia – aveva tenuto a far sapere il sindaco Croci (cfr. ‘laRegione’ 24 gennaio) – ho chiamato immediatamente la mamma della bambina, abbiamo parlato e mi sono scusato». Resta l’esigenza di chiarire l’accaduto e di trarne le debite conclusioni. «Probabilmente – annotava ancora il sindaco –, la maestra era convinta di fare del bene: il suo voleva essere un gesto propedeutico. Ma certe misure oggi non sono più ammesse nell’ambito scolastico». Tant’è che, raccontata la vicenda a casa, il tutto è sfociato poi in una segnalazione e, al momento, in una inchiesta interna. La scuola ha reagito organizzando vari incontri, anche con Myriam Caranzano, direttrice della fondazione Aspi.

‘Colpi da lasciarti senza fiato’

Va rifatta l’inchiesta sull’ex insegnante di Montagnola e già sindaco, accusato di maltrattamenti fisici e psicologici nella sua aula alle Elementari. Il giudice Siro Quadri ha rinviato ad ottobre l’atto d’accusa da completare al Ministero pubblico. La segnalazione risale al 2014, quando alcune famiglie hanno raccontato che i figli erano bersagliati dal docente manesco: un allievo caduto dopo che l’insegnante aveva sferrato un calcio alle gambe della sedia e tre allieve legate mentre erano sedute in aula. Sul caso il nostro giornale aveva raccolto altre testimonianze, come Marco (nome di fantasia, conosciuto alla redazione), ex alunno, sentito in polizia, oggi giovane adulto. «Mentre facevamo gli esercizi, lui passava fra i banchi e con un’asticella di legno ci colpiva sulla testa... forti frustate da lasciarti senza fiato. Con me, che cominciavo a esprimere il disagio a scuola e a casa, era ancora più violento. Dopo averci malmenato, ci minacciava: ‘Se parlate, vi picchio di più’». La madre di Marco andò a lamentarsi, il docente rispose: ‘Ma signora, non ho mai lasciato segni…’. Una brutta storia con pesanti conseguenze: «Marco soffre ancora di attacchi di panico, è stato traumatizzato da qual docente manesco, è ancora in cura», dice la madre. Il processo accerterà la verità. 

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