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13.05.2022 - 20:02
Aggiornamento : 23:46

Per l’epatite al Civico continua la battaglia legale

L’Ente ospedaliero non molla, nemmeno sui risarcimenti: la giornata in Appello

Quasi nove anni di procedimenti penali e ancora si attende un verdetto, per la clamorosa vicenda delle infezioni di epatite accadute nel dicembre del 2013 all’Ospedale Civico di Lugano. Come si ricorderà, il virus era stato propagato nel corpo dei pazienti durante gli esami nella Tomografia assiale computerizzata (Tac) proveniente, a quanto appurato, dal flacone del siero iniettato prima del liquido di contrasto. Un paziente infetto, probabilmente, aveva trasmesso il virus a quelli arrivati dopo per mezzo del liquido. L’ennesima puntata di questa telenovela legale è andata in scena davanti alla Corte d’appello e di revisione penale, chiamata a giudicare il ricorso dell’Ente ospedaliero cantonale contro la condanna a una multa di 60mila franchi rimediata dalla Pretura penale, per lesioni gravi. Ancora irrisolto, si è appreso, pure il tema del risarcimento danni per i tre pazienti che si sono costituiti accusatori privati. Le offerte dell’assicurazione Rc dell’Ente ospedaliero sono state giudicate troppo basse dai diretti interessati. Il procuratore pubblico Moreno Capella ha riproposto la multa di 60mila franchi, gli accusatori privati hanno presentato le richieste di danni – si parla di centinaia di migliaia di franchi – mentre l’avvocato difensore, Mario Molo, ha chiesto l’assoluzione dell’Ente ospedaliero. La sentenza verrà emessa prossimamente, ma a questo punto non sono per nulla da escludere ulteriori ricorsi al Tribunale federale.

‘Tracciamento impossibile’

Essendo risultato impossibile identificare l’operatore che infettò (involontariamente) i pazienti. Sul banco degli amputati nell’aula di Locarno si è trovato, a nome dell’Eoc, il suo direttore generale Glauco Martinetti, peraltro in carica soltanto dal 2021 e apparso piuttosto a digiuno di questioni come l’organizzazione degli esami Tac. Dove, si è appreso, che nemmeno oggi si può ‘tracciare’ la presenza dei singoli operatori per ogni intervento. Viene considerato un intollerabile aggravio burocratico. È stata per contro subito introdotta una importante modifica: il liquido incriminato viene ora preso da flaconi monodose e non più da confezioni grandi, elemento che determinò l’infezione.

Un calvario

L’avvocato Stefano Pizzola ha ricordato il calvario di una delle vittime: «Il mio cliente uscì di casa per una visita di routine e tornò con una infezione grave. Al momento per fortuna la malattia non sembra essersi ripresentata. Il fatto che un ospedale pubblico non abbia ancora risarcito queste persone dopo nove anni non può non essere considerato sorprendente». Resta tra gli infetti l’impressione di essere stati abbandonati, rinforzata dalla stringatissima lettera di scuse ricevuta dall’allora direttore dell’Ospedale regionale Luca Jelmoni, che apparve più una mossa processuale che l’espressione di un sincero rincrescimento. «Il medicinale usato per la successiva cura, sperimentale, non assicura sulla guarigione a lungo termine. Vi è stato poi lo shock di essere stato infettato in ospedale; dall’Eoc non è stato offerto nessun sostegno psicologico e il mio cliente in seguito all’accaduto è stato messo al 60% dal suo datore di lavoro». L’altro accusatore privato, l’avvocato Rossano Bervini: «Mi sento quasi responsabile; forse se non avessi creato l’Ente ospedaliero questa cosa non sarebbe successa» chiosa l’ex consigliere di Stato, che proprio durante il suo mandato promosse il varo dell’Eoc e poi della Legge sanitaria cantonale.

Assodata la dinamica dei fatti, la giornata processuale si è giocata sul piano del diritto. La difesa chiede il rinvio dell’incarto alla Pretura perché il nuovo atto d’accusa modificato rispetto a quello del primo processo violerebbe il principio dell’immutabilità dell’atto d’accusa. L’avvocato Mario Molo rigetta il rilievo di cattiva gestione interna e annota che i tre pazienti sono tutti nel frattempo guariti, apparentemente. Della prima istanza, ovvero la legalità procedurale dell’atto d’accusa, la Corte (presieduta dal giudice Angelo Olgiati) deciderà in sede di sentenza, mentre Molo avrebbe voluto una decisione preliminare. Di lesione grave comunque si tratta, secondo il procuratore Moreno Capella che richiama le precedenti sentenze in materia. Le perizie del resto testimoniano del pesante impatto subito dalle vittime di questa infezione. Il riferimento alla cattiva organizzazione si fonda sulla Legge sanitaria. Il fatto stesso di non poter risalire al tecnico di radiologia autore delle iniezioni infette, testimonia la grave mancanza di organizzazione e richiama quindi l’Ente ospedaliero a una responsabilità penale. Ricordato in particolare l’articolo 6 della Legge sanitaria: "Il paziente ha il diritto di conoscere le generalità e le qualifiche professionali di ogni operatore sanitario che partecipa o interviene nella cura o nel trattamento". Il pp ha chiesto una multa di 60mila franchi, la stessa inflitta in primo grado.

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