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21.01.2022 - 09:00
Aggiornamento: 16:00

Migranti e centri di accoglienza: ‘È questo fare casa?’

Due testimonianze riportano al tema degli asilanti in Ticino. Dalla struttura provvisoria di Pasture all’intensa attività dell’associazione DaRe

migranti-e-centri-di-accoglienza-e-questo-fare-casa
Francine Rosenbaum
Il Centro provvisorio di Pasture
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Dopo l’approfondimento de ’laRegione’ sui migranti e il loro ‘mondo a parte, sospeso’ nei centri di accoglienza (cfr. edizione cartacea del 3 gennaio), sono state molte le voci che si sono alzate per testimoniare condizioni e speranze dei richiedenti l’asilo. “È questo fare casa?”, ha sollevato la domanda un lettore riferendosi in particolare al Centro provvisorio di Pasture, a cavallo fra Balerna e Novazzano, dove da qualche settimana è stato avviato il cantiere per quello che sarà il nuovo Centro federale d’asilo. Qui, attualmente, dove trovano un posto-letto fino a 220 persone, «distruzione e costruzione sembrano la stessa cosa, inerti e/o macerie. Incerti i destini, anime al macero...». A descriverci l’orizzonte degli stabili di proprietà delle Ffs è Paolo Buletti, un passato da logopedista e membro dell’Associazione Progetto Aula 13 (associazione che riflette sui temi del lavoro con le famiglie migranti nell’ambito scolastico e sociale): «Finestre, luci accese, potrebbero rivelare presenze. Il panorama è rettilineo, binari e treni merci, ancora barriere. Sullo sfondo, a distanza di sicurezza, brandelli di campagna disadorna e case abitate».

Le foto che ne attestano la desolazione mostrano «viali d’accesso senza alberature. Le foglie, i rami creano scompiglio. Meglio un netto muro di cemento per segnare il perimetro. La verticalità sia riservata alla gru di ferro pesante. L’orizzontalità alle scavatrici. Chi osa i movimenti irregolari del gioco lo faccia a suo rischio e pericolo» mette in allarme dalla vivacità dei piccoli asilanti. «Il cappuccio è d’obbligo per gli invisibili. L’arancione? Riservato agli esterni. Le luci comunque sempre accese, presenze possibili ma non constatabili. Zoom fuori gioco. Presenze non certificate, forse il profilo di un letto. Cemento armato, macchinari, materiali da costruzione fanno da barriera protettiva alla sensibilità degli autoctoni. Voi che passate di lì, perseverate nel domandarvi se questo è fare casa, insistete nel chiedere e nell’offrire presenza. Voi che vi ostinate a sapere, a salutare, a riconoscere i volti, scavate con gli occhi, con le mani per cercare parole adatte, precise, commosse».


Attività all’Associazione DaRe

Dal 2016 l’associazione ‘DaRe - Diritto a restare’, con sede a Bellinzona, segnala a tutti i livelli quello che viene definito come “il sistema della non accoglienza ticinese”, «purtroppo – ci spiega la direttrice Lara Robbiani Tognina – senza grande successo visto che di regola i migranti non sono creduti. Per questo abbiamo iniziato a essere regolarmente presenti nei centri portando un po’ di umanità e sollievo attraverso la distribuzione di beni di prima necessità. Ma non solo. Il nostro Babbo Natale, per esempio, ha regalato doni, biciclette e giochi (così da sollevare le famiglie già in difficoltà dall’impegno di acquistarli da Croce Rossa). Mettiamo a disposizione accessori per le neomamme (passeggini, culle per la nascita), ci occupiamo della raccolta di pannolini, tanto che ora chi ha necessità arriva spontaneamente al nostro centro per i vestiti, i giochi dei bambini e l’oggettistica per la futura casa. Abbiamo inoltre corsi di conversazione in italiano. E proprio per migliorare il nostro lavoro come associazione, mi sto formando quale specialista nella migrazione con esame federale. Perché è sul campo e nella realtà del territorio che si può aiutare realmente, non attraverso la teoria dei funzionari...».

Come è nata la vostra associazione?

È nata in seguito all’anno sabbatico svolto da mia figlia maggiore Febe che, prima di iniziare l’università, ha voluto vedere e capire meglio quello che erano la migrazione e l’accoglienza lavorando in un centro in Svizzera francese e in Sicilia per l’accoglienza dei minori non accompagnati. I suoi racconti, uniti alle immagini dei morti in mare, non mi potevano lasciare indifferente e ho dovuto reagire. Ho iniziato a raccogliere vestiti, insieme ad altri volontari, portandoli a Milano, Como, invii verso la Grecia e i Balcani. Poi la scoperta del bisogno di abbigliamento anche da noi nella ricca Svizzera dove i migranti accolti a Bosco Gurin, Peccia e altri luoghi discosti non ricevevano automaticamente un cambio. Il raccontare quello che facevo ha fatto sì che molti altri e altre si sono affiancati alla mia attività. A un certo punto, per trasparenza, visto che c’erano piccole donazioni e per dare una continuità al progetto, siamo diventati nel 2016 associazione. Non era in progetto quando ho iniziato, pensavo fosse un’emergenza. Ora abbiamo 200 membri e 300 utenti tra migranti e persone locali in difficoltà.

Quali criticità avvertite in chi si presenta nei centri di Bellinzona e Manno?

A Manno, presso la mia abitazione, vi è la sede amministrativa, visto che il primo centro di raccolta è stata la stanza di Febe che si era trasferita a Neuchâtel a studiare etnologia. Vediamo tanta solitudine, tanto bisogno di avere qualcuno che li ascolta, rispetta e consideri alla pari, che li coinvolga e li valorizzi per le loro capacità e specificità. Il centro si chiama Casa DaRe, lo hanno battezzato loro così, perché, hanno detto, “qui ci sentiamo a casa, è la nostra casa”. Vi è la necessità di proporsi quale nuova forma di società inclusiva. Non gruppi etnici separati ma eritrei, siriani, ticinesi, afgani che cercano una forma di convivenza, di scambio reciproco di conoscenze. Un luogo per le famiglie, per giovani e anziani, mamme con bambini piccoli. Mancano peraltro i luoghi in cui pure gli uomini, i papà sono coinvolti.

Vi sono, secondo voi, delle problematiche legate alla gestione della distribuzione dei vestiti ai migranti da parte di Croce Rossa?

Il sistema scelto è quello di consegnare dei buoni con cui il migrante deve andare a rifornirsi alla Croce Rossa o alla Caritas. Il buono ha un valore di 50 franchi e non è possibile prendere nulla che superi quella cifra. Va detto che i prezzi dei negozi Croce Rossa e Caritas non sono bassi. Nel Giura, come appurato da mia figlia, i prezzi andavano da 50 centesimi a pochi franchi, mentre in Ticino trovi magliette per 30 franchi! C’è poi l’idea che un cambio possa bastare, anche se brutto e fuori moda, importante che siano vestiti, ma non è così: la dignità passa anche dall’abbigliamento, dal potersi vestire scegliendo qualcosa che piaccia potendo rivalorizzare la propria bellezza. Ho trovato ragazzi a cui hanno dato vestiti da ragazza (tanto non capiscono), no così non va! Quando andavamo nelle pensioni e portavamo vestiti gratis, erano sospettosi, poi mi hanno spiegato: “I tuoi non sono gratis, si possono vendere! Quando ci dicono che sono gratis hanno i buchi e sono sporchi...”. Dai centri vengono a Bellinzona, si pagano il viaggio in treno per rifornirsi per loro e per le proprie famiglie. Non vi è alcuna collaborazione ufficiale con la direzione della Croce Rossa che nega che abbiano bisogno... Così il passaparola tra di loro li porta a DaRe, tanto che ogni settimana aumenta il numero di persone.

Crede che in Ticino si faccia abbastanza per i profughi e i richiedenti l’asilo?

Assolutamente no. Ci sono due livelli: quello istituzionale (Cantone, Croce Rossa, Sos, Caritas), che tra di loro si complimentano in continuazione per l’ottimo lavoro svolto, e ci siamo noi e tante altre realtà che lavorano sul territorio percependo la netta differenza tra la teoria e la pratica. Non credo che i funzionari siano in cattiva fede, loro sono veramente convinti che le cose si possano svolgere come la legge stabilisce, il problema sta nel fatto che molte volte non è così semplice. Ho svolto un percorso universitario di formazione (Cas) in cooperazione e sviluppo e sono rimasta sorpresa su come, per ottenere dei fondi, è necessario presentare un progetto dettagliato, con gli effetti negativi che può causare, resoconti intermedi finali... Ho visto molti soldi dati per dei progetti che non sono mai decollati. I migranti sono stati utilizzati come semplici e marginali alibi... Devo però riconoscere che qualcosa di positivo si sta muovendo e che piano piano c’è un miglioramento, inoltre c’è sempre più gente che vede e reagisce.


Lara Robbiani Tognina

Quali interventi auspicherebbe a favore di una maggiore integrazione e sostegno dei migranti giunti in Ticino?

Finalmente sono stati intensificati i corsi d’italiano. È scandaloso che trenta donne eritree mi abbiano dovuto consegnare una lettera chiedendomi di essere loro portavoce per aver il diritto ai corsi d’italiano. Alcune di loro sono in Ticino da 5-7 anni, ma per qualche motivo sono uscite dalle maglie dell’integrazione. Il Ticino ha, infatti, questo sistema di progetti ‘a mandati’. Per cui se un anno ci sono soldi per mamme con figli di un anno e tu sei una mamma con un figlio di un anno li puoi ottenere, ma l’anno successivo i parametri possono cambiare e qualcuno ne rimane sempre fuori. Manca poi un coordinamento delle attività sul territorio. Ci sono associazioni che nascono e muoiono, illudendo i migranti con progetti che non portano a termine. Manca un ombudsman/woman, qualcuno cioè al di sopra delle parti che faccia da garante ai migranti, ma che possa anche controllare l’operato del Cantone, di Croce Rossa, di Caritas... Mi sono iscritta, con altre dodici persone, alla formazione con esame federale quale specialista della migrazione e credo che questa possa essere una figura interessante da inserire nel nostro territorio.

Avverte da parte dei ticinesi una piena coscienza della tematica dei richiedenti l’asilo?

Quando sono correttamente informati sì! Io faccio molta informazione nei gruppi di anziani, nelle scuole... e mi rendo conto che l’assenza di informazioni causa ostilità. Per questo abbiamo avviato un progetto di quartiere che porta a cucinare insieme piatti della nostra e della loro tradizione. È bellissimo quello che si crea tra i vicini. Finalmente ci si può conoscere e scoprire di esser più simili di quanto si credeva, come usare gli stessi alimenti, i trucchetti per migliorare una pietanza... Credo che molte volte fa comodo che le cose non funzionino. Perché se l’integrazione funzionasse, come potrebbero giustificarsi i partiti più di destra? Dove troverebbero la loro linfa? Il tenerli, invece, isolati, ghettizzati dal resto del mondo, non aiuta la conoscenza reciproca. Bisogna essere coscienti che dall’incontro con l’altro inevitabilmente si cambia e questo a tanti fa paura. Invece è arricchente e non si perde proprio nulla della propria identità, anzi. Io sono orgogliosissima di essere svizzera e di rappresentare un Paese bello, accogliente con le proprie regole, tradizioni e riti.

Quante persone mediamente si rivolgono alla vostra associazione? Quali le maggiori richieste ed esigenze?

Ogni mercoledì ci sono fra le cinquanta e la sessantina di persone, prima della pandemia erano anche un centinaio. Aumentano, negli ultimi tempi, i ticinesi, un terzo sono locali, con anche un passato migratorio. Abbiamo stranieri, asilanti, richiedenti l’asilo o persone che si trovano nel bunker con un foglio di via, ma che per molti anni potrebbero dover vivere sul nostro territorio senza nessun tipo di accoglienza. Hanno bisogno di scarpe, giacche, giochi e vestiti per i bambini e in particolare tutto quello che serve ai neonati come lettino, culla, passeggini, abbigliamento, accessori vari. Ma hanno pure bisogno di confidarsi, di chiacchierare con un amico e con noi tutti, di poter sorridere e ridere insieme, visto che, di nuovo, gli abbracci ci sono negati.

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Migranti chiusi in un mondo a parte, sospeso

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