Il 10 ottobre 2017 Puigdemont firma la dichiarazione d'indipendenza della Catalogna e, nello stesso istante, sospende i suoi effetti. Volevano davvero una repubblica o solo maggior autonomia? (Keystone)
Luganese
17.09.2019 - 06:100
Aggiornamento : 09:56

Carles Puigdemont a Lugano: ‘Non sono un latitante’

Intervista all’ex presidente della Catalogna: ‘Sono indipendentista ma non ho perso la speranza che lo Stato della nazione catalana sia quello spagnolo’

«La Spagna, nel suo ordinamento giuridico interno, riconosce il principio all’autodeterminazione dei popoli, ma non lo rispetta». L’accusa proviene da Carles Puigdemont. L’ex presidente della Catalogna, giunto a Lugano quale ospite principale del festival ‘Endorfine’, che nella sua prima edizione si china sul tema dell’identità. C’era stato chi, nei giorni precedenti al suo arrivo in Ticino, aveva criticato la presenza di una figura così controversa in qualità di ‘relatore unico’ della conferenza aperta prevista nel Luganese. Non aveva tutti i torti. Ecco perché ‘laRegione’ è andata a trovarlo poco prima della sua presentazione pubblica. Nel corso dell’intervista il leader del movimento separatista catalano non si sottrae alle domande: cosa è successo veramente in Catalogna nell’autunno di due anni fa? Chi è oggi Carles Puigdemont: un fuggitivo, un esiliato politico, oppure entrambi? «Un esiliato politico, senza dubbi – esordisce l’ex presidente della ‘Generalitat’ catalana –. Un latitante non lo sono mai stato. Quando sono partito dalla Catalogna non c’era nessuna denuncia nei miei confronti. Me ne sono andato come un cittadino europeo in piena libertà di movimento. E ogni volta che sono stato sollecitato dalla giustizia, mi sono messo a disposizione delle autorità: sia in Belgio che in Germania.

Non crede forse che se due anni fa, invece di abbandonare la sua città, si fosse consegnato alla giustizia spagnola, ciò avrebbe potuto rafforzare la sua figura e il suo movimento?
La verità è che non credo nel martirio politico. Viviamo in democrazia: le democrazie non hanno bisogno di martiri. Servono invece persone pronte a combattere per i valori democratici. Questo, dal carcere in Spagna, non lo avrei potuto fare. Io credo nella lotta politica e questa lotta posso portarla avanti molto di più da fuori, come cittadino libero. Comunque è vero che quando sono stato arrestato in Germania, ciò ha aiutato a promuovere la consapevolezza sulla nostra crisi nello spazio europeo, il luogo in cui dobbiamo riuscire a spiegarci meglio.

Torniamo a quelle agitate settimane di fine ottobre 2017: voi sicuramente sapevate che le vostre azioni avrebbero avuto delle conseguenze, dal momento in cui vi portavano nel terreno dell’illegalità. Perché siete andati avanti comunque?
Noi avevamo analizzato quali sarebbero state le conseguenze da affrontare, certo. Ma pensavamo che la Spagna fosse una democrazia e che, come tale, avrebbe rispettato le proprie leggi. Bisogna chiarire quanto segue: organizzare un referendum per l’indipendenza non è un reato secondo il codice penale spagnolo. Credevamo che la Spagna si sarebbe comportata come uno Stato europeo, che di fronte a una massiccia dimostrazione democratica, se si vuole di disubbidienza civile, la risposta sarebbe stata anch’essa democratica. Ci siamo sbagliati: ci hanno bastonato, tanto. Ci hanno soppresso. Hanno sciolto un parlamento legittimo (quello catalano, ndr) tramite un decreto e hanno sostituito tutto il governo senza nessuna negoziazione. Così abbiamo imparato una lezione: ora sappiamo chi abbiamo di fronte, qualcuno che non sarà mai disposto a negoziare, che risponde sempre con la violenza. È stata una grande delusione per noi, che credevamo nell’evoluzione della democrazia spagnola.

Dopo il suo discorso del 10 ottobre, da Madrid le arriva la famosa domanda: Puigdemont, lei ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna o non l’ha fatto? Ora invece le chiedo di rispondere a quanto segue: se consideriamo una dichiarazione d’indipendenza come l’atto politico che riflette una ferma volontà popolare, come è possibile che sia rimasto uno spazio all’interpretazione semantica delle sue parole?
Questo bisognerebbe chiederlo al governo di Madrid… (sorride, ma la domanda sembra averlo messo in imbarazzo, ndr). Io ho risposto per ciò che ho fatto: così come previsto dalla Legge di referendum, ho riportato il risultato della votazione in parlamento. Tale risultato determinava certe conseguenze: ciò che ho fatto, dopo aver comunicato che il popolo di Catalogna aveva deciso di convertirsi in una repubblica indipendente, fu sospendere gli effetti di tale dichiarazione per consentire uno spazio di dialogo con il governo spagnolo. La nostra volontà di aprire un processo di dialogo fu chiara e netta, anche prima del referendum. È stato duro per me: fare un passo e poi congelarlo. Ma volevo privilegiare la via di un possibile dialogo. Al popolo catalano piace il dialogo, non lo scontro. Purtroppo ci siamo trovati di fronte a una grande trappola.

Dunque, anche se non lo desideravate, ci fu lo scontro. Cioè, avete dovuto misurare le vostre forze. È possibile che sia stata la mancanza di sostegno popolare la spiegazione del fallimento della vostra iniziativa indipendentista? Glielo chiedo perché certi analisti osservano che il suo movimento non è veramente rappresentativo delle classi popolari catalane, bensì degli interessi del potere economico locale e dei settori più abbienti della società…
Questo è quello che dice il dossier promosso da ‘Spagna globale’, una fabbrica di ‘fake news’ che il governo spagnolo ha diffuso in tutto il mondo. Ma che strano: un movimento delle classi elevate in cui le imprese hanno manifestato il loro sostegno incondizionato al Re e hanno minacciato una guerra economica in Catalogna... Sono stati loro i più monarchici e anti-indipendentisti. Basta veramente poco per fare crollare tale versione. L’appoggio popolare come si misura? Tramite le elezioni. E quali sono state le elezioni in cui l’indipendentismo catalano ha ottenuto il suo miglior risultato? Queste ultime, le europee. Questa è la realtà e la realtà supera sempre la propaganda. Ci hanno accusato di essere xenofobi, suprematisti, di essere contro la lingua castigliana, di non voler condividere il nostro denaro con le regioni povere di Spagna. Mi fa piacere che sia questa l’argomentazione, perché se un osservatore indipendente passa soltanto un paio di giorni in Catalogna giungerà a delle conclusioni totalmente contrarie: vogliamo una repubblica per garantire la giustizia sociale e per poter dare speranze alle classi più deboli (ciò che in Spagna non è possibile). Vogliamo una società aperta nella quale accogliere tutti, trattandoli come cittadini degni, con diritto all’educazione, alla salute, al lavoro e un’abitazione. Noi non ci appelliamo al diritto di sangue e di suolo per considerare i nostri pari come veri concittadini. Siamo una società plurale: il 70 per cento delle famiglie catalane ha origini fuori dalla Catalogna. Non c’è spazio per una componente etnica nelle nostre rivendicazioni.

L’ultima domanda: José Ortega y Gasset ha detto nel 1932: “Il problema catalano non si può risolvere, possiamo solo convi­vere con esso”. Aveva ragione?
La teoria della “convivenza”… Un po’ di ragione c’è se la Spagna non capisce la Catalogna nella sua totalità, come una nazione alla quale non dà fastidio fare parte dello Stato spagnolo. Io sono indipendentista ma non ho mai abbandonato la speranza che lo Stato della nazione catalana sia quello spagnolo. Ma ciò attraverso una trasformazione dello Stato spagnolo in moderno, democratico, federale, europeo, rispettoso delle identità. Se non si capisce questo, perché nella cultura politica spagnola prevale l’idea “sacra” dell’unità di Spagna, un’idea che sembra quasi religiosa, allora chiaro: con il “problema catalano” si può soltanto convivere, nella migliore delle ipotesi. Ma questo porta al fallimento di uno Stato moderno. Quale può essere la soluzione? Un referendum vincolante, concordato con il governo spagnolo. Soltanto che attualmente non abbiamo un dialogo aperto con Madrid. La ricetta di Sanchez (del Partito socialista spagnolo) è uguale a quella di Rajoy (del Partito popolare). Questa è un’altra grande delusione per noi, che gli avevamo dato i nostri voti per consentirgli di formare l’esecutivo. Per molto tempo abbiamo sostenuto il governo spagnolo, sia quello di sinistra di Felipe Gonzalez che quello di destra di José María Aznar. Ma negli ultimi trent’anni c’è stato un processo di maturazione del conflitto. Nel 2005 in Catalogna avevamo approvato, con 120 voti a favore e 15 contrari, un nuovo statuto di autonomia seguendo le regole che ci indicava la Costituzione. Il testo con alcune modifiche fu anche approvato dal parlamento spagnolo e poi dal popolo in un referendum nel 2006. Ma i 15 deputati che avevano votato ‘no’ hanno presentato un ricorso al Tribunale Supremo e sono riusciti a derogare lo statuto, grazie alla complicità dei giudici nominati dal governo di Aznar. È da lì che abbiamo detto: se non possiamo essere come vogliamo dentro la Spagna, dovremo esserlo fuori. L’indipendenza di Catalogna è la nostra ultima opzione, non la prima. Anche se questo ci porta ad assumere un cammino difficile, doloroso, lungo, incerto. Ma è l’unico possibile.

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