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In quest'emergenza sanitaria, è soprattutto la solitudine a caratterizzare i nove mesi (foto Ti-Press)
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23.12.2020 - 06:000
Aggiornamento : 10:16

Quando la dolce attesa si fa anche solitaria

Gravidanza e parto durante il covid. Tre figure raccontano la propria esperienza: una gestante, una caporeparto e una levatrice indipendente

«Si tratta di un evento straordinario in un periodo altrettanto straordinario». L’eccezionalità è riferita a gravidanza e parto, ma anche al contesto pandemico che stiamo vivendo. Da circa nove mesi, l’emergenza sanitaria con le sue ondate virulente sta condizionando non poco la nostra vita. Partendo dal presupposto che gravidanza e parto sono faccende individuali non generalizzabili, ci siamo chiesti come la pandemia stia incidendo sulla quotidianità, quali timori e sentimenti faccia emergere, quali strategie messe in campo per farvi fronte. Una gestante, una caporeparto d'ostetricia e una levatrice raccontano come la loro quotidianità è stata condizionata.

‘Manca il contatto con la mia famiglia’

Nata in Spagna 32 anni fa, Olaya vive in Svizzera da sei anni. Nel quotidiano, racconta di essersi ben organizzata, su tutti i fronti.

«È la mia prima gravidanza e sono nel terzo trimestre. Soprattutto, sento la mancanza della mia famiglia che vive in Spagna. L’ultima volta che l’ho vista è stata questa estate, quando vi abbiamo fatto una scappata, ma ora non è più possibile. I miei familiari non mi hanno quindi vista con la pancia, non hanno potuto toccarla... C’è il telefono, certo, ma non è la stessa cosa. Non poter avere il contatto fisico e reale con i miei cari è la cosa più difficile da affrontare, anche perché è ciò di cui ho bisogno adesso. Nonostante la nostalgia, comunque, sto affrontando bene questa seconda ondata. Rispetto alla prima (in cui non ero ancora incinta), ho un po’ più paura rispetto al coronavirus, sarà dovuto anche all’avvicinarsi del termine. Non vorrei essere positiva durante il parto, questo comporterebbe l’isolamento, non poter avere mio marito accanto o, nella peggiore delle ipotesi, avere la febbre durante la nascita del mio bambino».

‘Linea chiara, lavoro sereno’

Infermiera e levatrice, Federica Balestrini è responsabile del Reparto di neonatologia e ostetricia alla Clinica Santa Chiara di Locarno, dove da inizio anno sono nati più di trecento bambini.

«Se si parla di parto, nonostante non si possa generalizzare, anche in questo straordinario contesto sanitario è bene distinguere fra naturale e programmato (cesareo e provocato). Per ogni tipologia, c’è una diversa organizzazione. Nel caso del parto programmato, v’è il tempo per effettuare un tampone e avere il risultato prima del ricovero. Qualora l’esito fosse positivo, la donna viene trasferita al San Giovanni di Bellinzona. Da inizio pandemia, in clinica, i casi di positività al covid in pazienti in attesa di parto sono stati solo tre.

Per quanto riguarda il parto naturale, si distinguono due prassi: se il travaglio è all'inizio, il tampone viene fatto al momento dell’arrivo in clinica; mentre se si tratta della fase espulsiva, viene fatto a parto concluso. In questi casi, nell’attesa dell’esito, la donna è trattata come se fosse positiva, proprio per scongiurare qualunque rischio. Al momento del travaglio attivo, il futuro papà può entrare in sala parto e assistere alla nascita, bardato dalla testa ai piedi con i presidi sanitari proprio come il personale.

In seguito, la neomamma viene stabilita in una camera, dove alloggia con il neonato, assistita dal personale. Nel caso in cui desideri riposare, il neonato viene accudito in nursery. Ogniqualvolta un operatore entra nella stanza, la paziente deve indossare la mascherina, mentre il papà se presente la deve sempre tenere in viso. Durante il ricovero, lui è il solo a poter rendere visita a mamma e neonato, per un'ora al giorno.

Naturalmente, osserviamo le direttive emanate dall’Ufficio del medico cantonale e applichiamo un protocollo di sicurezza rigido, che finora nel nostro reparto ha avuto buoni risultati. Le disposizioni per noi sono state subito molto chiare, e quando c’è chiarezza è facile gestire le situazioni in modo deciso e sicuro. A ciò va aggiunta l’ampia disposizione dei presidi sanitari (mascherine, visiere, camici, guanti, copriscarpe, cuffie). Tali condizioni di lavoro permettono ai dipendenti di affrontare una situazione eccezionale che ha anche registrato un considerevole aumento di nascite. L’incremento è dovuto in parte anche al temporaneo accreditamento di ginecologi da altre strutture, come la Carità di Locarno, che hanno chiuso i propri reparti dedicati per far fronte all’emergenza pandemica. Una delle difficoltà che ho potuto riscontrare è stata la gestione emotiva del personale: tutti abbiamo famiglia, vicina o lontana, e il timore della diffusione incontrollata della malattia nella popolazione è un peso che ci portiamo addosso e ci preoccupa».

‘Tra i problemi, la comunicazione fallace’

Veronica Grandi è levatrice indipendente e copresidente della sezione ticinese della Federazione svizzera delle levatrici, fondata nel 1985.

«Solitudine e isolamento sono forse i due aspetti che più hanno segnato uno fra gli eventi più straordinari nella vita di una famiglia. Oltre a questo, uno fra i fenomeni più diffusi in questi mesi sono le dimissioni precoci. Le neomamme rientrano a casa molto prima: se non il giorno stesso, quello appena dopo il parto. La ragione è la paura di restare nelle strutture sanitarie, viste come luogo di contagio, ma anche perché si ha il desiderio di vedere i propri cari.

Ciò ha portato all’intensificazione del lavoro delle levatrici indipendenti sul territorio, nella pratica però non ci sono stati grandi cambiamenti. Nonostante sia stata obbligatoria una riorganizzazione (soprattutto pensando allo scenario peggiore con quarantene o isolamenti delle operatrici), funziona tutto molto bene. Siamo state capaci di gestire i rientri precoci, dimostrando che le neomamme non sono sole. Il nostro intervento è stato ripensato soprattutto dopo il periodo più intenso dei primi 10-15 giorni di rientro a casa. Cerchiamo di dare strumenti ai genitori perché siano in grado di gestire l'allattamento o comprendere al meglio i bisogni del neonato.

Per quanto ci riguarda, il problema principale è l’assenza di comunicazione con l’Ufficio del medico cantonale, con cui tuttora è difficile avere un confronto. Le direttive, che giungono sempre per vie traverse, non sono ben delineate e ciò rende difficile e insicura la nostra professione. Bisogna comunque sottolineare il grande aiuto datoci dalla nostra Federazione nei diversi frangenti, come ad esempio il reperimento del materiale. Inizialmente questa è stata una difficoltà di non poco conto e anche onerosa economicamente. Ma grazie al comitato centrale e a quello cantonale ci siamo organizzate velocemente. Ora come ora, una delle questioni in sospeso è la fatturazione delle prestazioni che forniamo – già di per sé un tasto dolente –, come le consultazioni telefoniche alle pazienti. In questo contesto, il telefono è parte della visita, visto che si cerca di limitare i contatti allo stretto necessario; così anche per i corsi pre-parto online, che le casse malati non ci riconoscono in questa seconda ondata. Una risposta opposta incomprensibile a pochi mesi di distanza dalla prima.

Nonostante il periodo d'attività intenso, le levatrici ci sono sempre e gestiscono le situazioni a domicilio in modo autonomo, quando sono fisiologiche, e in rete con ginecologi e pediatri, se necessario. Da tempo, ci battiamo per il riconoscimento di queste nostre capacità».

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