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24.11.2020 - 06:000
Aggiornamento : 25.11.2020 - 16:22

‘I miei 147 giorni di lotta contro il virus’

Il calvario di un 70enne di Gordola, ricoverato per oltre quattro mesi e mezzo a causa del Covid-19

Si fa presto a dire 382 pazienti ricoverati per il Covid-19, di cui 35 in cure intense (il dato di ieri in Ticino). Dietro i numeri nudi e crudi, snocciolati con impietosa costanza dai media, si nascondono storie diverse di persone che lottano contro la malattia, in un'altalena di paure e speranze. Una di queste storie, per molti versi particolare, è quella di Jean-Jacques, 70 anni, residente a Gordola. Ha battuto tutti i record in Ticino: la sua odissea, fra corsie d'ospedale e riabilitazione, è durata in totale 147 giorni. Altrimenti detto, più di quattro mesi e mezzo.

I primi malesseri

Tutto è cominciato lo scorso 20 marzo, un venerdì. Si alza, come sempre, e va a darsi una rinfrescata. Entrato nel vano doccia s'accorge che qualcosa non va: ha le vertigini e gli sembra di star per svenire. Si aggrappa per non cadere e chiede aiuto alla moglie Martine. Interviene l'ambulanza che prima porta i due coniugi alla Clinica Santa Chiara e poi, dopo essersi accorti che l’uomo, oltre alla febbre, ha anche difficoltà respiratorie, all'Ospedale Regionale di Locarno.

Giunti alla Carità, i due sono sottoposti al tampone e risultano positivi al Covid-19. Ma per Jean-Jacques e la moglie quello non è il primo tampone. «Era già da un po’ che accusavo un certo “mal di stagione” – racconta lui –. Avevo febbre, tosse e tanto catarro. Così ho deciso di andare a farmi vedere da un medico che mi ha diagnosticato l'inizio di una polmonite. Mi ha fatto anche il test Covid, con esito negativo. Qualche giorno dopo anche mia moglie si è recata dal dottore, perché manifestava, seppur in maniera lieve, gli stessi miei sintomi. Anche nel suo caso l'esito è stato negativo». 

Il 20 marzo l'uomo viene ricoverato con la moglie. Passa una settimana. Martine si rimette e può lasciare l’ospedale, mentre per lui la situazione s'aggrava. «Non mi ricordo molto di quel periodo. So solo che a un certo punto mi sono tolto la collana che avevo al collo e l'ho consegnata a mia moglie. Il mattino seguente mi hanno annunciato che sarei entrato in cure intense. Ho inviato un saluto a mia moglie via Sms e ho spento il cellulare. Da lì in poi, il vuoto totale».

Il 29 marzo viene trasferito d'urgenza all'ospedale di Zurigo. Il virus, che Jean-Jacques per tutto l’arco dell’intervista chiamerà “quella porcheria”, non solo ha attaccato i suoi polmoni ma pure l'apparato digerente. È necessaria un'operazione chirurgica: «Mi sono stati tolti tre metri d'intestino. Era tutto nero, perché ormai leso irrimediabilmente», spiega, ricordando quei momenti difficili. L'uomo, dopo l'intervento viene nuovamente spostato in cure intense.

Passano i giorni, eppure per lui, e per chi come lui ha attraversato un tale calvario, sembrano non finire mai. Non ci sono orologi nel reparto, né tanto meno calendari. A scandire il tempo solo i soffi meccanici dei respiratori e il ticchettio delle gocce che cadono, una a una, dalla flebo. Il tempo scorre, ma i pazienti non si accorgono di nulla. Restano lì, immobili, in un limbo tra brevi momenti di lucidità e buio più totale. «Del periodo in cui sono stato intubato non ricordo nulla. I medici mi hanno detto che, nonostante fossi in una sorta di coma farmacologico, avevo dei momenti in cui rispondevo ed ero connesso con ciò che mi circondava. Ad esempio, quando me lo chiedevano, riuscivo a stringere una mano».

Il 70enne resta lontano dal Ticino per oltre tre settimane, prima di ritornare all'ospedale di Locarno. Da lì viene spostato in una altra struttura, il Cardiocentro di Lugano, dove subisce un ulteriore intervento, eseguito a metà giugno. Agli inizi di luglio approda alla Hildebrand di Brissago per la riabilitazione: «Dovevo di nuovo imparare a camminare. Sono stato fermo troppo tempo e quindi la muscolatura s'è indebolita». Al centro di riabilitazione rimane per circa un mese e mezzo e a metà agosto finalmente rientra a casa. 

La visita dal vescovo

Al Cardiocentro di Lugano incontra Raffaele, l’infermiere che si prende cura di lui. «È arrivato e mi ha chiesto: sei credente? Io ho risposto affermativamente. Allora mi ha proposto di raccontare e trascrivere la mia storia. La lettera sarebbe poi stata consegnata, insieme ad altre, a papa Francesco, come testimonianza».

L'uomo accetta e, qualche mese più tardi, viene ricevuto dal vescovo di Lugano, monsignor Valerio Lazzari. Insieme a Jean-Jacques, a sua moglie e all'infermiere Raffaele, c'è pure il più giovane malato di Covid che era stato intubato in Italia.  «È stato un momento molto forte e toccante, che mi ha segnato nel profondo».

‘Il mio più grande sostegno, mia moglie’

Martine ha avuto un ruolo molto importante durante tutta la degenza del marito: «È stata il mio più grande sostegno, la mia fonte di speranza. Il periodo in cui le visite in ospedale non erano possibili è stato terribile. Ma per fortuna medici e infermieri non solo mi hanno curato, ma mi hanno anche dato la possibilità di poter comunicare con lei, passandomela al telefono. Sono stati più che angeli custodi per me, soprattutto la dottoressa Lepori». Prima di lasciarci, l'uomo ci tiene a lanciare un messaggio, rivolto a chi tende ancora oggi a prendere sottogamba “quella porcheria”: «Non sottovalutate il virus. Proteggetevi. Mettete le mascherine. Fatelo per gli altri e soprattutto per voi stessi».

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