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29.11.2019 - 06:00

'Lo Stato mi considera un costo, più che una persona'

Da sempre in Svizzera, cittadino italiano – con gravi problemi di salute e da anni in assistenza – rischia il foglio di via

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Ti-Press

Una vita difficile, con molti bassi e pochi alti. La sua fragilità che lo sprofonda nella depressione. Ora una battaglia burocratica per evitare di dover lasciare quello che considera il suo Paese.

È la storia di D. (nome noto alla redazione), un 36enne con passaporto italiano, ma da sempre in Svizzera, che si trova in questi mesi in una situazione kafkiana, da cui non sembra esserci uscita: «Non so più dove sbattere la testa e le mie speranze di spuntarla mi sembrano ridotte a un lumicino».
I documenti che appoggia sulla nostra scrivania riempiono mezzo classificatore e testimoniano della sua battaglia con la burocrazia elvetica negli ultimi mesi, dal 24 settembre scorso ad oggi.

«L’Ufficio della migrazione di Bellinzona mi ha inviato un ammonimento, ricordandomi che rischio la perdita del permesso di domicilio. E il Consiglio di Stato, in tempi brevissimi, ha respinto il mio ricorso. Il tutto per lettera, senza mai convocarmi. Evidentemente a chi lavora negli uffici del Cantone la mia storia non interessa: mi considerano un ‘costo’, non una persona». Nato nel Canton Berna, in quella regione ha frequentato le scuole primarie e le medie. Ha poi intrapreso uno stage di disegnatore meccanico, senza successo. In seguito, non trovando un apprendistato, ha lavorato per circa un anno come magazziniere. Ma nel 2000, per una questione familiare, i genitori decidono di spostarsi in Ticino con i due figli: D. passa con un’ottima media il primo anno alla “Commercio”. Ma subentrano problemi psicologici. Crisi severe e l’inizio di un percorso terapeutico. Nel 2006 lascia la casa dei genitori e nel 2013 si sposa. Tre anni dopo deve affrontare un divorzio burrascoso e torna a casa dei suoi per 8-9 mesi. Poi, di nuovo, decide di andare a vivere da solo. È in assistenza e i problemi di salute non fanno che peggiorare.

‘Come fossi un appestato’

«Trovare un appartamento per chi è in assistenza non è facile. Più di una volta mi hanno guardato come se fossi un appestato. Mi piacerebbe uscire da questa situazione, ma le mie condizioni non me lo consentono: per i medici sono inabile al lavoro al cento per cento. E i momenti di crisi non fanno che aumentare; non so se si può scrivere sul giornale, ma ho già pensato più volte a tirarmi via dal pane. Ovvio che con queste premesse nessun datore di lavoro è disposto ad offrirmi un impiego». È un serpente che si morde la coda. L’unica soluzione sarebbe il riconoscimento da parte dell’Assicurazione invalidità. Ma anche in questo caso il percorso è ad ostacoli: «Le richieste corredate dai certificati medici sono sempre state rifiutate e la questione in questo periodo è sul tavolo del Tribunale cantonale delle assicurazioni. Non so come andrà a finire, ma il mio futuro lo vedo nero. Sto perdendo peso e mi hanno aumentato la dose dei tranquillanti». E se dovesse tornare in Italia? «Non saprei dove sbattere la testa. Non ho né amici né conoscenti».

Sostegno finanziario dai familiari in Ticino? «Con loro ho dei buoni rapporti, ma non sono ricchi: hanno appena abbastanza per vivere». La sua posizione debitoria nei confronti dell’assistenza è chiara: «Posso garantire che se avessi potuto evitarlo, lo avrei fatto. Tre anni fa ho chiesto all’Ai di sostenermi nell’ambito di una riqualifica professionale, ma ho ricevuto risposta negativa, poiché sono considerato inabile al lavoro. A questo punto, non so più a che santo rivolgermi».

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