Locarnese
23.07.2019 - 12:280
Aggiornamento : 17:45

Ex gerente accusato di violenza carnale: chiesti tre anni

I fatti risalgono al marzo del 2015. 'Mi sono fermato quando mi ha detto no', dice l'imputato. 'Le ha rovinato la vita', sostiene l'accusa

Coazione sessuale, violenza carnale (tentata). Di questo deve rispondere il 53enne svizzero residente nel Locarnese, da questa mattina alle Criminali di Locarno in Lugano. L’uomo è accusato di avere costretto una 19enne (all’epoca dei fatti, risalenti al marzo 2015) a subire “atti analoghi alla congiunzione carnale o altri atti sessuali”, contro la volontà della giovane, come da atto d’accusa redatto dal procuratore pubblico Zaccaria Akbas.

I fatti

Davanti alla Corte presieduta dal giudice Manuela Frequin Taminelli (affiancata dai giudici a latere Renata Loss Campana e Manuel Boria), l’uomo – difeso dall’avvocato Massimo Quadri – ha ripercorso nei dettagli quanto accaduto nella primavera di quattro anni fa all’interno di una struttura alberghiera della quale era il titolare. Il presunto tentativo di violenza sarebbe andato in scena dopo che lo stesso gerente e la ragazza avevano condiviso più di un bicchiere di vino bianco all'interno dell'albergo.

La giovane, che solo pochi giorni prima era uscita da una clinica del Canton Zurigo in quanto degente volontaria del reparto di psichiatria (nei suoi trascorsi c'è una violenza sessuale subita dal padre, della quale l’uomo era stato messo da lei a conoscenza), si trovava nel Locarnese per una vacanza. Al rientro, dopo l'accaduto, per la ragazza si era reso necessario il ricovero per sintomi post-traumatici da stress, evento riconducibile, come da rapporto medico, ai fatti a giudizio oggi.

'Mi sarei dovuto fermare prima'

«Sono arrivato fino al momento in cui mi ha detto no», dichiara l’imputato, sostenendo che la giovane, sino a un certo punto, sarebbe stata consenziente. E l’oggetto del dibattere è proprio a che punto si collochi questo “no”. Un diniego che l’uomo individua nella richiesta di un rapporto completo dopo un approccio almeno ‘pressante’, ma che dal racconto della giovane – che riferisce i propri tentativi di divincolarsi, i rifiuti espressi a voce, culminati con un indice sulla bocca, postole dall’uomo per pretendere il silenzio – si collocherebbe già all’inizio dell’approccio stesso. «Mi sono accorto che forse mi dovevo fermare molto prima. Solo ora capisco le conseguenze. Forse ho sbagliato anche a provarci», dice l’uomo in aula, pronunciando a metà mattina un primo «mi dispiace».

Le richieste di pena

«Un predatore che ha individuato la sua vittima ideale, giovane, sola e fragile, sfruttando il trascorso di cui era a conoscenza. Le ha sostanzialmente rovinato la vita». Così si è espresso il pp Zaccaria Akbas nel chiedere per l'imputato una pena di tre anni, di cui almeno dodici mesi da espiare e ventiquattro sospesi per la stessa durata. «Serve una punizione giusta e severa per il suo atteggiamento sminuente. All’inizio banalizzava, colpevolizzando la giovane di averlo assecondato».

Pur condannando l'agire del proprio assistito, che ha moglie e figli, la difesa confuta la linearità di cui parla l'accusa relativamente alle dichiarazioni della giovane su tempi e modalità dell'approccio, chiamando in causa il disturbo borderline che condizionerebbe la capacità di discernimento della realtà e sottolineando come la giovane, in qualsiasi momento nel tempo trascorso presso la struttura, si sarebbe potuta allontanare dall'uomo e dal suo esercizio «in totale libertà». Nel ritenere plausibile l'ipotesi di coazione sessuale, l'avvocato Massimo Quadri chiede che il suo assistito sia prosciolto dall'accusa di violenza carnale, e che la pena sia non superiore ai 2 anni, con una sospensione per un periodo di prova della medesima durata. «La prognosi è positiva, non ha precedenti, è in Svizzera da 30 anni. E ha capito l’errore commesso».
 
«Quella sera, dopo quello che era successo, ha pensato che lei poteva essere suo padre?» chiede l'accusatrice privata Corinne Koller Baiardi all’imputato. «No – risponde lui – mi chiedevo perché avesse detto di no». Koller Baiardi chiede per la giovane un risarcimento di 200mila franchi per torto morale. «Non so se questa somma corrisponda al dolore di una persona che dopo quell’evento è in continua cura. Ha la vita rovinata, i terapeuti non sanno se si potrà mai riprendere».

La sentenza è attesa oggi intorno alle 16.30.

 

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