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01.02.2018 - 06:00

'Per 9 anni si è negata l'evidenza'

Casa per anziani San Donato a Intragna, ex dipendenti accusano il Consiglio di Fondazione

di Davide Martinoni

“Ora i giochi sono fatti, la direttrice è stata allontanata; ma tutto è risolto?”. È una domanda retorica, quella sollevata da un gruppo di ex dipendenti dell’Istituto per anziani Casa San Donato di Intragna, dove un “audit” atteso per 9 anni, e finalmente effettuato dal Laboratorio di psicopatologia del lavoro, ha in pratica stabilito la non idoneità della Direzione, costringendo di fatto il Consiglio di Fondazione ad operare la scelta più difficile per chi quella direttrice l’aveva sempre strenuamente difesa. Una scelta che da sola non può dunque bastare, secondo gli ex dipendenti: “L’Ufficio del medico cantonale dovrà vigilare su tutto ciò che avverrà nell’immediato futuro – auspicano –; ossia monitorare le mosse del CdF affinché chi avrà il compito di condurre le sorti del San Donato sia una persona competente, scevra di interessi personali o politici, e sappia finalmente portare la tranquillità e la pace all’ombra del campanile più alto del Ticino”.

Il “prima” – un periodo troppo lungo, durante il quale il clima di lavoro si era vieppiù deteriorato – viene ricordato con dovizia di particolari, concentrandosi proprio sulla figura della direttrice, descritta come “una persona poco incline al dialogo e discriminante, tanto da far decidere a qualcuno di inoltrare le dimissioni pochissimo tempo dopo il suo insediamento”. Ed era soltanto un’introduzione alla rivoluzione interna costata 19 nuove assunzioni, 12 uscite per “motivi diversi”, 2 spostamenti interni, 9 disdette spontanee e 2 licenziamenti. “Con l’andare del tempo – proseguono gli ex impiegati – le cose non sono certo migliorate, anzi! Creandosi una rete di fedeli scudieri, che seminavano zizzania tra il personale curante, ha costretto alle dimissioni, nel corso degli anni, parecchi altri dipendenti. I futili motivi per cui una persona veniva invitata a lasciare il posto di lavoro erano creati ad arte, orchestrati in modo da non destare sospetti; ammonimenti, raid notturni, calunnie; ogni mezzo era lecito per screditare chi, con professionalità, cercava di fare del suo meglio per svolgere il suo lavoro”. Un “regime del terrore” – immagine già evocata alla “Regione” da uno dei dipendenti nel 2010 – “che colpiva persone deboli, vulnerabili, disarmate, incredule di meritare ciò che succedeva” e indotte a sentirsi inadeguate, e colpite così nell’autostima.

‘Situazione sotto gli occhi di tutti’

Una situazione, riflettono gli ex dipendenti, “che avveniva sotto gli occhi di tutti, Consiglio di Fondazione in primis, che negli anni ha firmato parecchie lettere di licenziamento senza appurarne le reali cause e senza indagare cosa stesse realmente succedendo. Anzi, nonostante le ripetute denunce ai sindacati e nonostante la stampa si sia più volte occupata di quanto avveniva al San Donato, i cinque membri del CdF hanno sostenuto a spada tratta l’operato della direttrice, negando l’evidenza”. La lettera inviata dal presidente Ottavio Guerra, sindaco di Centovalli, ad ospiti e parenti del San Donato ad “audit” ancora in corso, nel dicembre 2017, è un perfetto emblema della sudditanza subita dal CdF, o da parte di esso, rispetto alla figura di comando. Sul banco degli imputati, naturalmente, la stampa, con i suoi “tentativi – comunque falliti – di destabilizzare la struttura”.

“Negando l’evidenza non si risolve nulla – concludono gli ex impiegati –; anzi, si inaspriscono gli animi, si crea un clima di sfiducia e di abbandono; le vittime si sentono usurpate due volte, dapprima da chi prevarica i loro diritti e poi da chi nega che ciò sia avvenuto”.

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