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17.10.2021 - 17:08
Aggiornamento: 18:18

Case anziani Leventina: chi testimonia e chi teme ritorsioni

Si moltiplicano le segnalazioni dei dipendenti sui problemi interni, ma non pochi preferiscono tacere. No al Laboratorio di psicopatologia del lavoro

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Ti-Press
Una delle tre sedi, quella di Faido

Nell’Istituto leventinese per anziani, attivo nelle tre strutture di Faido, Giornico e Prato, si stanno moltiplicando le segnalazioni dei dipendenti (in tutto 240) cui la Commissione interna del personale ha chiesto di esporre situazioni da loro ritenute problematiche nella gestione della struttura, degli ospiti e delle risorse umane. Ma c’è anche chi, temendo ritorsioni, ha deciso di non esporsi. Sta di fatto che se il numero di testimonianze dovesse risultare troppo esiguo, l’esercizio di verifica potrebbe chiudersi con un nulla di fatto e venire archiviato. Di sicuro, comunque, la lettera anonima inviata verso fine agosto alla Direzione, alla Delegazione consortile, al medico cantonale e al Dipartimento sanità e socialità, trasmessa poi a metà settembre anche ai sindacati Ocst e Vpod infine mobilitatisi, ha avuto il pregio di smuovere le acque portando il ‘caso’ all’attenzione dell’opinione pubblica e soprattutto dei familiari degli ospiti. Familiari sovente messi al corrente dai loro stessi cari riguardo a situazioni non idilliache; familiari tuttavia non di rado rimasti all’oscuro di un malessere serpeggiante, a quanto pare da lungo tempo, e che al momento non sembra investire il direttore Giulio Allidi bensì due quadri intermedi, ossia il responsabile delle cure e la responsabile della qualità.

‘C’è chi ha paura’

Come detto, la reazione del personale non è univoca: da una parte risulta che un numero significativo di dipendenti nelle ultime settimane, e ancora nei giorni scorsi, abbia esplicitato nero su bianco all’indirizzo della Commissione del personale – nell’ambito dell’inchiesta interna decisa dalla Delegazione consortile incontrando le parti il 7 ottobre – un’importante serie di episodi ritenuti critici e ripetuti nel tempo; dall’altra, stando a una testimonianza raccolta dalla redazione, viene evidenziata la condizione di «molti dipendenti frustrati e scontenti che non vogliono scrivere nulla per paura, temendo che se non si dovesse arrivare a una soluzione i due responsabili del personale potrebbero farli pentire amaramente». Un altro punto sensibile viene indicato nel rapporto di parentela fra il presidente della Delegazione consortile Marzio Eusebio e il direttore. Tornando poi al gruppo di lavoro interno istituito con l’obiettivo di fare piena luce e formato da rappresentanti della Delegazione consortile, della Commissione del personale e dei sindacati, c’è chi lo vede come il tentativo di voler ‘lavare i panni sporchi in casa’ considerato che non è stata accolta dai vertici della Delegazione consortile la richiesta sindacale di coinvolgere sin dall’inizio nelle verifiche il Laboratorio di psicopatologia del lavoro, servizio dell’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale – si legge nel sito del Dss – specificatamente rivolto a tutte le persone che manifestano un disagio o presentano problemi sociali, familiari, economici, legali a causa di una situazione lavorativa difficile o problematica quale disoccupazione, precarietà, conflitti sul posto di lavoro, mobbing/molestie, burnout/stress, licenziamento. Senza dunque voler coinvolgere degli specialisti esterni, si apprendeva dal comunicato del 7 ottobre, il gruppo di lavoro mira a verificare la situazione “in uno spirito di collaborazione costruttivo, con l’intento di ridare la giusta serenità all’ambiente di lavoro nell’interesse del personale e dei residenti”.

Eusebio: ‘Verifica interna completa’

Interpellato dalla ‘Regione’ il presidente della Delegazione consortile, Marzio Eusebio, su questo ultimo punto spiega che le parti presenti alla riunione del 7 ottobre hanno infine deciso «tutte insieme di effettuare una verifica interna completa mettendo in campo tutte le energie senza nascondere nulla. Completa perché viene data la possibilità a chiunque, senza pressione alcuna, di portare la propria testimonianza pertinente. Non solo, le persone incaricate delle verifiche sono anche proattivamente andate alla ricerca di chi potesse contribuire a esporre i presunti punti critici. Non si tratta di voler lavare i panni sporchi in casa o di nascondere qualcosa, ma di dimostrare la capacità di risolvere la situazione facendo la necessaria auto-critica. Attualmente si stanno riassumendo le testimonianze raccolte per comprende l’entità delle accuse mosse e definire, nella fase successiva, gli eventuali provvedimenti». Quanto alla parentela col direttore, «lui è nipote di mia moglie ed è stato regolarmente assunto dopo concorso pubblico e designato all’unanimità sulla base delle sue riconosciute capacità professionali e personali. È una persona all’altezza della situazione, tanto che oggi non gli viene contestato nulla».

Le due e-mail del 2019

Intanto il ‘Mattino della domenica’, che per primo nelle scorse settimane ha reso noto il clima di malcontento, oggi ha aggiunto altri dettagli pubblicando i contenuti di due e-mail inviate da un collaboratore (espostosi a nome di molti colleghi) al direttore nel giugno 2019, quindi ben due anni fa. Missive che puntavano il dito contro il responsabile delle cure accusato di “comportamento non professionale, rigido e ottuso” e di “creare e alimentare zizzania fra il personale sin dalla sua assunzione” agendo con “apatia e menefreghismo”. Atteggiamento che sarebbe stato all’origine di diverse dimissioni volontarie. Più avanti, sempre riferendosi al capo cure, l’e-mail cita anche episodi di maltrattamento fisico e verbale nei confronti degli ospiti nonché battutine osé rivolte a talune colleghe.

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