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18.06.2021 - 17:230
Aggiornamento : 19:06

Antenne di telefonia sui campanili, il vescovo dice basta

Dopo i casi in Val Morobbia e Arcegno, mons. Lazzeri scrive a tutte le parrocchie: ‘Decisioni inopportune che creano sospetti di connivenza‘

Nel settembre 2019 aveva dichiarato alla ‘Regione’ di voler riflettere sul tema. A quasi due anni di distanza, approfondita la questione, il vescovo Valerio Lazzeri in una lettera di questa settimana invita i Consigli parrocchiali e gli amministratori parrocchiali a non più voler accettare la posa di antenne di telefonia mobile su campanili o altre parti di edifici sacri, come accaduto negli anni recenti a Sant’Antonio in Val Morobbia e ad Arcegno nel Locarnese, nonché in precedenza al collegio Papio di Ascona. Sempre il vescovo invita inoltre a non più rinnovare i contratti in essere quando arriveranno a scadenza.  

‘Evitare inutili polemiche’

“Più volte in questi mesi – attacca la missiva firmata da don Lazzeri – privatamente e pubblicamente si è fatto riferimento all’autorità del Vescovo, al suo ruolo di difensore della sacralità dei simboli e dei luoghi che dovrebbero essere riservati alla dimensione spirituale, per coinvolgere anche la voce della Chiesa nell’attuale dibattito sulla posa delle antenne per la telefonia mobile di nuova generazione sul nostro territorio”. L’occasione, riconosce lo stesso vescovo, è data dal fatto che i campanili di alcune chiese offrono caratteristiche che sembrano particolarmente favorevoli all'installazione. “La Chiesa – prosegue mons. Lazzeri – non ha gli strumenti per stabilire l’ammissibilità dei nuovi mezzi di comunicazione dal punto di vista della salute umana o dell’ambiente”. Altre istanze sono chiamate a esprimersi in proposito. “Tuttavia – avverte il vescovo – occorre tenere presente l'inopportunità di decisioni che, in un contesto culturale e sociale come il nostro, rischiano di alimentare inutili polemiche dentro e fuori la comunità dei credenti, creando sospetti di connivenze inopportune o di pregiudiziali opposizioni della Chiesa in ambiti in cui essa può dare solo i riferimenti da tenere presenti e non le ricette risolutive pronte da applicare a ogni singola questione concreta”. Quindi, l’affondo finale. “Pur nella consapevolezza dei limiti imposti dalla legge” il vescovo “auspica” che le Parrocchie e i loro amministratori “declinino in futuro ogni richiesta volta a consentire l’installazione di qualsiasi dispositivo di telefonia mobile sugli edifici di vostra competenza secondo la Legge sulla Chiesa cattolica”. Quanto ai contratti in essere, “ci si potrà adeguare a questa indicazione al momento della loro scadenza”.

Con i piedi di piombo

Non un ordine perentorio dunque ma un auspicio. Come mai? La risposta era già contenuta nell’intervista di due anni or sono: il vescovo si era espresso in modo molto prudente quando gli era stata chiesta un’opinione sul provvedimento della Conferenza episcopale italiana (Cei) che già da 18 anni stabiliva di liberare i campanili già occupati perché una chiesa è un bene da tutelare contro qualunque cosa possa “comprometterne l'integrità, deturparne l’aspetto o pregiudicarne la fruizione” e, in quanto soggetta al diritto canonico, dev’essere preservata “da qualunque cosa sia aliena alla santità del luogo”. «Il contesto normativo nel quale si è mossa la Cei è diverso dal nostro», dichiarava mons. Lazzeri: «In virtù delle disposizioni vigenti in Italia, la Cei può disporre liberamente dell’uso di chiese e campanili. In Ticino a regolare la gestione dei beni ecclesiastici è una legge civile-ecclesiastica (Legge sulla Chiesa cattolica) che dà alcune prerogative alle singole parrocchie, rette dal Consiglio parrocchiale e dall’assemblea parrocchiale. I quali, oltre a essere proprietari delle chiese e dei campanili, agiscono secondo la legge. Perciò il vescovo non può emanare disposizioni normative e amministrative che ignorino queste peculiarità locali». 

Il Tribunale federale aveva approvato

Specie nelle località discoste e di valle – emblematici i casi di Sant’Antonio e Arcegno – sono molteplici i motivi che possono indurre le autorità ad accettare e avallare l’inserimento di un’antenna nel campanile. Nel caso morobbiotto, per esempio, in ultima istanza il Tribunale federale aveva accolto nella primavera 2020 il ricorso di Swisscom contro la decisione del Tribunale amministrativo cantonale di dare ragione a due abitanti contrari all’antenna nel campanile. Mentre il Tram riteneva che l’impianto contrastasse con il carattere monumentale dell’edificio e con il vincolo di conservazione della chiesa parrocchiale - bene culturale protetto - il Tf ha invece poi stabilito che l’interesse pubblico del servizio di telefonia è più importante dell’aspetto estetico dell’antenna. Secondo la massima corte giudiziaria elvetica il Tram si era infatti basato solo sul criterio di tutela del monumento senza considerare quanto prevede la Legge federale sulle telecomunicazioni, ovvero l’obbligo di garantire a tutte le cerchie della popolazione in tutte le regioni della Svizzera il servizio pubblico di telefonia. Lo stesso principio è contenuto anche nel documento ‘Impianti per la telefonia mobile e monumenti storici’ stilato nel 2018 dalla Commissione federale dei monumenti storici e dal Dipartimento federale dell’interno. Ovvero che in assenza di ubicazioni alternative – com’era il caso di Sant’Antonio – è necessario ponderare non solo le esigenze di conservazione degli edifici bensì anche quelle tecniche, ponderando tutti gli interessi in gioco. La decisione dell’ex Municipio di Sant’Antonio – Comune nel frattempo divenuto quartiere di Bellinzona – di rilasciare la licenza edilizia è stata dunque definita comprensibile e giustificabile dal Tf, in particolare perché si è basata sulla nota insufficienza di copertura di rete, soprattutto nella parte alta della valle, e perché l’effetto ottico sarebbe stato assai limitato, come affermato oltre che dal Municipio e dal Consiglio di Stato, anche dall’Ufficio cantonale della natura e del paesaggio che aveva espresso preavviso favorevole.

Cammuffare, e poi?

Il concetto di ‘interesse pubblico preponderante’ aveva prevalso anche ad Arcegno, finendo per affossare il ricorso di alcuni abitanti che invano avevano anche evidenziato la vicinanza al parco giochi e l’impatto visivo, sebbene le apparecchiature siano poi state leggermente arretrate e dipinte di grigio con l'obiettivo di camuffarle. E d’altronde anche in quel contesto, confidando che “tutte le misure per salvaguardare la salute delle persone siano garantite”, la Curia vescovile aveva sottolineato nel febbraio 2019 come la società di oggi “non possa fare a meno di queste infrastrutture tecniche divenute ormai fondamentali”. Come si è visto, i successivi approfondimenti hanno ora indotto il vescovo caldeggiare il dietrofront sugli edifici religiosi.

Se la chiesa appartiene al Comune. E il sistema a cascata

In questo contesto si aprono comunque due altre valutazioni. Primo, qualora l’edificio religioso o sue parti dovessero appartenere al Comune e non alla Parrocchia, il Municipio potrebbe non sentirsi in obbligo di allinearsi all’auspicio della Curia. Citiamo ad esempio il caso delle due chiese Collegiate di Bellinzona e Locarno, che sono di proprietà dei rispettivi Comuni. Seconda valutazione, l’incidenza del cosiddetto ‘Sistema a cascata’ di cui anche la Città di Bellinzona si è dotata, con decisione del Consiglio comunale cresciuta in giudicato e successiva pubblicazione della variante di Piano regolatore attualmente in corso. Sistema a cascata che già altri Comuni hanno adottato imponendo alle compagnie telefoniche di prevedere la posa di antenne il più lontano possibile dalle zone sensibili (scuole, strutture sanitarie, case per anziani, ecc.) con possibilità di avvicinarsi solo in assenza di alternative praticabili. Sistema a cascata – in taluni Comuni impugnato dalle compagnie con dei ricorsi – che potrebbe richiedere a medio termine una rivalutazione della situazione a Sant’Antonio, dove se veramente il campanile dovesse ancora rappresentare l’unica soluzione possibile, com’è stato detto durante l’iter ricorsuale, il rinnovo della concessione sottoscritta dalla Parrocchia potrebbe cozzare contro il volere del vescovo.

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