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A sinistra (foto Ti-Press) un ottimo esempio di ancoraggio con imbracatura completa. A destra (foto Polizia cantonale) l'imbracatura messa a disposizione del boscaiolo morto: piccola e ormai scaduta da 5 anni.
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17.11.2020 - 06:00
Aggiornamento : 10:46

Boscaiolo morto in Val d'Arbedo, ‘nuova foto inchioda la ditta’

Solo ora si scopre che era scaduta da cinque anni l'imbracatura che il giovane non aveva usato il giorno della caduta. Il padre: ‘Inchiesta da riaprire’

«L'inchiesta va riaperta sulla base dei nuovi elementi di cui sono venuto in possesso solo recentemente. Lo ribadisco: la ditta grigionese che aveva assunto mio figlio è corresponsabile della sua morte. Non solo perché non lo ha compiutamente istruito per il lavoro che stava effettuando quando è caduto nel dirupo per 50 metri, ma anche perché lo aveva dotato di un’imbracatura inadeguata in quanto non indicata per i lavori in pendio, e vecchia poiché scaduta da cinque anni. Sul perché mio figlio non la indossasse in quel momento, nessuno può saperlo: ma, lo ribadisco, non era un’imbracatura di sicurezza richiesta per lavori in roccia e aveva ormai superato il limite decennale di utilizzo imposto dalla ditta produttrice». Da Tires, villaggio in provincia di Bolzano, Hubert Gallmetzer da anni porta avanti una battaglia personale. E oggi, da queste colonne, chiama in causa la procuratrice pubblica ticinese Margherita Lanzillo, la cui inchiesta penale sul decesso del figlio Hannes, avvenuto il 26 luglio 2012 mentre svolgeva lavori di selvicoltura nella Valle d’Arbedo, è stata archiviata con decreto d’abbandono a favore della ditta grigionese inizialmente accusata di omicidio colposo. Abbandono avallato prima dalla Corte dei reclami penali (Crp) e infine, nell’autunno 2019, dal Tribunale federale (Tf). Inchiesta di cui il padre del 28enne aveva ottenuto in precedenza dalla Crp, per ben due volte, la riapertura con tanto di approfondimenti, ma senza che questi modificassero le iniziali conclusioni. Nemmeno il verdetto finale del Tf ha però scoraggiato Hubert, il quale tutt’oggi insiste affinché affiori una verità più completa.

’Foto sin dall’inizio nell’incarto’

«Quando finalmente la Corte dei reclami penali mi ha inviato, il 25 settembre 2020, alcune foto scattate nel 2012 dalla Polizia scientifica sul luogo dell’incidente, foto da sempre contenute nell’incarto e che prima d'oggi mai avevo ricevuto né visto, mi sono ulteriormente convinto che la procuratrice non abbia svolto fino in fondo il proprio dovere», spiega Hubert alla ‘Regione’. Le ‘nuove’ immagini mostrano l’imbragatura trovata sul luogo della disgrazia: messagli a disposizione dalla ditta, era inutilizzata e custodita in uno zaino. Marca Arova-Mammut, anno di produzione 1997.

’Da noi imbracature solo per sport’

Alla ditta argoviese Mammut, di cui aveva appreso il nome durante l’inchiesta, Hubert aveva già scritto l’anno scorso ottenendo risposta: “Il Gruppo Mammut Sports Ag – scriveva l’ingegnere Mathias Heck – produce esclusivamente imbracature da arrampicata per lo sport e senza cinture di sicurezza”. Ciò che ha indotto Hubert a chiede lumi alla pp Lanzillo lo scorso 11 giugno. La risposta della pp, datata 9 luglio: “Sapere se l’imbracatura fosse di marca Mammut o meno, non è rilevante ai fini dell’esito del procedimento, ritenuto che suo figlio quel giorno non la indossava. Perciò, e perché non è più possibile riaprire il procedimento essendosi già espresso il Tf, la invito a indirizzarsi alla Suva qualora ritenesse di dover informare i loro esperti su quanto da lei verificato”.

La replica della Suva

Cosa che Hubert aveva già fatto sempre l’11 giugno, scrivendo anche alla Suva. Assicurazione infortuni che durante l’inchiesta aveva inviato giudizi contraddittori fra loro, dal momento che taluni assolvevano la ditta, mentre altri all’inizio l’avevano ritenuta negligente. L’avvocato Aliouhane Rangoni-Bertini, del Servizio giuridico Suva, risponde il 2 settembre 2020 a Hubert premettendo che “la questione si è conclusa legalmente con la decisione del Tribunale federale del 19 settembre 2019, per cui non è necessario che in futuro avvengano ulteriori scambi sul tragico incidente che ha coinvolto suo figlio”. Tradotto, la smetta di scriverci. A ogni modo, prosegue il Servizio giuridico Suva, “le informazioni da lei fornite sulla ditta Mammut non sono corrette. L’azienda ha prodotto in passato imbracature da arrampicata per il mondo del lavoro. Le consigliamo di fare riferimento alla documentazione fotografica della Polizia cantonale. Si vede la marca Mammut vicino al supporto”. Le foto mostrano tuttavia un’imbracatura semplice (solo per la vita e le gambe), priva dei necessari accorgimenti tecnici superiori (anelli, bretelle e lacci per schiena e spalle) necessari per lavori in roccia e su pendii come quello in cui è avvenuto l’incidente; dispositivi pensati per mantenere il corpo verticale in caso d’imprevisti.

’Non doveva essere usata’

Un ulteriore parere arriva da Andre von Rotz, team leader per ‘Rischio e sicurezza dei prodotti’ in casa Mammut: in una lettera inviata alla famiglia Gallmetzer conferma quanto riportato precedentemente da Mathias Heck e puntualizza che l’imbracatura ritratta nelle foto era stata prodotta ancora dalla vecchia Arova-Mammut, ditta fondata nel lontano 1919 e che nel 2000 (stando al Registro di commercio argoviese) è diventata Mammut Ag per poi assumere la forma societaria odierna nel 2003. “La cintura il cui anno di produzione è il 1997 – sottolinea Andre von Rotz – aveva in effetti superato la sua durata di vita. Perciò non avrebbe dovuto essere utilizzata. Infatti l’attuale manuale d’istruzioni Textilen Psa Produkten parla di una durata massima di vita di 10 anni, anche in assenza di utilizzo”, ossia anche qualora l’imbracatura non venga mai utilizzata. Quanto basta per togliere ogni dubbio sul fatto che il selvicoltore Hannes aveva ricevuto in dotazione dalla ditta materiale che non andava usato poiché scaduto.

L’ultima lettera alla pp Lanzillo

Perciò Hubert il 1° ottobre scorso riscrive alla Suva chiedendole secondo quali criteri le misure di sicurezza dell’azienda sarebbero state messe in pratica correttamente. Ma l’avvocato Rangoni-Bertini rispondendo il 12 ottobre è irremovibile: “Visto che il procedimento penale si è concluso il 19 settembre 2019 non sono necessari ulteriori commenti relativi al tragico incidente”. Un menavia che induce Hubert a rivolgersi nuovamente alla pp Lanzillo (via e-mail il 13 ottobre e per posta nei giorni scorsi) chiedendole come mai quelle immagini non siano mai state inoltrate alla famiglia. Una foto in particolare, scrive il padre di Hannes, “mostra il codice dell’imbracatura con data di produzione 1997”. Considerata la scadenza, anche se non usata, di 10 anni, “nel 2012 erano fuori data da tempo”, indica Hubert. La cui lettera prosegue con un’accusa precisa alla magistrata: “Queste foto sarebbero bastate a Lei per dimostrare che sul luogo dell’incidente non c’erano i necessari utensili per svolgere il lavoro in sicurezza secondo le norme in vigore nel 2012. Una semplice foto sarebbe bastata per dimostrare la vera situazione di sicurezza lavorativa sul cantiere”, situazione che il padre più volte ha evidenziato durante l’inchiesta. La famiglia di Hannes “questa foto l’ha ricevuta su richiesta un mese fa, Lei l’ha sempre avuta. Una foto con in primo piano i dati dell’imbracatura, proprio per dare a Lei la possibilità di verificarne l’idoneità”. Segue la richiesta di spiegazioni sul perché quell’immagine non sia stata presa in debita considerazione. E l’implicita richiesta – non scritta ma molto chiara nella mente di Hubert Gallmetzer – affinché la ditta grigionese sia chiamata a rispondere delle proprie responsabilità.

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