Slogan dei manifestanti per Pahlavi, figlio in esilio dell’ultimo scià. Lui: ‘Sono pronto’. Si allarga nel Paese la contestazione partita dai ‘bazarì’

Non si placano le proteste in Iran, dove le contestazioni stanno dilagando in gran parte del Paese lanciando al regime una sfida che non ha precedenti negli ultimi quattro anni, da quando la morte della giovane Mahsa Amini - arrestata dalla polizia con l'accusa di non aver indossato correttamente l'hijab - fece scendere la gente in piazza sotto il motto "Donna, vita, libertà". A scatenare le proteste di questi giorni sono stati invece la crisi economica e l'inflazione alle stelle. E a Teheran e dintorni non sono mancati gli slogan a favore di Reza Pahlavi, figlio in esilio dell'ultimo scià, che dai media americani si fa avanti dicendosi pronto "per guidare una transizione verso la democrazia" e auspicando un "cambiamento pacifico" attraverso un referendum. L'opposizione iraniana è però considerata molto diversificata e frammentata e non è chiaro quale sia l'effettivo sostegno a Pahlavi.
In questi ultimi giorni si registrano proteste anche nelle zone occidentali dell'Iran abitate principalmente dalle minoranze curde. Le contestazioni sono partite dai commercianti, i bazarì, ma si sono presto estese agli studenti e ad altre fasce della popolazione allargandosi a macchia d'olio in almeno 17 province su 31, rivela la Bbc: comprese alcune dove tradizionalmente si ritiene che la Repubblica islamica goda di un certo sostegno come quella di Qom, nel cuore dell'Iran, e quella nord-orientale di Mashhad.
KeystoneIl generale iraniano Amir HatamiLa polizia iraniana è accusata di una durissima repressione e persino di aver sparato contro i dimostranti, e secondo il gruppo per la difesa dei diritti umani Hrana sono almeno 35 le persone che hanno perso la vita finora nelle proteste: 29 manifestanti, quattro ragazzini e due poliziotti, sostiene l'ong. Mentre secondo l'agenzia filogovernativa Fars altri due agenti sarebbero stati uccisi oggi in scontri a Lordegan, nel sud-ovest del Paese. Il presidente Massoud Pezeshkian appare preoccupato dalle proteste e ha dichiarato, tramite il suo vice, che le forze di sicurezza non dovrebbero intraprendere "alcuna azione" contro chi scende in piazza pacificamente. Ma ha anche definito "rivoltosi" chiunque "porti armi da fuoco, coltelli e machete e attacchi stazioni di polizia e siti militari".
Secondo diversi osservatori, le proteste - che vanno avanti senza sosta dalla fine di dicembre - non hanno per ora raggiunto le dimensioni di quelle del 2022, ma arrivano in un momento di particolare debolezza del governo di Teheran sul piano internazionale, e molti manifestanti chiedono esplicitamente che l'ayatollah Ali Khamenei abbandoni il potere. Alle pressioni interne si sommano poi quelle americane, con il presidente Usa Donald Trump che nei giorni scorsi ha minacciato Teheran di intervenire nel caso di violenze sui manifestanti. Tanto che, secondo una "relazione di intelligence" citata dal Times, la Guida suprema avrebbe "un piano di riserva per fuggire dal Paese" con la famiglia e una ventina di fedelissimi "nel caso in cui le sue forze di sicurezza non riuscissero a reprimere le proteste o disertassero". Il regime continua però a mostrare il suo volto brutale e un uomo accusato di "spionaggio per il Mossad" è stato impiccato.