La sentenza della Consulta cancella di fatto la circolare del Viminale di due anni fa e riscrive i diritti delle coppie gay al femminile

Un figlio nato con una fecondazione assistita all'estero può avere due madri riconosciute dallo Stato italiano. La sentenza della Consulta cancella di fatto quanto disposto dalla circolare del Viminale inviata alle Prefetture due anni fa e riscrive i diritti in materia di maternità delle coppie gay al femminile.
I giudici bocciano il divieto, finora imposto per la madre intenzionale – ovvero non biologica – di riconoscere come proprio il bimbo nato con la procreazione medicalmente assistita praticata all'estero, visto che in Italia è considerata illegale. Parallelamente però in un'altra sentenza, depositata in concomitanza, la Corte costituzionale assolve l'attuale legge che vieta a una donna single di accedere alla stessa tecnica: "Non è irragionevole né sproporzionata", scrivono i giudici sottolineando altresì che la legge può essere cambiata estendendo i diritti.
Nel primo caso per la Consulta, che si è espressa sulla questione sollevata dal Tribunale di Lucca, il fatto di non legittimare fin dalla nascita lo stato di figlio di entrambi i genitori – con la cosiddetta Pma – lede il diritto all'identità personale del minore e pregiudica la sua prerogativa "di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni". In gioco dunque c’è "il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori" e di "conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo". Il rilievo è che, una volta assunto l'impegno di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita per generare un figlio, nessuno dei due genitori, e in particolare la madre non intenzionale, può sottrarsi.
Le prime a festeggiare la sentenza sono le mamme Glenda Giovannardi e Isabella Passaglia, le due ricorrenti al tribunale di Lucca: una figlia riconosciuta, l'altro no perché nato, sebbene in Italia, dopo la scelta della procreazione assistita a Barcellona. "È stato un calvario ma ne è valsa la pena – dicono –. Siamo emozionate, commosse, felici". Il loro avvocato, Vincenzo Miri, anche presidente della Rete Lenford, prevede ora che "tutte le impugnazioni della procura e del ministero dell'Interno cadranno perché i sindaci hanno correttamente dato tutela con i riconoscimenti all'anagrafe". Per il legale "è stato affermato un principio di civiltà giuridica nell'interesse di tutti i bambini contro una cultura legata a un unico modello di famiglia”. Sul delicato tema della fecondazione assistita non arriva però un ’tana libera tutti': l'altra questione di legittimità costituzionale, sollevata sulla legge che vieta alla donna single di accedere alla Pma, non è fondata: dunque in questo caso l'impedimento resta.
A fare ricorso stavolta era stata Evita, quarantenne torinese, la quale si è vista negare la possibilità di avere un figlio con questa pratica: "È un'occasione mancata per affermare con chiarezza che il desiderio di genitorialità non può essere filtrato da pregiudizi, né condizionato da schemi ormai superati – commenta Evita –. Spetta al Parlamento dimostrare se è in grado di ascoltare la realtà di donne che scelgono con consapevolezza di diventare madri anche fuori dal perimetro della famiglia tradizionale".
Per la Corte è anche nell'interesse dei futuri nati che il legislatore ha ritenuto "di non avallare un progetto genitoriale che conduce al concepimento di un figlio in un contesto che, almeno a priori, esclude la figura del padre". Ma gli stessi giudici ribadiscono, in linea con i propri precedenti, che non sussistono ostacoli costituzionali a una eventuale estensione, da parte del legislatore, dell'accesso alla procreazione medicalmente assistita anche a nuclei familiari diversi da quelli attualmente indicati, e nello specifico alla famiglia monoparentale.