In 150mila per il Regina Coeli di Prevost, che cita Francesco, Wojtyla (‘Non abbiate paura’) e Paolo VI. Code nei negozi a caccia di calamite e magliette

Non ha paura, Papa Leone XIV. Di esporsi e chiamare le cose con il loro nome, innanzitutto. “Mai più la guerra”, ha detto affacciandosi dalla Loggia centrale di San Pietro per il suo primo Regina Coeli (la preghiera dedicata alla Madonna che sostituisce l’Angelus nel periodo pasquale). Molti sostenevano, altri temevano, che a parole sarebbe stato meno diretto rispetto a Francesco, almeno con i potenti. Invece è arrivato a tanto così dal fare nomi e cognomi di chi ha la maggiore responsabilità nei grandi conflitti in corso. Lo ha comunque fatto per sottrazione, schierandosi con i deboli, citando le sofferenze “dell’amato popolo ucraino” e chiedendo “una pace giusta e duratura”, spostando poi l’attenzione sul Medio Oriente: “Mi addolora profondamente quanto accade nella Striscia di Gaza. Cessi immediatamente il fuoco! Si presti soccorso umanitario alla stremata popolazione civile e siano liberati tutti gli ostaggi”. Nessuna parola di vicinanza, invece, per gli invasori russi e per la cieca furia di Israele (se non il richiamo agli ostaggi) in risposta agli attacchi di Hamas risalenti ormai a oltre un anno e mezzo fa.
Leone XIV non ha paura nemmeno delle ombre dei suoi predecessori. Francesco (a cui sabato è andato a fare visita, al tramonto, depositando una rosa bianca sulla lapide) in primis. Il Papa che l’ha fatto arcivescovo e cardinale in meno di un anno, dandogli la spinta verso il pontificato, è stato citato direttamente: “Nell’odierno scenario drammatico di una ‘Terza guerra mondiale a pezzi’, come più volte ha affermato Papa Francesco, mi rivolgo anch’io ai grandi del mondo, ripetendo l’appello sempre attuale: Mai più la guerra!”. Ricordando poi, con tono esclamativo, “quanti altri conflitti ci sono nel mondo!”.
KeystoneUna bandiera americana tra la folla a San Pietro“Mai più la guerra” è la celebre frase che Paolo VI disse il 4 ottobre 1965 al Palazzo di Vetro di New York per il ventennale delle Nazioni Unite. Prevost si è spinto oltre, esortando i giovani alla fede con quel “Non abbiate paura!”, una delle frasi simbolo del lungo pontificato di Giovanni Paolo II, pronunciata su quello stesso balcone il 22 ottobre 1978, a pochi giorni dalla sua elezione.
Prevost aveva già ridato popolarità alla figura un po’ ingiallita di Leone XIII, prendendone il nome e spiegandone il motivo equiparando il lavoro del suo predecessore, che – con la storica enciclica Rerum Novarum – si era occupato del contesto sociale e delle ricadute sulle classi meno abbienti della Rivoluzione industriale così come lui dovrà occuparsi della rivoluzione digitale e degli sviluppi ancora poco chiari dell’intelligenza artificiale.
Inoltre, non con parole, ma con gesti inequivocabili, aveva in questi giorni ridato dignità alla figura del Papa recente più dimenticato di tutti, Benedetto XVI (che, non a caso, è l’unico di cui si fa fatica a trovare un piccolo souvenir), riprendendo l’uso della mozzetta rossa e della ferula, due simboli papali esibiti da Ratzinger e abbandonati da Francesco.
KeystoneLeone XIV e la follaD’altronde, lo si ripete da giorni, Prevost è un Papa di sintesi, capace di mediare tra conservatori e progressisti nella Chiesa (e questo chi si occupa di Vaticano lo sapeva), ma capace (e questo si sapeva meno) anche di essere credibile tra la gente comune, usando sia un tono solenne sia quello più colloquiale, come ha fatto alla fine del suo discorso, ricordando la Festa della Mamma. O come aveva fatto sabato in strada, salutando con il pollice all’insù all’americana o rispondendo “Forza Roma” a un tifoso giallorosso che lo aveva salutato dal finestrino dell’auto. Inoltre, la sua prima preghiera alla Madonna, contro ogni previsione, è stata cantata.
Nella sua prima apparizione domenicale, iniziata con un semplice e caloroso “cari fratelli e sorelle, buona domenica” (a cui i 150mila di San Pietro hanno risposto con cori e un lungo applauso), Leone XIV ha anche voluto citare papa San Gregorio Magno, in uno dei momenti chiave di un intervento lungo in tutto 13 minuti, quando ha detto che le persone “corrispondono all’amore di chi le ama”, un messaggio forte e profondo che si lega sia alla dimensione più spirituale (in quel momento parlava principalmente a coloro che nella Chiesa già ci sono o stanno per entrare) che a quella dell’amore materno e terreno.
Dopo il Regina Coeli, Leone XIV ha riaperto l’appartamento papale del Palazzo Apostolico, rimuovendo i sigilli apposti il 21 aprile, subito dopo la morte di Francesco. In mattinata, invece, il pontefice si era recato nelle Grotte Vaticane per celebrare la messa all’altare in prossimità della tomba di Pietro, mentre fuori, le vie che portavano alla piazza e alla Basilica iniziavano a riempirsi, tra fedeli curiosi, predicatori improvvisati e gruppi di pellegrini i cui i capi-spedizione, per farsi notare tra la folla, issavano e brandivano qualsiasi cosa, dalle bandiere nazionali agli ombrelli, da bastoni con la punta a cuore a persino una chitarra.
R. ScarcellaUn ragazzo di una banda messicanaA rendere il tutto ulteriormente festaiolo e meno rigido ha contribuito poi la presenza (già prevista nel calendario del Giubileo) di varie bande da tutto il mondo, schierate nelle prime file, in abiti tradizionali, che si sono sbizzarrite, prima e dopo il Regina Coeli, intonando pezzi tutt’altro che religiosi come “Cielito Lindo”, “Rosamunda” e “Seven Nations Army”.
Al “liberi tutti”, la folla si riversa nei negozi di souvenir, per portarsi a casa ognuno il suo pezzo di Papa. Ma non tutti i negozi sono stati ancora riforniti. Il record è di Sacris, un negozio di articoli religiosi in via del Mascherino, a poche decine di metri da San Pietro, che già venerdì vendeva delle magliette di cotone con stampate il volto di Leone XIV con sullo sfondo il Vaticano (12 euro) e vari tipi di calamite (2 euro). “Abbiamo una piccola fabbrica. Appena c’è stata la fumata abbiamo cercato di capire come fare il più in fretta possibile. Abbiamo lavorato tutta la notte e in effetti, sì, forse siamo i primi”, dice uno dei proprietari, che si gode la coda all’ingresso, dove ha anche piazzato una strategica gigantografia di Prevost con su scritto “Papa Leone XIV-Gifts-Souvenirs”. Intanto un gruppi di ragazzi tira su manciate di calamite come fossero caramelle e chiede il conto.
KeystonePeruviani in prima filaAnche in Via della Conciliazione spuntano cartoline di Leone XIV mischiate a quelle di Francesco, che compare suo malgrado su un calendario del 2026 mentre, ripreso di schiena, apre una porta santa. I titolari dei negozi sono molto restii a dare informazioni su come e dove si sono procurati il materiale, alimentando i dubbi – che aleggiano da sempre – sulla provenienza e sulle condizioni di lavoro di chi rifornisce almeno una parte del mercato religioso. Non a caso, i negozi storici sono ancora sprovvisti di articoli con il volto di Leone XIV. Intanto una signora esagitata con in mano un disegno del Cristo de Mailin (un paesino sperduto nell’entroterra argentino) prova a fare il giro delle tv, disturbando e invadendo alcune dirette. I peruviani sono i più felici: alcuni, con bandiera nazionale al seguito, durante il Regina Coeli erano tra le primissime file dietro allo striscione “Chiclayo presente”. Chiclayo è dove Prevost ha servito come vescovo e dove ha preso la cittadinanza peruviana. Una signora di Lima (arrivata apposta con tutta la famiglia: marito, figlio, genero e nipotina) si dice orgogliosa di avere un “Papa peruano”. Intanto una donna polacca, un po’ di corsa e in un inglese duro, davanti alla solita domanda (“Le piace questo Papa?”), va oltre la solita risposta: “Certo che mi piace. E sa cosa mi piace ancora di più? Che ora è il turno di Trump, che fa tanto il gradasso, di andare a baciare il sedere a qualcuno”.
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