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08.05.2021 - 12:36

Nella penna e sulle pagine di Roberto Genazzini

“Per Rialto” dice un cartello appeso in casa, e una freccia segnala di andare verso sinistra. Non potrebbe essere altrimenti: se ami Gandria, ami anche Venezia

di Natascia Bandecchi
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© Ti-Press / Elia Bianchi

Pubblichiamo un articolo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

È nato a Gandria – suo secondo amore, poi scopriremo chi è il primo – il 30 dicembre 1959, un giorno prima dei tanto famigerati anni Sessanta. Da un anno è felicemente in pensione, così ha tutto il tempo per scrivere, scrivere e ancora scrivere. Sin da piccolo amava raccontare storie che, con il tempo, ha trasformato in libri pubblicati. Ha un passato da assicuratore ma nella vita ha ricoperto vari incarichi, soprattutto nella sua tanto amata Gandria: dal Municipio al Consiglio Parrocchiale, da associazioni ricreative a raccoglitore di olive. Ama la musica, quella dei cantautori alla Guccini per intenderci, ma il suo cuore batte a suon di rock targato USA: infatti è un fan sfegatato di Springsteen.

Prima di sposarsi con Adriana, Roberto viaggiava dove lo portava la passione. No, non era un latin lover e nemmeno un viaggiatore seriale. A lui interessava unicamente seguire Bruce Springsteen durante le sue tournée in giro per il globo. L’ha visto dal vivo almeno ottanta volte. Nel suo studio casalingo ha un vinile gigantesco di Born to Run. Nella libreria piena di tomi troneggia una fotografia di cui è molto geloso. “Era il 1984, eravamo allo Stone Pony di Asbury Park, New Jersey. Quello a sinistra barbuto, con gli occhiali da sole sono io, quello in mezzo con la maglietta bianca è Bruce”. La canzone preferita di Roberto è: “The River”. Dal river del Boss al lago Ceresio il passo è breve: “Sono nato e cresciuto a Gandria, me ne andai via dopo la morte di mio padre. Avevo 12 anni, ma ci tornai poco più che trentenne, sposato e con la voglia di riprendere le mie radici lacustri. Ristrutturai la casa dei nonni – a picco sul lago – e da qui non ci siamo più spostati”.

Gandria

“Per Rialto”, questo è un cartello appeso in casa da Roberto, una freccia che segnala di andare verso sinistra. Non potrebbe essere altrimenti: se ami Gandria, ami Venezia: “Non potrei immaginare di vivere altrove, sono consapevole che abitare qui sia scomodo (tanti scalini, pochi posteggi, molti turisti che vanno e vengono) ma la scomodità è vinta dalla bellezza, dalla poesia che si respira”. Gandria è sempre stata molto apprezzata dai turisti, nel tempo hanno chiuso negozietti di artigianato, ristoranti ma non per questo ha perso il suo smalto, anche se “il suo lato pittoresco è quello che mi piace meno. Mi immagino Gandria come un clown triste che però deve mostrarsi accattivante e frizzante”. La scintilla della scrittura arde in Roberto sin da quando era piccolo: “Mentre giocavo all’hockey da tavolo creavo una sorta di telecronaca romanzata delle partite, inventandomi storie per ogni giocatore in pista. Ho affinato la scrittura con la pratica e frequentando un corso di giornalismo a Milano per due anni”. Roberto non fa lo scrittore di mestiere ma, lavorando part time in ufficio, ha tempo da dedicare a quell’arte che tanto lo accende.


© Ti-Press / Elia Bianchi

Didèl

La vita di ogni essere umano è segnata da orme che ne cambiano la sua esistenza. Per Roberto una di queste tracce è un viaggio nel 1999 con sua moglie Adriana. “La destinazione era la Romania, lì ci aspettava Didèl, il figlio che abbiamo adottato e che ci ha resi genitori felici di esserlo, senza un figlio saremmo stati molto più poveri”. E qui entra Adriana che gironzola in casa ma che ascolta la nostra chiacchierata. “Genitori non si nasce, è complesso a tratti ma è un dono meraviglioso”. Roberto non smette mai di scrivere sulle pagine del suo diario e da lì esce il suo primo libro Lo scivolo iridato in cui racconta l’esperienza dell’adozione in Romania. I fondi raccolti hanno finanziato l’orfanotrofio in cui stava Didèl.

Cose del mondo

Il tema delle diversità ha sempre creato non pochi impicci, dibattiti, scontri ma soprattutto sofferenza per chi è etichettato come “diverso”. Uno strumento prezioso per attraversare questo muro di ignoranza (dal verbo ignorare e cioè ‘non conoscere’) è un antidoto potente: conoscere appunto.  “Cose del mondo (SalvioniEdizioni, 2021) è il mio ultimo romanzo in cui ho voluto parlare in maniera molto semplice della transessualità. Mi sono sempre chiesto cosa significasse mettersi nei panni di una persona che non si sente a suo agio nel corpo in cui è nata. Per molto tempo mi sono detto: come vivrei male se fossi io”. Per Roberto tutte le discriminazioni sono tremende, ma la transfobia è una delle più bieche. “Non mi capacito di come si possa essere così aggressivi contro il mondo LGBT”. Per citare ancora il fiume di Bruce Springsteen – anche se il testo ha tutt’altro significato – “direi che per permettere a questo fiume di scorrere senza troppe dighe fatte di pregiudizio, ignoranza e aggressività, è tempo di parlare sempre più di ‘diversità’ per trasformarle in unicità”.

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