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22.08.2020 - 14:500
Aggiornamento : 25.08.2020 - 00:03

A Cesenatico, oltre il mare e il tempo perduto

Visioni sbiadite da un'estate sgualcita. Un po' per il virus, un po' perché qui tutto è (quasi) uguale a come te lo ricordavi.

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

“Sembri l’ombra di Giacometti, patacca!”. Me lo diceva spesso una coscienza ossessiva, quando portavo i miei due metri e passa di ansie adolescenziali per i viali di Cesenatico. Anni Novanta, le due del pomeriggio, il sole verticale sulla nuca; i pensieri quelli soliti, manichei e molesti, della condanna a sedici anni: preoccupazioni per la versione di greco che davvero, come ho fatto a non capire quell’ottativo; oppure tormenti per la compagna di classe che insomma, sì, col senno di poi. 
Alla stessa ora, con lo stesso sole – implacabile, stizzoso, bastardo – torno dopo oltre vent’anni su quel viale ‘dal dietro’ , Viale Carducci insomma, la coda d’asfalto che passa dietro ai bagni e va dal molo leonardesco all’ignoto: sarebbe bello mitizzare che si spinga fino a Tucson o a Vladivostock, ma oltre Gatteo Mare non garantisco. Il mare da lì non si vede. C’è nel mezzo tutto quello che in cinquant’anni non è andato come doveva: parcheggi selvaggi, botteghe che vendono materassini gonfiabili a forma di patatine del McDonald’s, pensioni abbandonate e scheletri di cemento armato lasciati lì da avventate illusioni alberghiere. Pezzi di Rust Belt in mezzo alla tenacia di chi invece resiste: gli alberghetti a conduzione familiare con le loro fioriere curatissime, le gelaterie, i piadinari, i barbieri. Mani industriose che ricuciono quegli strappi di malinconia, impedendole di degenerare nella desolazione, come quella fatta di colonie abbandonate ed erbacce che infesta la zona a ponente del porto canale.
È strana, Cesenatico: proprio il porto leonardesco è l’apoteosi del pittoresco – dell’instagrammabile, si direbbe oggi – e neppure l’ossessione dei colori pastello sulle vecchie facciate involgarisce l’armonia dell’insieme. I pescherecci, la piazza delle Conserve – con la vecchia buca dove si conservava il pesce, che da bambino mi terrorizzava – recuperano il paese alla realtà, lo salvano in extremis dall’imbecillità turistica che asfalta senza vie di fuga posti come Gatteo o Milano Marittima. Non è la stessa riviera di Salvini, insomma, e si ha l’impressione consolante che i vecchi birroni Moretti siano ancora più popolari del mojito.


© Lorenzo Erroi

 La ‘Mazurka Zàitu’

Torno qua ogni anno. Faccio lo stesso percorso ogni giorno, per circa due settimane, con la sabbia nelle Birkenstock e un Chinotto in mano. A volte compro la Neue Zürcher Zeitung – non tanto per leggerla, quanto per il gusto di sentire l’edicolante che urla al nipote “Moooooris, cosa viene la Mazurka Zàitu?” –; altre invece vado dal Fausto, che ha un chiosco dei fumetti usati protetto dall’icona d’uno Zagor ormai sbiadito, e mi procura i vecchi numeri di Linus. Su una vecchia ringhiera c’è una targa: “Ancelle del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante. Santa Messa: ore 18.30”. Dall’altra parte della strada incrocio una maglietta con sopra una scritta: “Tc’i ignurènt c’me la zolla”. Tradotto (anche se così perde): sei ignorante come la cipolla. Batto i dieci euro sul banco con la sicumera del romagnolo di campagna e porto a casa, ci mancherebbe altro. Attorno a me manifesti scollati del Partito Repubblicano e dei comici di Zelig, locandine di Grazia, vecchi in carrozzina che si vedono risistemare sulla fronte i cappellini dalle rispettive badanti.


© Lorenzo Erroi

 
Ma il mare? Se non si ha la forza per andarci all’alba – magari rimediando anche qualche concertino di liscio sulla spiaggia –, allora il momento migliore è sul mezzogiorno, con buona pace dei consigli medici. A quell’ora i villeggianti tornano agli alberghi pur di non rinunciare ai privilegi della ‘pensione completa’ , gli ombrelloni si svuotano e il bagnasciuga anche. Resta qualche bagnino assonnato in cima alla sua torretta: maglietta rossa, capelli biondi, abbronzatura brunita e immancabili tatuaggi tribali; e i pochi bambini delle mamme meno apprensive, quelle che giustamente non credono alla storia che vuole fatale il bagno dopo mangiato. 
L’acqua può essere torbida, per via dei fiumi e del fondale sabbioso, ma è pulita. Nuotare sotto gli scogli artificiali – calati di fronte alla spiaggia negli anni Settanta, per fare in modo che si allungasse e guadagnare spazio per altri ombrelloni – permette di stare soli per chilometri, per ore, sotto lo sguardo perplesso dei gabbiani, che quando la gente va via reclamano i loro spazi. A dorso, sotto il sole a picco, c’è da fare attenzione: c’è una gran pace, ma da lì alle allucinazioni fantozziane è un niente (“Filiniiiii! Come sei belloooo!”).
Il poeta di Cesenatico è storicamente Marino Moretti, ma a me torna più spesso in mente Montale: “Quivi sei alle origini e decidere è stolto: ripartirai più avanti per assumere un volto”. Lo scriveva pensando a Portovenere, il fighetto. Ma ognuno ha le sue origini.


© Lorenzo Erroi

 

SETTE REGOLE PER UN BAGNO

Per bagno s’intende, naturalmente, stabilimento balneare. Il forestiero viene a volte indirizzato verso l’uno o l’altro dall’hotel presso il quale risiede, a seconda delle convenzioni (in senso economico, non socioculturale). Il residente, invece, è spesso legato allo stesso posto da atavici legami familiari: nei bagni più popolari, il diritto all’ombrellone in prima fila è regolato da un oscuro diritto successorio che ricorda da vicino le leggi saliche. Meglio sarebbe poter scegliere liberamente, ma per farlo come si deve serve metodo. Ecco dunque una guida in 7 punti sulle variabili da tenere d’occhio.

1. L’età degli avventori
In uno stabilimento pieno di giovani col fisico scolpito non vi sentirete mai a vostro agio, e poi l’anzianità è garanzia di qualità: se la Nives o il Glauco tornano nello stesso posto da mezzo secolo, una ragione di sarà. Il punteggio aumenta in presenza di tornei di carte – specie se ‘memorial’ dedicati a questo o quel cliente stroncato dall’ultima briscola – e campo da bocce. 

2. La musica 
Idealmente dovrebbe essercene il meno possibile, per non disturbare il pisolino all’ombrellone. È ammesso il liscio alla mattina e all’aperitivo, eventualmente anche con ballo di coppia, ma con discrezione. 

3. Il menù 
È facile farsi tentare da stabilimenti che offrono settantadue pietanze di pesce, un’ampia selezione di gin e altre stranezze esotiche. Errore: fa un gran caldo, tutte queste cose non vi servono, e attraggono fighetti molesti. Il bagno serio offre una limitata ma curata scelta di piadine farcite e insalate, la birra Moretti e il vino frizzante alla spina (soprannominato dagli indigeni “il Vigliacco” per le nefaste proprietà inebrianti).

4. La ‘biblioteca’ 
Ogni bagno si fregia di un’offerta editoriale che aiuta a capire se siete nel posto giusto. Diffidate di quelli che propongono cose d’élite, tipo Adelphi e Nave di Teseo: se la stanno tirando. Meritano fiducia le collezioni complete di Tex Willer e Topolino, affiancate da vecchi gialli Mondadori e romanzi rosa in tedesco, dimenticati dalla signora Studer nel 1974 all’ombrellone 407. 

5. Gli ombrelloni 
Appunto. Se siete di quelli che vogliono stare da soli, Cesenatico non fa per voi. Anche con le distanze imposte dal coronavirus, gli ombrelloni sono molto vicini. Evitate i bagni che ne offrono varianti bislacche: di paglia, a pagoda… Sbirciate anche sui tavolini sottostanti: se vedete Bild, Corriere dello Sport e creme Nivea, siete al posto giusto. In caso di Economist, Capital e spray abbronzanti dal nome francese, scappate.

6. Le attività 
Se avete figli piccoli, è utile poter fare affidamento su una serie di attività che vi permettano di liberarvene per qualche ora: truccabimbi, caccia al tesoro, saponificazione (fatta dai e non coi bambini, se possibile). La peste sono le offerte per adulti: la prima mattina, assistere al ‘risveglio muscolare’ sul bagnasciuga è antropologicamente interessante; il giorno dopo, tutta quella disco vi farà già venir voglia di strapparvi le coclee con un arpione e annegare i partecipanti tra le vongole.

7. La gerenza 
La conduzione dev’essere assolutamente familiare, possibilmente da diverse generazioni. L’idea è quella di frequentarli fino al punto di diventare voi stessi parte della famiglia. Nulla di più bello che rientrare dal bagnetto e sentire l’Ezio che chiama: “Lorenzoooo, è vero o no che oggi nell’acqua
si sta da Dio?”. 

© Lorenzo Erroi
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