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25.04.2020 - 17:20

Soccorritori, nella buona e cattiva sorte

La cosa più difficile del mestiere di Gianni Sicilia? Non sapere se, quando lo chiamano, si sta recando da qualcuno che conosce.

di Sara Rossi Guidicelli
soccorritori-nella-buona-e-cattiva-sorte
© Ti-Press / Samuel Golay

Pubblichiamo un contributo apparso in Ticino7, allegato del sabato nelle pagine de laRegione.

Gianni Sicilia è soccorritore diplomato, cioè è quello che arriva con l’ambulanza quando ti fai male. Lavora per l’associazione Tre Valli Soccorso, nata vent’anni fa, ed è padre di tre figli. La cosa più bella del suo mestiere? Quando l’adrenalina lascia il posto al sollievo, perché capisci che il pericolo più grave è scampato.

Viene dal Mendrisiotto, ma ora ha piantato radici bene in fondo nella terra della Valle di Blenio. È stato uno dei primi infermieri a fare la formazione per diventare soccorritore diplomato, nel 1989. Lavora per Tre Valli Soccorso da quando questo servizio è stato creato vent’anni fa. Ormai gli mancano due anni alla pensione, ma Gianni Sicilia parla ancora del suo lavoro con l’amore dei primi giorni: “Lo ammetto, all’inizio ho scelto questa strada perché c’era più azione. Quando avevo 23 anni lavoravo nel reparto di chirurgia di un ospedale e dalla finestra vedevo arrivare le ambulanze: erano macchinoni americani colorati, con le sirene spiegate. Mi incuriosivano, così mi sono avvicinato e poi ho scelto di specializzarmi. Partiva proprio quell’anno il primo corso di formazione per soccorritori”. 
Sempre in quell’epoca, nelle corsie dell’ospedale Gianni ha conosciuto Lorenza, levatrice, oggi sua moglie e madre dei loro tre figli. Quando me lo racconta il suo sguardo vaga per un attimo, un sorriso gli affiora sulle labbra. Chissà cosa vede, quanta luce in quel ricordo. 

Non ci si abitua a questo mestiere

Gianni Sicilia ne ha conosciute di case. Una non la dimenticherà mai, in Valle Malvaglia, 30 anni fa. “Era così spoglia che mi ha fatto male. Non c’era niente. Solo un pentolino incrostato con dentro un dito di latte. Un letto di ferro e una signora anziana sdraiata, completamente sola. Ho pensato: siamo il paese più ricco del mondo e c’è questa signora qui, messa così, che non possiede niente. La gente a volte ci dice curiosa: Chissà quante cose vedete... Ma cosa vediamo? Vediamo la gente che sta male. Vediamo i morti. Vediamo cose che ci segnano. Una volta una volontaria ha visto un uomo morto. Ha pianto e poi ha deciso di fare l’infermiera. Un altro volontario era un banchiere che è venuto a darci una mano nel suo tempo libero, perché sentiva l’esigenza di fare qualcosa per ‘gli altri’. E poi ha cambiato mestiere”. 

Per capirsi

“Qui vieni per capire chi sei”, continua Sicilia. “Vieni perché non è la tranquillità ciò di cui hai bisogno, ma qualcosa d’altro. Il nostro lavoro è salvare la gente: è una questione veloce, di cervello, improvvisazione, gesti conosciuti e sempre nuovi. C’è adrenalina durante la corsa in ambulanza, ma prima di catapultarti dentro alla situazione di emergenza, devi calmarti. Prima di entrare in casa di qualcuno devi innanzitutto pulirti le scarpe. È un gesto di rispetto. Mentre lo fai hai quell’attimo per spogliarti da ogni tua paura o pregiudizio. Quello che trovi sarà la materia del tuo intervento, senza mai giudicare nessuno”. 
Oltre alla prontezza clinica e logistica ci vuole una qualità che è impalpabile. “Qui hai strumenti e la borsa di pronto intervento, ma non è come in ospedale”, spiega. “A volte devi ricorrere alle tue buone e vecchie mani per capire cosa c’è. Devi pensare con la tua buona vecchia testa: accogli tutte le idee che ti vengono e poi confermi o escludi. Bisogna porre molte domande al paziente, usare i propri cinque sensi per capire di cosa necessita lui e anche chi gli sta vicino”. 

Una porta sempre aperta

Tra colleghi ci si sostiene, soprattutto dopo un intervento pesante che può restare sospeso e iniettare malessere se non viene raccontato, ascoltato, rielaborato. Ognuno sa chi ha problemi a casa, chi non sta bene: è molto importante che il personale abbia un buon rapporto e che possa sempre dire come si sente, altrimenti ne va del lavoro sul campo. A volte c’è tanto tempo da aspettare tra un intervento e l’altro. Allora si parla, ci si forma soprattutto, ci si aggiorna e si allena la capacità di fare diagnosi in fretta: cosa avrà il paziente? Di che tipo di primo intervento necessita? Con questo tempo o con questo traffico e in questa situazione di cosa c’è bisogno: ambulanza, Rega, colonna di soccorso, medico... “È un lavoro fantastico” assicura Gianni Sicilia. “Vedi gente più giovane di te che non ha un futuro; vedi nascere bambini in ambulanza e in quel momento è come se fossero i tuoi. È stancante certo, ma lo rifarei mille volte, perché mi ha dato molto più di quanto non ho dato io. Mi ha fatto capire che la vita è una cosa bella, che va vissuta fino in fondo”.
Quando sarà in pensione continuerà a occuparsi della formazione dei suoi giovani colleghi e poi vorrebbe inserirsi in un progetto che porta le vecchie ambulanze del Tre Valli Soccorso in Senegal. Gianni vorrebbe mettere in piedi la formazione del personale locale. «Il legame che ho con l’ambulanza non è una porta che si può chiudere, dura per sempre”. 

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