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Il peggio non è passato, ma è comunque ‘Un sabato italiano’

Nella ‘Roma felliniana’ del 1983 usciva l’italian standard di Sergio Caputo, il ‘Re delle tronche’. Ne approfittiamo per fare un po’ di musica...

il-peggio-non-e-passato-ma-e-comunque-un-sabato-italiano
E in questo sabato qualunque...

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

Figli delle stelle (vintage edition)

Sergio Caputo, ‘Un sabato italiano’ (1983)

È il giorno in cui esce Ticino7, ma anche quello nel quale Claudio Baglioni viene lasciato dal passerotto. È l’equivalente della domenica per Fabio Concato, del lunedì per Vasco, del martedì per gli Stones, del mercoledì per Simon & Garfunkel, del venerdì per gli Articolo 31. Fatto salvo il giovedì, per il quale non ci viene in mente nessuna canzone (in ‘Seven Days’, comunque, Sting i giorni li cita tutti), il sabato italofono per eccellenza è ‘Un sabato italiano’, canzone e album del 1983. Per Mario Luzzatto Fegiz, Sergio Caputo – classe 1954, da Roma – è "il Re delle tronche", ovvero colui che meglio ha adattato e ancora adatta allo swing una lingua (quella italiana) che di tronche non abbonda di certo. La cosa è riuscita a pochi, da Carosone a Buscaglione, ad altri che non necessariamente finiscono in ‘one’.

Letteratura del ‘Night’

Con ‘Un sabato italiano’ (cade il 30ennale, ma nel 2013 fu anche libro), la canzone italiana ha il suo ‘Jumpin’ Jive’, album di Joe Jackson che nel 1981 anticipò il cosiddetto ‘retro-swing revival’. Ma laddove il geniale britannico reinterpreta classici swing e jump blues degli anni Quaranta, nel 1983 il geniale Caputo – un solo Ep all’attivo, di professione pubblicitario a tempo pieno – li scrive ex novo, con lessico nuovo. A partire da ‘Bimba se sapessi’, originariamente ‘Citrosodina’, rititolata dopo l’intervento del marchio produttore della nota bevanda per digerire, cosa che fa oggi delle prime copie di questo disco una rarità da centinaia di euro.

Nella "Roma felliniana" della title-track a fare da scenografia, sfilano le intimità di ‘Mettimi giù’ e la vita da vivere di ‘Io e Rino’ (con videoclip); in ‘Mercy bocù’, le swing-sofferenze d’amore sono rette da dolci sintetizzatori, così come in ‘Week end’, ‘E le bionde sono tinte’ e nell’altrettanto notturna ‘Night’, letteratura da locale notturno che cita Bessie Smith, Yves Montand e Fernandel (tronchi).

‘Ne approfitto per fare un po’ di musica’

"Cantami o Diva di quello che vuoi / Magari non gridarmi nelle orecchie mentre suono Jumpin’ Jive". Tra Cab Calloway e, indirettamente, ancora Joe Jackson, ‘Spicchio di luna’ è l’italian standard che chiude l’album, uno splendido slow che dall’incipit del suo ritornello – "Ne approfitto per fare un po’ di musica" – quel gran comunicatore di Sergio Caputo avrebbe più tardi tratto il titolo di un album dal vivo che è la summa di tutto l’imprescindibile suo, rappresentativo di astronavi che arrivano, italiani che ballano il mambo e viaggi alle Hawaii. Sogni e speranze che nel ‘Sabato italiano’ del 1983 regalano – a ogni ritornello di quella canzone – un prezioso, circolare istante di ritrovata pace: "Il peggio sembra essere passato".

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