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Italo Calvino (1923-1985)
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Ammettilo. Ci sei ricascato. Eppure ti eri ripromesso, dopo l’ultima fregatura, di non farti più abbindolare: d’ora in poi, solo libri che abbiano superato la prova del tempo. Dei classici, che non tradiscono mai. Ma le fascette editoriali annunciavano, con colori sgargianti e punti esclamativi, "il nuovo Simenon!", "il nuovo Borges!", "il nuovo Calvino!" e tu hai ceduto (e hai creduto) a tanto entusiasmo, dirigendoti trionfante alla cassa con quelle meraviglie in mano…

Già, se potessi ti prenderesti a calci da solo. E quei libri acquistati mai finiti? Eh, che fine hanno fatto? Li hai rivenduti, regalati, gettati nel camino? Non sarebbe stato meglio leggere (o rileggere) gli originali, possibilmente prima di averli citati? Mi costringi a ricordarti (la verità ti fa male, lo so) quella chiacchierata in salotto, quell’intervento alla presentazione di un altro imprescindibile volume, quella cena galante in cui, per stupire gli amici, per impressionare i colleghi, per fare colpo su un’attraente signora, hai citato per l’ennesima volta una banalità sulla leggerezza che non è superficialità, ma planare sulle cose senza pesi nel cuore. "Come scrive Italo Calvino nelle Lezioni americane…", hai esordito con l’aria di chi la sa lunga, salvo scoprire (dopo esserti deciso una buona volta a leggerle davvero, le Lezioni americane) che Calvino, quella frase, non l’ha mai scritta. Possibile? Che vergogna! Ma come! Ma se l’hanno citata anche al Festival di Sanremo! Il pubblico si spellava le mani dagli applausi, i social erano in visibilio e il giorno dopo ne parlavano tutti i quotidiani: che belle parole, dovremmo prenderne esempio, abbiamo chiesto al noto tuttologo di commentarle per noi…


Basato su una serie di lezioni preparate in vista di un ciclo di sei discorsi da tenere all’Università di Harvard per l’anno accademico 1985-1986, il volume fu pubblicato postumo nel 1988. Il ciclo era previsto per l’autunno del 1985, ma non si tenne a causa della morte improvvisa dell’autore avvenuta nel settembre 1985 (dopo un ictus che lo colpì pochi giorni prima).

E quel brivido lungo la schiena?

No, ormai hai imparato ad andare oltre le fascette e i risvolti di copertina. Ti sei fatto furbo: leggi le recensioni. Dove? Su internet? Ma no: nelle pagine culturali e negli inserti di quotidiani e riviste. Quelle sì che sono analisi approfondite, disamine severe, valutazioni motivate e circostanziate. Ed è stato in uno di questi articoli, che l’ultimo romanzo dell’affermato scrittore – immancabilmente definito un epigono di Kundera e un emulo di Proust, con una spruzzata di Joyce e tanta, ma tanta leggerezza calviniana – è stato propinato come una sofferta ma necessaria indagine sui sentimenti, un coraggioso e doloroso scavo nella propria interiorità, un imperdibile viaggio nella profondità dell’animo umano. Con fare insinuante e insieme ricattatorio, il recensore ti ha convinto a correre in libreria. Il senso di colpa non ti avrebbe fatto dormire la notte. Ora che quell’indispensabile libro è tuo, potrai finalmente perderti in quelle pagine così meditate eppure così fresche, così dense eppure così (ci risiamo…) leggere, che ti ammalieranno, ti commuoveranno, ti rivolteranno come un calzino, facendoti ridere, pensare, volare, e ovviamente planare sulle cose senza pesi eccetera. Come, dici che non funziona? Mai giudicare un libro dalle prime pagine, neanche dal primo capitolo… Suvvia, un po’ di pazienza. Abbi rispetto per la fatica dell’autore, per la sofferenza con cui ha scavato dentro di sé, per il coraggio con cui ha guardato in faccia i suoi fantasmi. E anche per la sua leggerezza, sia chiaro.
Niente da fare: giunto faticosamente a metà libro, anche stavolta decidi di mollare. L’acuto e brillante critico ti ha spacciato per capolavoro un innocuo e noioso romanzo rosa, scritto come la sceneggiatura di una fiction televisiva per famiglie. Ti aspettavi il brivido lungo la schiena, che per Nabokov è la sensazione che deve procurare la vera letteratura, o addirittura lo squartamento, la ferita che per Cioran deve cambiare la vita del lettore, perché un libro che lascia il lettore uguale a com’era prima di leggerlo è un libro fallito. E invece non ti ha fatto neanche il solletico.

AIA: un evento riparatore

Rileggi la fascetta: "Il nuovo Tolstoj! Vincitore del Premio XY!". Ecco, un premio al contrario potrebbe essere, non dico la soluzione, ma almeno un filtro, un mezzo per distinguere il grano dal loglio. Un premio a cadenza annuale, trimestrale, mensile da assegnare al peggiore romanzo pubblicato in lingua italiana, recensito in punta di penna e premiato dalle vendite. Il Premio AIA, modesto ma fiero acronimo di Alberi Inutilmente Abbattuti: solo un esubero di carta, se l’editoria puntasse sulla qualità della scrittura, giustificherebbe certe pubblicazioni. AIA è anche il disperato grido di dolore del povero lettore arrabbiato e deluso (per essere stato buggerato, per il tempo sprecato, per il denaro buttato). AIA è, infine, un perentorio invito al cattivo scrittore a dedicarsi in via esclusiva e definitiva alle gioie (e soprattutto alle fatiche, altro che leggerezza!) della pastorizia e dell’agricoltura. Magari ripiantando gli alberi abbattuti per pubblicare i suoi libri. Quanto ai giurati del premio, frequentatori assidui di librerie e biblioteche, pagherebbero di tasca propria i libri da giudicare oppure li riceverebbero in prestito, per non sentirsi in debito con le case editrici e mantenersi insensibili a pressioni, raccomandazioni, telefonate. Naturalmente, sarebbero tenuti a motivare le loro scelte. Qualcuno se ne avrebbe a male, ma l’editoria non butta via niente, anzi ricicla, ripesca, recupera e, con buona pace di Arbasino, concede la dignità di venerato maestro a tutti, superficialmente: stavolta sì, con leggerezza.

GLI ANTIDOTI

Per citare Calvino – ma qui senza propositi – consigliamo la lettura delle Lezioni americane (Mondadori). Chi non ama la letteratura pedagogica e consolatoria, troverà soddisfazione in alcuni volumi di Adelphi: Il rumore sottile della prosa di Manganelli, Squartamento di Cioran, Lezioni di letteratura di Nabokov. Esempio di ironia e di eleganza, I ferri del mestiere. Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti di Fruttero & Lucentini (Einaudi). Al lettore allergico alle classifiche di vendita, suggeriamo Sopra eroi e tombe di Ernesto Sábato (Einaudi).


Il consiglio migliore per chi comincia a scrivere? Essere umili: è "ridicola e nociva" l’idea di imparare a scrivere credendo, un giorno, di riproporre un’opera come ‘Moby Dick’.

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