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Particolare di ʻFeliz Navideadʼ, murales dell’artista Caiozzama (Santiago, Cile). Immagine tratta da globalstreetsart.com.
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Babbo Natale: identikit di un uomo generoso

Ma insomma, chi li porta questi regali: un anziano supereroe vestito di rosso, Santa Claus o un bambinello? Una questione mica di poco conto, eh

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato settimanale de laRegione

Comunque la pensiate e la crediate – o per anni avete detto ai vostri figli e nipoti –, è certo piuttosto difficile sostenere che Gesù Bambino porti dei doni: cosa volete che possa trasportare un bebè? Mentre sulla slitta, trainata da una squadra di renne volanti, pacchi ce ne stanno a iosa. In realtà c’è un secolare braccio di ferro tra sopravvivenze ritenute pagane (per quel che vuol dire poi questa strana parola) e la tradizione cristiana (vedi correlato, ndr). Storicamente tutto poggia su un evento calendariale di grande importanza connesso all’astronomia, e cioè il solstizio d’inverno, quando le notti iniziano ad accorciarsi e la luce del giorno a durare un po’ di più. È un momento speciale dell’anno che in molte culture è stato occasione di festività di vario genere: dal Sol Invictus nei Saturnalia dell’antica Roma, alla nascita di divinità solstiziali come Helios in Grecia, Atargatis in Siria, e infine Yeoshua di Nazareth, importato da noi col nome di Gesù.

‘So che tu sai che io so’

Comunque sia, per ogni genitore viene il momento di rivelare ai propri figli che Babbo Natale non esiste. Sempre che si possa dire che non esiste, perché ovviamente l’immaginario è una realtà. Questa rivelazione è un vero e proprio rito di passaggio, come ne sopravvivono ormai pochi nella società contemporanea. È un momento delicato, che si collega ad analoghe pratiche e credenze che gli etnologi hanno studiato in molte società tradizionali. Accade ai bambini africani nei villaggi delle Guinea e della Costa d’Avorio. Accade ai piccoli indiani d’America Hopi, quando viene svelato loro che le maschere danzanti in realtà non sono soprannaturali, ma sono tutte persone del paese, i genitori e gli zii. I bambini però non sono tutti uguali. C’è quello che si apposta dietro il divano perché sospetta, e magari coglie in flagrante mamma e papà con i pacchetti in mano. Ma ci sono anche quelli che si ostinano a credere, contro ogni evidenza. Ero uno di loro. Io sentivo perfino l’odore delle renne, trovavo le loro impronte in giardino: “Fantastico, anche stavolta Babbo Natale ha indovinato esattamente quello che desideravo!”.
C’è poi una sorta di terra di mezzo, che è la situazione dell’“io so che tu sai che io so”. Vale per i grandi e vale per i piccoli. In pratica si sta tutti al gioco, nella finzione e nella complicità. Di solito ci pensano poi i compagni di scuola o i fratelli e le sorelle maggiori a sverginare il pupo, facendo la parte degli esperti delle cose del mondo. Da parte nostra c’è sempre un po’ di rimpianto per la perdita dell’innocenza da parte dei bambini. In fondo, dispiace per il loro ingresso nella classe d’età degli adulti, come se ci portassimo dietro una colpa oscura. Forse consapevoli di tutte le ingiustizie e gli abusi perpetrati da noi grandi, nel pieno delle nostre facoltà.


Digione, 23 dicembre 1951. “Al rogo, al rogo”, un’azione di iconoclastia e anticapitalistica in piena regola.

Regali, aldilà & sacrificio

In Francia, settant’anni fa, un Babbo Natale di pezza a grandezza naturale, colpevole di un “impaganimento” della festa cristiana della Natività, viene impiccato e poi bruciato come un eretico sul sagrato della cattedrale. Siamo a Digione, è il 23 dicembre del 1951. Nel comunicato dei giustizieri, ripreso anche dall’edizione di France-Soir dell’indomani, si legge: “In rappresentanza di tutti i cristiani della parrocchia desiderosi di combattere la menzogna, 250 bambini, raccolti davanti alla porta principale della cattedrale di Dijon, hanno bruciato Babbo Natale”. L’atteggiamento delle autorità ecclesiastiche viene disapprovato dalla stampa, con una serie di articoli che evidenziano quanto sia carino credere a Babbo Natale, una figura che non fa male a nessuno. Ma più che difendere Babbo Natale, si tratta di capire le ragioni che hanno indotto gli adulti a inventarlo. Al fatto di cronaca il grande antropologo Claude Lévi Strauss (1908-2009) dedica un saggio intitolato Babbo Natale giustiziato (nella traduzione italiana pubblicata da Sellerio, 1995), in cui esamina i significati arcaici della ricorrenza. Da una parte sta la spiegazione utilitaristica: i riti di passaggio e di iniziazione hanno una funzione pratica, poiché aiutano gli adulti a mantenere i piccoli nell’obbedienza. Dall’altra si apre uno scenario magico-religioso che conferisce alla tradizione un aspetto più spirituale e profondo. “La credenza che manteniamo nei nostri bambini secondo cui i loro giocattoli provengono dall’aldilà procura un alibi al segreto impulso che ci induce a offrirli ai nostri morti, con il pretesto di darli ai bambini”. In questo senso i regali natalizi sarebbero un omaggio agli antenati, un vero e proprio sacrificio, che in altri tempi si sarebbe chiamato “selvaggio”.


Claude Lévi-Strauss è stato un antropologo, etnologo e filosofo francese.

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