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J. Depp nel film “Ed Wood” di Tim Burton.
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Aggiornamento : 22.11.2021 - 09:38

Tra lui e lei: attraversamenti di genere e di vestiti

Uomini e donne non sono semplicemente “maschili” o “femminili”: sono molto di più. E allora si spiegano i fisici scolpiti, i toraci depilati e molto altro

di Mariella Dal Farra

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione

È complessa la relazione che intratteniamo con gli abiti che indossiamo, anche perché si tratta di un rapporto ‘intimo’, personale. Alcuni preferiscono tagli strutturati, altri modelli più morbidi e sportivi; abbiamo preferenze in termini di colore, forma, qualità tattile, grado di aderenza, stile. Scegliamo l’abbigliamento sulla base di come ci fa sentire, con noi stessi e con gli altri, nei diversi contesti; in questo senso, l’abito è davvero espressione e ‘rivestimento’ del sé. Non ci sorprende dunque la forte connotazione ‘di genere’ che da sempre caratterizza i capi di vestiario.

In una delle scene più indimenticabili di Ed Wood (1994), film che Tim Burton volle affettuosamente tributare all’omonimo regista degli anni Cinquanta, il protagonista (interpretato da Johnny Depp) fa leggere alla fidanzata la sua prima sceneggiatura (Glen or Glenda?) incentrata sulla storia di un uomo che ama travestirsi da donna. Dopo averla letta la ragazza (Sarah Jessica Parker) torna in soggiorno e trova Ed che l’attende con indosso un golfino d’angora, scarpe con i tacchi e una parrucca bionda. La sua reazione non è esattamente costruttiva... Con tono di voce teso e acuto inizia a incalzarlo di domande fino a chiedergli, esasperata: “How can you act so casual when you’re dressed like that?” (“Come puoi apparire così disinvolto conciato a quel modo?”). La candida risposta di Ed è, per certi versi, risolutiva: “It makes me feel comfortable” (“Mi fa sentire a mio agio”).


Lei (di spalle) e lui a sua immagine e somiglianza (da “Ed Wood” di Tum Burton).

Le rivoluzioni culturali che partono dagli armadi

“Tradizionalmente il vestito è sempre stato un simbolo ubiquitario delle differenze sessuali, sottolineando la concezione sociale di mascolinità e femminilità. Indossare abiti dell’altro sesso rappresenta quindi, sul piano simbolico, un’incursione all’interno di un territorio che attraversa la linea di confine fra i generi” (Vern & Bonnie Bullough, Cross Dressing, Sex and Gender, 1993). Forse per questo motivo, vestire abiti codificati come “femminili” , nel caso di un uomo, o “maschili”, nel caso di una donna, è stato spesso considerato – e lo è ancora in alcuni Paesi – un reato perseguibile a norma di legge. A partire da quella che è stata probabilmente la cross-dresser più famosa di tutti i tempi, ovvero Giovanna d’Arco, che in ultima istanza venne condannata non in quanto eretica ma proprio per la sua pervicacia nell’indossare indumenti maschili (Capers, I. B., “Cross dressing and the criminal”, Yale Journal of Law & the Humanities, 2008).
Ora per fortuna i tempi sono cambiati, sia sul piano giuridico che su quello culturale. Il secolo scorso ha segnato la definitiva conquista da parte delle donne, perlomeno nel mondo occidentale, del diritto a indossare i pantaloni, tanto che ora ci pare la cosa più “naturale” del mondo. Il cross-dressing maschile, invece, incontra maggiori resistenze e per ora riesce a “passare” solo in forme spettacolarizzate – si pensi alla crescente popolarità di uno show come quello condotto da RuPaul – mentre nella “vita di tutti i giorni” un uomo che indossa una gonna è ancora visto come qualcosa di “strano”. E sebbene alcune griffe ci stiano provando, a proporre gonne per gli uomini, si tratta di una rivoluzione frenata, probabilmente a causa del suo potenziale sovversivo. “Il cross-dressing gioca con i concetti di maschile e femminile, li destabilizza, portando l’osservatore a chiedersi se siano dati biologici o costrutti culturali. (…) Problematizza l’assunto in base al quale l’identità di genere discende automaticamente dal sesso biologico dell’individuo” (Ibidem).


Fotogramma tratto da “Vestito per uccidere” di Brian De Palma.

L’altro/a che cerchiamo (in noi)

Forse sarebbe più facile partire dal presupposto che abbiamo tutte/i, sebbene in misura variabile, caratteristiche definibili, secondo le convenzioni correnti, come “maschili” e “femminili”, ma questo di certo non ci rende meno “uomini” o “donne”. Al contrario, un uomo che non teme di mostrare un certo tipo di sensibilità risulta di solito particolarmente interessante agli occhi di una donna, così come una donna caratterizzata, per esempio, da determinazione e assertività tende a risultare affascinante allo sguardo di un uomo. Coerentemente, indossare abiti “pensati” per l’altro sesso ha poco a che fare con l’identità sessuale (il “sentirsi” uomo o donna) e ancora meno con l’orientamento (molti cross-dresser sono eterosessuali); ha invece molto a che fare con il desiderio di esprimere liberamente la propria personalità, in tutte le sue sfaccettature, comprese quelle che non rientrano negli stereotipi di genere, i cui crismi sono peraltro estremamente volatili. Fino agli anni Venti del secolo scorso, per esempio, il rosa era considerato un colore “maschile”. E se fino a poco tempo fa gli uomini villosi erano reputati “virili”, come si spiegano tutti questi ragazzi palestrati, con i muscoli scolpiti, sui quali neppure un pelo è rimasto a proiettare la sua timida ombra? Uomini e donne non sono semplicemente “maschili” o “femminili”: sono molto, ma molto di più.


Un classico: l’uomo in reggicalze (da “The Rocky Horror Picture Show”).

CINEMA TRAVESTITO

Le incursioni cinematografiche nell’ambito del cross-dressing sono numerose, a testimonianza dell’interesse che questa ‘condotta’ suscita nel pubblico. Alcuni film ne hanno dato una rappresentazione negativa, proprio perché ciò che è atipico e non conosciuto tende a generare inquietudine. Fra questi, l’archetipico Psycho di Alfred Hitchcock (1960), Vestito per uccidere di Brian De Palma (1980) e Il silenzio degli innocenti (1991). Sul versante femminile, due sono le icone che hanno mostrato al mondo il fascino di una donna con i calzoni: Marlene Dietrich, che in Morocco (1930) compare in frac e cilindro (un inedito assoluto per quei tempi) e Katharine Hepburn. Altri film hanno invece adoperato il cross-dressing in forma di commedia, evidenziando così i pregi degli uomini con una sensibilità “femminile”. Fra questi, A qualcuno piace caldo (1959), Tootsie (1982) e Mrs. Doubtfire (1993). Fra i più spassosi e irriverenti, invece, impossibile non citare i musical The Rocky Horror Picture Show (1975) e Priscilla - La regina del deserto (1994). Quasi dimenticavo Glen or Glenda? (1953) con soggetto (semi-autobiografico), sceneggiatura e regia del mitico Edward D. Wood Jr. passato alla storia come ‘il peggiore regista di tutti i tempi’ ma riscoperto in anni più recenti fino a divenire un autore di culto.


Nei panni della madre: una scena di “Psycho”, naturalmente.

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