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03.10.2021 - 11:02
Aggiornamento: 14:45

Teotihuacan, sulla Piramide del Sole

1521-2021: 500 anni fa un pugno di spagnoli capeggiati da Hernán Cortés conquistava uno degli imperi più grandi e potenti della Mesoamerica. Nel sangue, naturalmente

di Marco Horat
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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione

Capitolo 1
Pensare al Messico antico mi fa tornare indietro nel tempo di decenni, a letture sulle civiltà precolombiane e a un susseguente viaggio tra Mexico City, Oaxaca e la penisola dello Yucatan; quando ancora il paese non era preda della guerra tra narcotrafficanti ed era possibile viaggiare tranquilli nelle campagne e uscire perfino di sera nelle strade della capitale. Uno stimolo in più a partire per quell’avventura era l’aver potuto seguire da vicino a Firenze il lavoro della traduttrice del volume di Nigel Davies Gli Aztechi, pubblicato dagli Editori Riuniti; uno studio che per la prima volta affrontava la storia sociopolitica del potente impero che tutti i precedenti aveva cancellato.
La letteratura in materia di popoli amerindi, delle loro tradizioni e culture, nonché di quell’avvenimento traumatico che fu la Conquista è sconfinata e data, si può dire, fin dal XVI secolo. Ci sono le cronache di un protagonista quale fu Bernal Diaz del Castillo o la celebre Historia general de las cosas de Nueva España di frate Bernardino di Sahagún, edita solo nell’800 poiché considerata troppo di parte, quindi censurata dagli spagnoli; una prima inchiesta sulla cultura azteca effettuata attraverso testimoni oculari. A queste fonti di informazione si aggiungano le innumerevoli mostre che nel corso degli anni hanno animato i più grandi musei in tutto il mondo. Parliamo quindi di un argomento che per molti versi dovrebbe essere noto.

Capitolo 2
Un giorno d’estate. Visita a Teotihuacan, la città degli dei. Lontana una cinquantina di chilometri dalla capitale Mexico City, è situata a 2’275 metri sul livello del mare. La città era una metropoli con centomila abitanti già mille anni prima che gli Aztechi si affacciassero alla storia e conquistassero il predominio politico e militare della regione delle Alte Terre: tra il I secolo a.C. e il VI, o poco dopo. Capitale importante di una società socialmente stratificata e divisa in gruppi, che trattava alla pari con la potenza Maya; ma anche luogo sacro per definizione dove gli dei – Tlaloc dio della pioggia e Quetzalcoatl il serpente piumato, come li chiameranno gli Aztechi in lingua nahuatl, che lì andranno in pellegrinaggio – erano scesi sulla Terra per incontrare gli umani: a loro erano riservati i sacrifici di prigionieri nemici ai quali veniva strappato il cuore, dei quali tanto si è scritto. Sono rimaste molte tracce dei quartieri abitativi e lavorativi, dei palazzi e dei templi che costituivano la città, anche se solo una piccolissima parte è stata indagata dagli archeologi.
Ma a Teotihuacan si va soprattutto per vedere le due immense piramidi che svettano sulla pianura: quelle del Sole (215 metri di lato per 63 di altezza) e della Luna, costruite a mano pietra su pietra, senza l’impiego di strumenti in metallo, ruote o bestie da soma per il trasporto dei massi; e fiumi non ce ne sono. Recentemente la Piramide della Luna è stata scavata e ha riservato molte sorprese: sotto di essa sono state scoperte sette costruzioni precedenti, ricche di rappresentazioni figurate, sepolture con corredi funerari e suppellettili.
Si può immaginare con quale emozione mi accingo a salire le ripide scale che portano sulla vetta. Arrivato in cima mi siedo accanto a un giovane, che parla con una donna anziana vestita con un costume tradizionale. Non capisco una parola di quanto si stanno dicendo e allora, da giornalista curioso, chiedo lumi: “Parliamo Zapoteco – mi risponde il nipote – una lingua precolombiana ancora più antica del nahuatl”. Mi racconta della fierezza degli anziani del posto che vogliono mantenere vivo un idioma che sta scomparendo. Lui cerca di impararlo a sua volta, perché questa voce del passato non venga messa a tacere per sempre. Incredibile.

Capitolo 3
1521-2021. Cinquecento anni fa un pugno di spagnoli capeggiati da Hernán Cortés conquistava uno degli imperi più grandi e potenti della Mesoamerica, dopo un assedio alla capitale azteca Tenochtitlán: meraviglia del mondo edificata in mezzo a un lago, solcata da mille canali navigabili, con magnifici palazzi e giardini galleggianti, popolata da 200mila abitanti. Una impresa per molti versi straordinaria, compiuta da un piccolo esercito imbarcatosi per andare verso l’ignoto, con il miraggio dell’oro nel cuore. Cortés eroe o avventuriero senza scrupoli? Forse entrambe le cose. Ci furono massacri da una parte e dall’altra: quello di Pedro de Alvarado contro una popolazione inerme, quello compiuto dagli Aztechi nella cosiddetta Noche triste, che quasi costò la vita allo stesso Cortés (ora rinominata notte della vittoria); gli spagnoli, creduti in un primo tempo divinità tornate sulla terra poi chiamati semplicemente popolaca, cioè barbari, imposero usi e costumi estranei, con la croce e la spada; come pure portarono malattie quali il vaiolo e la sifilide. Cortés era sbarcato in Messico due anni prima proveniente da Cuba; comandava 11 navi con a bordo 600 soldati/marinai dotati di una ventina di cavalli, 32 archibugi, 10 cannoni in bronzo e poche altre armi. Per far sì che i suoi uomini non cambiassero idea e tornassero a casa alle prime difficoltà, fece bruciare gli scafi delle navi ma conservò il sartiame e le vele; gli torneranno utili per navigare sui laghi Texcoco, Xochimilco, Xaltocan e Chalco con una piccola flotta che circonderà la capitale fino alla resa finale e alla cattura dell’ultimo imperatore Cuauhtemoc. Le cronache di allora, raccolte dai cronisti spagnoli direttamente da informatori indigeni, raccontano l’atto finale:
‘Le vie sono cosparse di lance spezzate ciocche di capelli dappertutto, le case sono senza tetto le loro mura arrossate. Le acque sono rosse, come tinte. E quando beviamo è come se bevessimo salnitro liquido’.

Capitolo 4
Abbiamo introdotto un argomento importante: sulla Conquista esistono le cronache raccolte sì dagli spagnoli, ma che riportano il punto di vista dei vinti. Il testo classico più famoso che le riassume è quello di Miguel León-Portilla intitolato Il rovescio della conquista, dal quale ho tratto il passaggio riportato alla fine del capitolo precedente. Qualcuno ritiene che non tutte siano testimonianze originali, trascritte con il nobile scopo di dare voce, per una volta, ai perdenti. Comunque sia, la lettura dei documenti, quali sono anche Canti aztechi edito da Guanda, è senza dubbio interessante.

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