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Aggiornamento: 13.09.2021 - 09:55
di Marco Jeitziner

Lì dove costano meno: la via del turismo farmaceutico

Poiché le medicine in Svizzera costano molto di più, anche i ticinesi fanno shopping oltre confine. Ma cosa nasconde questo importante fenomeno?

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Ancora a fine maggio, i media nazionali annunciavano l’ennesimo aumento dei costi dei farmaci in Svizzera rispetto a nove Paesi europei di riferimento, dove i prodotti brevettati costano in media quasi il 7% in meno, quelli con brevetto scaduto oltre l’11% in meno, e addirittura oltre il 45% in meno per i generici. Questo l’esito poco incoraggiante di uno studio comparativo fatto dalle lobby Interpharma (farmaceutica) e Santésuisse (casse malati). La causa principale? Sarebbe l’andamento dei tassi di cambio (1.11 franco svizzero/euro nel 2021) applicati dall’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) per questo controllo. Ma è davvero tutto qui? C’è anche il ginepraio delle casse malati: non tutte rimborsano i farmaci che per convenienza compriamo all’estero (le cosiddette “importazioni parallele”). L’Ufsp ha la facoltà di abbassare i prezzi, ma ci riesce? E la Commissione della concorrenza (Comco) che vigila contro gli accordi cartellari dell’industria, è efficace?

Vittorie di Pirro

Partiamo da un paio di casi. Nel 2000 la Comco definì “illeciti” gli accordi sui “margini” e gli “sconti” fissati a tavolino dal cartello “Sanphar” (allora composto dalle tre multinazionali Bayer, Pfizer ed Eli Lilly) e poi applicati “da tutti”, cioè produttori, importatori, grossisti, farmacie e medici. La Comco inflisse una multa di quasi 6 milioni di franchi per aver “violato” la legge sui cartelli “fissando il prezzo di vendita”. Beh, come andò a finire? In un nulla di fatto. Malgrado una battaglia in tribunale durata quasi dieci anni (2009-2018), la Comco perse e alla fine la spuntarono gli avvocati dell’industria perché, secondo la legge, raccomandare “un prezzo massimo” non frena la concorrenza. Rimase a bocca asciutta persino l’Ufsp nel periodo 2012-2014, quando volle ridurre il costo di 1’500 medicamenti per risparmiare ben 600 milioni di franchi. Nel 2015, scrive swissinfo.ch, il Tribunale federale definì l’azione dell’Ufsp “contraria” agli scopi della Legge federale sull’assicurazione malattie (LAMal), dando ragione a una casa farmaceutica che si era opposta. Insomma, i giuristi dell’Ufsp avevano sbagliato, tutto come prima e mano al borsellino per il consumatore/paziente.


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Garbugli legali?

Il difetto starebbe nelle leggi stesse, sostiene per esempio Josef Hunkeler, economista esperto del tema e coautore del libro inchiesta Il prezzo dei medicamenti - L’industria farmaceutica in Svizzera. Su reiso.org Hunkeler afferma che la regolamentazione dell’Ufsp è “super complessa e puntigliosa”, genera “frequenti contraddizioni” e usa “terminologie non uniformi”. Il risultato sarebbe una “compartimentazione della salute” con “regole fabbricate dai giuristi”, i quali “non cercano affatto di elaborare una vista d’insieme in favore della salute per tutti”, ma si limiterebbero ad “amministrare”, non a “prevedere e organizzare”. Un’analisi, la sua, che appare plausibile rispetto alle sconfitte che abbiamo citato di Comco e Ufsp.
Il mercato dei farmaci, conclude Hunkeler, “evolve quindi in funzione di leggi, ordinanze e regolamenti federali regolarmente rivisti e corretti”. Nel 2017, infatti, il governo dovette modificare la legge per rispettare le sentenze dei tribunali e permettere all’Ufsp di ridurre i prezzi di alcuni farmaci. Risultato: dopo un’impasse nel 2015-2016, ecco risparmiati 190 milioni di franchi nel 2018 su oltre 400 farmaci. Anche uno studio indipendente del 2018 dà ragione a Hunkeler: oggi le riduzioni sarebbero “troppo deboli”, la legge “non comporta un risultato efficace” come quello auspicato e tutta la faccenda, in definitiva, sarebbe “una questione politica”.

Affari a gonfie vele

Abbassare il costo di qualche centinaio di farmaci appare una goccia in un mare di migliaia di prodotti omologati da Swissmedic. Ancora nel 2019 l’Ufsp ammetteva che, per una decina di farmaci, la riduzione del costo non è attuabile “a causa dei ricorsi presentati” dall’industria, si legge in una nota. Mentre l’Ufsp perde tempo nei tribunali, intanto la lobby fa affari miliardari e ci obbliga a pagare più caro. Ancora nel 2017, riporta swiss-info.ch, il fatturato del settore è cresciuto grazie “all’aumento del prezzo di alcuni medicamenti”. A spese del cittadino gongolano i potenti consorzi come Interpharma o Vereinigung Pharmafirmen in der Schweiz (Vips). Nel 2020 Vips ha fatto sapere che, malgrado i risparmi imposti dall’Ufsp di “oltre un miliardo di franchi” dal 2012 a oggi, e di “91 milioni di franchi” solo nel 2019, le vendite rispetto al 2018 sono aumentate del 3%, pari a oltre 6 miliardi di franchi. Nel frattempo nel periodo 2010-2018 il costo dei rimborsi dei farmaci da parte delle casse malati è salito del 46%, pari a un record di 7,6 miliardi di franchi, riportava l’Ats. Secondo lo studio di un assicuratore si tratta di una progressione “più contenuta” rispetto al passato, grazie al controllo dell’Ufsp e ai brevetti scaduti su alcuni medicinali. Ma tant’è: a pagare troppo rispetto ai Paesi europei sono sempre gli svizzeri.

Un dibattito politico 

Da almeno un decennio i farmaci generici sono il chiodo fisso di “mister prezzi”, alias Stefan Meierhans. Ancora oggi “costano in media più del doppio” rispetto a una ventina di Paesi europei, dove invece esiste un “importo fisso”, afferma il suo rapporto del 2019. Intanto lo stesso anno la lobby Vips si compiace: la cifra d’affari per questi farmaci ha superato “per la prima volta” quella dei medicamenti originali, ovvero 735 milioni di franchi (+2,2%) contro 694 milioni. Insomma, oltre il danno anche la beffa? Sembrerebbe di sì. Se è vero che né il governo né l’Ufsp stanno a guardare dalla finestra e continuano a proporre misure di “contenimento dei costi” sanitari, l’analisi di Hunkeler sembra plausibile: tutto è in mano al parlamento. È dal 2018 che il Governo vuole ridurre i costi con vari pacchetti di misure, tra cui un prezzo massimo per i farmaci con lo stesso principio attivo, come avviene nel resto d’Europa. Nel 2020, nell’ambito della revisione della LAMal, il governo voleva introdurre un “prezzo di riferimento” per i farmaci col brevetto scaduto, dato che costano “il doppio” rispetto ai Paesi europei. Risultato: il Consiglio nazionale bocciò l’idea, salvo poi trovare un compromesso in conciliazione solo nel giugno 2021. Insomma, i fatti sembrano dare ragione a Hunkeler: la battaglia è politica e in politica i gruppi d’interesse preferiscono ovviamente lo status quo. 


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Nel 2019 in Svizzera i costi complessivi del sistema sanitario conformemente agli standard internazionali ammontavano in totale a 82,1 miliardi di franchi. Rispetto all’anno precedente, il rapporto tra le spese del sistema sanitario e il prodotto interno lordo (PIL) a prezzi correnti è aumentato, passando dall’11,2 all’11,3%. (fonte: Ufficio federale di statistica, aprile 2021)

Strategie di profitto

Secondo Patrick Durisch, responsabile delle questioni sanitarie alla Ong ‘Public Eye’, “a causa dell’importanza economica” di Big Pharma la politica e le autorità hanno spesso “le mani legate” quando vorrebbero abbassare i costi dei farmaci. La Svizzera, denunciava Durisch a swissinfo.ch, “è al contempo ostaggio e complice della sua industria farmaceutica”. Ostaggio dell’indotto fiscale, dei posti di lavoro, del mantra dell’innovazione, della ricerca, quello dei brevetti ecc., ma complice di leggi complesse e di resistenze politiche. E poi c’è l’enorme peso economico del settore, quello che esporta più di tutti. Per il magazine economico Bilanz, la lobby Interpharma – che rappresenta gli interessi di Novartis, Roche, Pfizer e AstraZeneca – è di fatto “tra i decisori politici e della società”. Decisori politici, si badi bene, e non solo economici o fiscali, se pensiamo che questo è il settore che esporta di più in Svizzera. La lobby nel suo sito internet afferma diplomaticamente di “co-creare e concepire” un quadro economico e politico per i suoi interessi. E per farlo si avvale ovviamente di stratagemmi e scorciatoie, una decina almeno denuncia Public Eye, tra cui “abuso di brevetti”, imporre prezzi ingiustificabili e incontestabili”, dirigere il mercato sui Paesi ricchi”, proprio come la Svizzera. E non mancano nemmeno accuse di corruzione e tangenti, com’è accaduto a Novartis negli Stati Uniti: dal 2002 a oggi ha già pagato più volte centinaia di milioni di dollari per chiudere le vertenze coi tribunali, ricorda swissinfo.ch.

Lobbisti al lavoro

Siccome è la politica che decide (o no) di ridurre i prezzi dei farmaci, è dentro e fuori il parlamento che l’industria si attiva. Un’altra strategia denunciata da Public Eye è il “lobbying intensivo”. La stampa d’Oltralpe è piuttosto attenta al problema. Il più bravo lobbista per alcuni decenni è stato l’ex segretario generale di Interpharma, Thomas B. Cueni: riusciva a “convincere i parlamentari” in modo “discreto”, scrive il portale watson.ch. Oggi Cueni è direttore generale a Ginevra della Federazione internazionale dei produttori e delle associazioni farmaceutiche, l’IFPMA, dove continua a difendere l’industria. L’ultima volta lo scorso 21-22 giugno a Bruxelles coi commissari europei, riporta il sito italiano aboutpharma.com: l’industria vuole “mantenere la diversità dei prezzi” in tutta l’Unione europea, si legge. Ancora di recente la Neue Zürcher Zeitung denunciava la presenza di almeno 43 lobbisti di Big Pharma tra i 246 parlamentari a Berna. Tra i più influenti l’ex deputato UDC Sebastian Frehner (2010-2019), membro di Biomedizinische Forschung und Innovation (IG Biomed), una “oscura associazione” per Public Eye, la quale “accompagna” i lavori in parlamento quando si tocca il settore, afferma il sito lobbywatch.ch. Quale fosse il suo scopo politico, Frehner l’ha ammesso candidamente al programma TV Rundschau: fare lobby. Un altro lobbista, sempre UDC, è quello dei farmaci generici Thomas de Courten, presidente remunerato di Intergenerika e anche lui membro di IG Biomed. Lo scorso mese di febbraio ha detto alla Tribune de Genève che “le aziende devono guadagnare un po’ di soldi”, mentre nel sito di Intergenerika de Courten afferma: “No ai prezzi di riferimento! I politici devono prendere le buone decisioni”. Già, ma buone per chi?


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Nel 2019, in Svizzera, le spese sanitarie mensili per abitante erano in media di 798 franchi. (fonte: Ufficio federale di statistica, aprile 2021) 

Il turismo delle pasticche

Con queste premesse, sempre più svizzeri vanno nelle farmacie oltre frontiera per risparmiare: in media i farmaci generici, quelli meno cari, in Svizzera si pagano il 143% in più rispetto alla Francia, scrive Le Temps, mentre per quelli coi brevetti scaduti il sovrapprezzo arriva al 61%. Tra Ticino e Italia il “turismo farmaceutico (…) per acquisire prodotti più a buon mercato” è noto da decenni: lo conferma un documento cantonale del 1999. I farmacisti stimano già oggi un 25% di prodotti scaduti e poi riconsegnati, ma che verrebbero comprati all’estero. Un 10% della cifra d’affari delle farmacie si realizzerebbe già oggi oltre confine. Nel 2017 un’indagine di tio.ch confermava che nelle farmacie di confine arrivava “una trentina” di ticinesi alla settimana: comprano “di tutto”, disse un farmacista di Bizzarone (Como). Il fenomeno “c’è sempre stato”, ma oggi sarebbe persino “aumentato”, commentava una sua collega di Ponte Chiasso (Como). Il colmo è che nel 2001 gli svizzeri votarono contro l’iniziativa ‘Per farmaci a prezzi più bassi’, la quale chiedeva che quelli meno cari venduti in Italia, Francia, Germania e Austria fossero introdotti da noi senza autorizzazioni; e che i generici, meno cari, fossero gli unici rimborsabili dagli assicuratori. Il governo, il 56% degli svizzeri e tutti i cantoni dissero di no. Com’è possibile? Il governo, si legge negli archivi federali, reputò gli scopi “eccessivi”, ma per chi? Temeva addirittura “gravi conseguenze” per la sicurezza dei farmaci e persino dei pazienti, come se i farmaci europei fossero meno sicuri? Addirittura per i generici disse che potevano rappresentare “una grave minaccia alla libertà terapeutica dei medici”. Timori fondati oppure (i soliti) interessi di parte? 


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