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10.07.2021 - 12:20

Gioventù bruciata. Al mercato della nostalgia

“La giovinezza finisce quando il tuo calciatore preferito ha meno anni di te”. Lo scriveva David Trueba in Quattro amici.

gioventu-bruciata-al-mercato-della-nostalgia

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

“La giovinezza finisce quando il tuo calciatore preferito ha meno anni di te”. Lo scriveva David Trueba in Quattro amici. E non so se abbia ragione, ma è difficile dargli torto. Io sono stato fortunato e sfortunato assieme, perché essere giovani – o illudersi di esserlo –
è un piacere e una condanna. Ti fa portare senza fatica un fardello sempre più pesante. Con la spiacevole sorpresa di sentirne, a un certo punto, il peso tutto assieme. Non solo sulla schiena.

Il mio giocatore preferito era (e sarà sempre, ma questo è un altro discorso) Francesco Totti: è nato un anno e tre mesi prima di me.
E io, grazie a lui, che non voleva smettere più, sono stato giovane fino a 40 anni e una primavera.

Abbiamo parlato di me, ok. Ora parliamo di voi. Sapete quando siete diventati vecchi, tutti e senza eccezione? Quando avete cominciato ad aspettare con impazienza il Reunion Tour della band dei vostri vent’anni, quello rigorosamente con le canzoni vecchie, perché la vostra amatissima band – diciamolo – non ne azzecca una da quando uscivano al cinema Rocky e Karate Kid. La cosa ancora più brutta è che siete vecchi perché vi siete appassionati perfino a Rocky 14, quello in cui Stallone sfida a ramino Ivan Drago per una questione d’onore legata al catetere. Vi eccitate per Eddie Murphy che torna nel ruolo del padre dopo aver fatto il figlio ne Il principe cerca moglie. Perfino Ralph Macchio, Karate Kid in persona, si è stufato di “metti la cera, togli la cera”. Invece voi lì, davanti allo spin-off nostalgico Cobra Kai. Dove Macchio non c’è, ma ci siete voi. Lui lo pagherebbero anche, mentre voi pagate.

Funziona così da sempre. È il mercato della nostalgia. Non serve nemmeno il marketing perché il marketing siamo noi. Uno di voi, mio fratello maggiore, era un paninaro: se gli toglievi il Moncler e le All-Star di ordinanza smetteva di respirare e gli esplodeva la testa, come gli astronauti dei fumetti rimasti senza casco che si perdevano nello Spazio. Poi per anni ha fatto finta che le All-Star e il Moncler fossero miei, come i cani che una volta fatta per strada si girano schifati dall’altra parte come se non ne sapessero nulla. Ha nascosto la musica anni Ottanta e rinnegato gli eroi di gioventù, buttando via dischi, annacquando ricordi. Ora gli stessi dischi, rigorosamente in vinile, li va a comprare. Perché, dai, vuoi mettere il vinile? Eppure per vent’anni ha comprato cd e il giradischi era roba del passato. Tanto che va a fare shopping, a ricomprare il nuovo disco vecchio che ha fatto marcire in cantina, si prende pure l’ultimo Moncler, resuscitato dalle catacombe della moda.

Vita, morte e musica

La nostalgia fa brutti scherzi. A tutti. Anche a quelli che hanno cominciato, come risvegliati da un lunghissimo letargo, a riempire i social e i loro dialoghi con l’ultima moda di cui non sentivamo bisogno, la frase: “Così, de botto, senza senso”. Lo dicevano nella serie tv Boris, messa in pausa per un decennio, perché c’era anche da vivere e altro da scoprire. Ora hanno ricominciato, perché Boris torna. E allora dobbiamo tornare anche noi, dall’altra parte dello schermo. Non serve a nulla la lezione di Beverly Hills 90210. Mentre preparavano il grande ritorno, uno di loro, Luke Perry (alias Dylan), è morto. Qualcosa vorrà pur dire. Ma noi non ascoltiamo. Veri e propri tubi catatonici.

Qualche tempo fa girava una ricerca che diceva che dopo i 35 anni, mediamente, si smette di ascoltare musica nuova. Più o meno l’età in cui smette il vostro giocatore preferito, più o meno l’età in cui tornano di moda i capi che indossavate a 15 anni e che sfottevate a 25. Siamo animali sociali, ci sta: per questo citiamo tutti assieme i mediocri film di Lino Banfi, le vecchie imprese a Subbuteo, il telefono a gettoni, o i primi sms, quelli che da soli costavano quanto oggi un low-cost per le Canarie. C’è sempre un’età dell’oro da rimpiangere. Per dire: i nostri nonni schifati da Elvis e Chuck Berry si facevano parlare d’amore da Mariù, quando osavano swingavano con Buscaglione. I loro bisnipoti ascoltano la trap, magari non sanno chi sono gli Who o De Gregori, e per loro Presley che si dimena sa di vecchio almeno quanto a me sa di vecchio un clavicembalo.

Era meglio (senza il troppo)

Rimpiangiamo i fagioli di Raffaella Carrà, i passaggi indietro al portiere, gli sceneggiati in cui un dialogo durava quanto una puntata di una serie tv di oggi. La verità è che i giovani a cui consigliamo queste cose sbadiglierebbero. E sbadiglieremmo anche noi (talvolta lo facciamo, senza farci vedere) se vedessimo davvero quei film e quelle partite di cui decantiamo le meraviglie. Il problema è che in ogni fotogramma vediamo noi stessi quando c’era una vita davanti e le estati erano delle ferie infinite. Sophie Marceau non è Sophie Marceau, ma la nostra fidanzatina dell’epoca (che non era Sophie Marceau), Maradona siamo noi che pensavamo – un giorno – di alzare la coppa del Mondo. Questo vale per i nostri papà con Sophia Loren e George Best, per i nostri nonni con Greta Garbo e Valentino Mazzola. E indietro, indietro, fino a che il cinema era teatro, il calcio era boxe, ciclismo, pallacorda. E gli eroi, pian piano, non se li ricorda più nessuno. Come nessuno, tra un po’ si ricorderà di Eddie Murphy, del Moncler. E, diciamolo, anche di noi.

La verità è che, chi più chi meno, abbiamo bisogno di dirci che c’era un posto in cui stavamo meglio, anche se avevamo i brufoli e nemmeno un telecomando per cambiare canale. Siamo stati tutti il telecomando dei nostri padri. E tutti vorremmo usare come telecomando i nostri figli, per sintonizzare il tempo dove pensiamo di esserci trovati meglio. Non era così, ma chissenefrega, attacchi di nostalgite per tutti. Più contagiosa della variante delta. Rimpiangiamo le lettere scritte a mano, ma non ne scriviamo una nemmeno sotto tortura, passando dal corsivo svolazzante di un tempo allo stampatello. E il mondo, signora mia, era meglio senza internet, ma poi se non prende il segnale per cinque secondi, crolla il mondo. Condannati a guardare nello specchietto retrovisore, anche se l’immagine è sfocata, perché se ci guardassimo allo specchio, avremmo tutti un rimpianto, una ruga o un capello bianco che ci ricorda tutti i bivi che non abbiamo voluto o potuto prendere.

Passaggi generazionali: è sempre stato così

E va bene così, l’importante è non confondere presente e passato. Non incattivirsi con chi arriva dopo e accumula esperienze e ricordi inevitabilmente diversi dai nostri. Come i reduci Sessantottini perfettamente descritti da Zerocalcare, con pelata e occhiali d’ordinanza, che sbraitano: “Che giorni, che tempi. Le nostre sì che erano proteste, non quegli smidollati di oggi. In galera e buttare via la chiave. E sai perché prima era meglio? Perché c’avevo i capelli. E scopavo”.

Tra vent’anni gli smidollati di oggi daranno degli smidollati agli eroi di dopodomani, giocheranno a Fortnite tra gli sguardi stralunati dei loro figli, proprio come loro guardano noi mentre ci esaltiamo davanti a Space Invaders. Siamo il ciclotappo di chi arriverà. L’importante è non fare del ciclotappo, di Tetris, di Martin Scorsese, del Moncler e di David Bowie e Freddie Mercury le Colonne d’Ercole della Terra Piatta. Il mondo non finisce con la nostra giovinezza. A volte, anzi spesso, ce ne dimentichiamo. E lo replichiamo all’infinito. Eppure dopo c’è ancora qualcosa, c’è sempre qualcosa. Possiamo solo decidere, finché siamo in tempo, se metterci in panciolle a poppa a contemplare paesaggi visti e rivisti, o – facendo un po’ più di fatica – andare a prua, sporgerci e dare una sbirciata a quel che c’è, ci sarà, dopo, anche se non ci metteremo mai piede.

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