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Ricostruzione di come poteva apparire lʼHomo neanderthalensis (ominide strettamente affine allʼHomo sapiens) che visse nel periodo paleolitico medio, compreso tra i 200mila e i 40mila anni fa.
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22.05.2021 - 14:18

Tu, fratello neanderthaliano

Viveva in società, cacciava e pescava, costruiva capanne, utilizzava un linguaggio articolato e cuoceva il suo cibo. Poi un giorno, dalla lontana Africa...

di Marco Horat

Pubblichiamo un articolo apparso su Ticino7, allegato a laRegione.

È di poche settimane fa la notizia del ritrovamento nella Grotta Guattari, sulla costa laziale, dei resti fossili di nove individui di Uomo di Neanderthal; e questo a distanza di più di ottant’anni dalle prime scoperte sul promontorio del Circeo. Testimonianze che si aggiungono alle centinaia già note in tutta Europa. L’origine dell’uomo e la lunga storia che ci lega ai progenitori più lontani vissuti milioni di anni fa, passa anche attraverso questa straordinaria figura di ominide che condivide con noi l’appartenenza alla specie, e si distingue solo a livello di sottospecie: sapiens-neanderthalensis. 

Caino e Abele

L’uomo di Neanderthal era un individuo che viveva in società, cacciava e pescava, costruiva capanne, utilizzava un linguaggio articolato e cuoceva il suo cibo. Vissuto tra i 200mila e i 40mila anni fa, ha percorso con noi parte del cammino fino alla sua scomparsa dovuta all’arrivo in Europa di una ulteriore ondata africana di sapiens, 45mila anni fa. Questi ultimi erano “spilungoni africani – così li chiama Telmo Pievani in Homo sapiens e altre catastrofi (Meltemi) – con la pelle scura, che sarebbero rimasti gli unici rappresentanti del genere Homo” sul continente. Quasi un Caino che uccide Abele. Noi siamo i discendenti di questi ‘neri’, i Neanderthaliani sarebbero invece i ‘bianchi’ della situazione. È accertato che oltre il 99% del genoma neanderthaliano è ancora presente nei moderni e che nel Dna di ogni uomo eurasiatico vi è il 5% di Neanderthal. 
Pievani avverte però di non pensare a un genocidio da parte dei nuovi arrivati, a una catastrofe naturale o a una pandemia, ma al fatto che i neanderthaliani si sono estinti gradualmente nel corso di alcuni millenni; il che può essere ragionevolmente attribuito a “una disparità nella competizione per le risorse” e a una conseguente decrescita demografica che favorì il cugino meno robusto ma più furbo e adattabile ai cambiamenti. Dal ‘matrimonio’ temporaneo sarebbe spuntato il ramo secco dell’Uomo di Cro-Magnon, che ci regalerà le magnifiche pitture rupestri di Lascaux, della Grotta Chauvet e di Altamira. 


©️ UfficioStampaEComunicazione MiC; foto di Emanuele Antonio Minerva
Alcuni dei resti umani trovati recentemente nella Grotta Guattari, a pochi metri dalla costa del Tirreno.

I coniugi Leroi-Gourhan

Lasciando la complessa e controversa storia dell’ominazione, arriviamo ad André e Arlette Leroi-Gourhan. Il marito è considerato il piu famoso studioso di arte rupestre del Paleolitico, la moglie è invece colei che fece una scoperta sensazionale in Iraq nel 1968, che ci riporta al tema dell’Uomo di Neanderthal. In una grotta sui Monti Zagros erano venute alla luce alcune tombe già a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta, con resti di neanderthalensis datati 50-60mila anni. La studiosa francese riaprì il discorso concentrando le sue ricerche su alcune nuove sepolture di personaggi importanti o capi tribù, che erano stati sepolti accompagnati da fiori e piante medicinali ancora usate in tempi moderni. In particolare nella tomba denominata ‘Shanidar IV’ o ‘Tomba dei fiori’, individuò un migliaio di unità di pollini diversi e resti di fiori intrecciati gialli e azzurri sotto il corpo di un individuo maschio morto tra i 35 e i 40 anni. Una scoperta che fece scalpore poiché dimostrava senza ombra di dubbio che l’Uomo di Neanderthal viveva già in una società strutturata, aveva un senso estetico sviluppato e praticava il culto dei morti utilizzando conoscenze fito-farmacologiche di tutto rispetto.


André Leroi-Gourhan, carico di oggetti raccolti, fotografato dalla moglie Arlette mentre tornano da una missione in Hokkaïdo, nel nord del Giappone (estate 1938).

Pellicce alla ticinese

Di questa sua avventura scientifica Arlette Leroi-Gourhan mi parlò in occasione di una intervista per la RSI realizzata durante un Congresso Internazionale di Paleontologia umana a Nizza. Da quel fortunato incontro sulle rive del Mediterraneo nacque l’idea di una conferenza da tenere a Lugano a favore dell’Associazione archeologica, che si concretizzò nel 1995 quando la studiosa venne in Ticino per illustrare un libro nel quale i due grandi antropologi davano conto di una ricerca sul terreno commissionata loro dal Musée de l’Homme di Parigi negli anni precedenti la guerra, mai pubblicata fino ad allora: un viaggio tra gli Hainu del Giappone, un popolo in via d’estinzione come millenni prima lo erano stati i Neanderthaliani.
Un ricordo. Era d’inverno; passeggiando per le vie del centro di Lugano prima della conferenza, Arlette Leroi-Gourhan rimase colpita dal numero di signore che sfoggiavano pellicce, nonostante le prese di posizione pro animaliste di quegli anni: “A Parigi non se ne vedono più. Oggi la gente si vergogna
a mettersi addosso animali morti!”.

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©️ UfficioStampaEComunicazione MiC; foto di Emanuele Antonio Minerva
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