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24.04.2021 - 15:22
Aggiornamento : 28.04.2021 - 14:23

Informazione: e il giornalismo di qualità dove va?

Si stava meglio quando si stava peggio, ovvero l'altro ieri. Perché l'aria che tira adesso profuma di tempesta (soprattutto per chi si occupa di cultura)

di Natascha Fioretti

Pubblichiamo un articolo apparso sabato su Ticino7, allegato a laRegione.

Difficile decidere da dove partire. Forse si può iniziare col dire che di questi tempi chi in Svizzera lavora nel mondo dei media, nel bene o nel male, non si annoia. È un po’ come andare sulle montagne russe, un sacco di adrenalina e poche, pochissime certezze. Il futuro quando sei in cima ti sembra di vederlo e magari ci credi anche. Poi quando un attimo dopo ti ritrovi buttato ai piedi di tutto e cerchi di riprendere fiato per resistere a un altro giro di curve paraboliche, metti a fuoco il contesto e cadi nello sconforto...

Da nord a sud, da est a ovest come la porta girevole di un hotel c’è chi cambia posto di lavoro, chi lo perde, chi fa carriera, chi lascia e si mette in proprio o cambia decisamente settore. Dal 2011 in Svizzera si sono persi più di 3’000 posti di lavoro nel settore dei media. Ci sono programmi che scompaiono con la promessa di nuovi in arrivo, più “attraenti”. Così si cancellano trasmissioni e testate che funzionano, e le redazioni vengono rivoluzionate. Crisi, innovazione e cambiamento sono le tre parole che sembrano legittimare l’operato di tagli, accorpamenti redazionali, produzione di contenuti più leggeri spalmati su varie piattaforme. E se da un lato si taglia e si risparmia assicurando che la qualità non si tocca – ci si stupisce di come fino a oggi per garantirla ci siano volute tante persone e competenze - dall’altra i gruppi crescono spartendosi il mercato (nella Svizzera tedesca i gruppi Ringier, TX Group e NZZ possiedono circa l’80% del mercato) e distribuendo lauti dividendi. Lo hanno fatto nel 2020 in pieno Covid-19 consapevoli delle perdite dei mesi a venire: hanno chiesto gli aiuti finanziari alla Confederazione e hanno introdotto il lavoro ridotto. TX Group, ex Tamedia, ha distribuito dividendi per un totale di 37,1 milioni di franchi. Ora annuncia perdite per 94 milioni di franchi e dice che andrà avanti con il suo piano di risparmio da 70 milioni. Rallegra a questo punto la decisione del Consiglio nazionale di sostenere in futuro anche i media online. Finalmente. Un incentivo per le nuove realtà digitali a partire dalla zurighese Republik, la basilese Bajour fino alla ginevrina Heidi.news ma anche per chi ha in mente nuovi progetti. Si parla di 30 milioni di franchi l’anno per quelle piattaforme che si finanziano tramite gli abbonamenti o le donazioni dei lettori. Le testate gratuite non ricevono nulla. Le piccole realtà saranno favorite rispetto alle piattaforme dei grossi editori per garantire una maggiore pluralità. 

Il Covid-19 in Svizzera non ha affossato i media (per ora)

Alla fine è andata molto meglio del previsto. Il gruppo CH Media nel 2020 ha registrato un solido risultato. Naturalmente ci sono state perdite importanti ma sono state compensate dai programmi di risparmio, dalle sinergie, dall’introduzione del lavoro ridotto e dal pacchetto di aiuti ai media. Il giro d’affari complessivo ha accusato una flessione del 7% rispetto al 2019 ma ha anche registrato un più 18% di risultato d’impresa portando a casa 22,8 milioni di franchi. Non è andata male neanche alla NZZ che nell’anno del virus porta a casa 17,6 milioni di franchi, più 0,1 milioni di franchi rispetto allo scorso anno. La direzione fa sapere che questo risultato è stato possibile grazie alla crescita del mercato pubblicitario sull’online, i risparmi attuati e gli aiuti da parte della Confederazione. E se è andata bene ai giganti la stessa sorte è toccata a testate digital only di qualità e approfondimento come Republik. Soltanto nei primi giorni di marzo 2020 la testata ha registrato 1’200 nuovi abbonamenti e il trend positivo non si è arrestato triplicando la media annuale di abbonamenti e adesioni portandoli da 379 a 1’074 rispetto al 2019. Senza imbarazzo potremmo dire che il Covid-19, per certi aspetti, ha fatto bene ai media che erano in crisi già da tempo. Soprattutto ha risvegliato nelle persone l’interesse per l’informazione di qualità attenta alla propria comunità di lettori. Questa attenzione andrebbe premiata e coltivata. Per farlo fino in fondo le testate dovrebbero dimostrare una maggiore responsabilità etica d’impresa e una maggiore capacità di ascolto e di confronto. Prendere gli aiuti dalla Confederazione e distribuire dividendi agli azionisti non mi sembra virtuoso. La Confederazione d’altro canto avrebbe potuto dettare delle condizioni, per esempio imporre agli editori di firmare un nuovo contratto collettivo di lavoro in cambio degli aiuti. Nella Svizzera tedesca e nella Svizzera italiana il CCL manca dal 2004. Pensate che i grossi editori come AZ Medien, che ha appena lanciato la versione francese di Watson, la piattaforma di news rivolta ai giovani, Ringier, in procinto di lanciare la versione francese del Blick, e TX Group che intende rafforzare i siti gratuiti 20 Minutes e Lematin.ch, si sono rifiutati di firmare il CCL romando. Un gesto irrispettoso che la dice lunga sullo strapotere dei pochi grandi editori nel nostro Paese. 


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Pagine che spariscono, tagli, risparmi. TX Group (ex Tamedia) nel 2020 ha distribuito dividendi per un totale di 37,1 milioni di franchi. Ora annuncia perdite per 94 milioni di franchi e dice che andrà avanti con il suo piano di risparmio da 70 milioni di franchi.

Il giornalismo perde pezzi 

A fine 2019 decisi di abbonarmi alla rivista Literarischer Monat, il magazine letterario patinato della Svizzera tedesca. A luglio 2020 è uscito l’ultimo numero. “Bel tempismo” mi son detta. La rivista è stata soppressa per ragioni finanziarie con la promessa di garantire delle pagine letterarie all’interno della consorella, Schweizer Monat che sin dal 1921 si occupa di politica, economia e cultura. Con nostalgia ricordo la copertina che ritraeva insieme Adolf Muschg e Thomas Hürlimann, vincitori del Gottfried Keller Preis. Ricordo anche un pezzo che sulla SRF commentava “Literarischer Monat: scomparsa della critica letteraria?” ed esprimeva preoccupazione per le recensioni letterarie che stavano scomparendo dalla carta stampata. Nello stesso periodo il Tages-Anzeiger cancellava il suo feuilleton. Martin Ebel, per lungo tempo redattore letterario di Tamedia, di recente ha ricordato come nel 2002, quando arrivò al Tagi, ogni giorno il giornale ospitava una critica letteraria. Di lì a poco la NZZ ha tagliato le edizioni della rivista domenicale dedicata ai libri: Bücher am Sonntag ora non esce più dieci ma solo quattro volte l’anno. A ben guardare nemmeno le pagine della NZZ sono più quelle di una volta, quelle per intenderci delle redazioni di Hanno Helbling o di Martin Meyer. Tante le firme che negli ultimi tempi hanno voltato le spalle alla testata (un tempo chi mai si sarebbe sognato di lasciare la NZZ? Entrarci era il sogno di qualunque giornalista) a iniziare da Barbara Villiger che nel 2018 - dopo 25 anni - ha sbattuto la porta per andare a Republik. La ricordo quando per la NZZ veniva a seguire gli “Eventi Letterari” al Monte Verità. Ora è il turno del caporedattore del Feuilleton, René Scheu: in estate entrerà a far parte dell’Istituto per la politica economica svizzera (IWP) all’Università di Lucerna. Eric Gujer ha già trovato il sostituto, Benedict Neff, che stando al direttore ha “grande affinità con i temi di cultura, società e politica”. Non dimentichiamo poi la partenza dello scorso anno di Angela Schader, la grande dame della critica letteraria che per quasi metà della sua vita, 31 anni per l’esattezza, ha lavorato per il Feuilleton della NZZ. A fine 2019 è andata in pensione anticipata e come ormai da consuetudine nessuno prenderà il suo posto. Non c’è un ricambio generazionale, un posto vuoto equivale a risorse risparmiate, non si pensa alle competenze vanificate. Eppure tutti a garantire la qualità invariata dei contenuti. In un’intervista a Edito dice che le pagine culturali della NZZ si sono politicizzate. Quando lei iniziò era ancora un feuilleton puro che - in seguito - sotto la direzione di Martin Meyer si aprì a uno sguardo internazionale e a temi socioculturali. Da non dimenticare che all’epoca il quotidiano aveva corrispondenti culturali in Inghilterra, Austria, Germania, America… Un lontano ricordo, oggi il feuilleton è sempre più orientato ai dibattiti e ai saggi. Angela Schader sottolinea che senza collaboratori competenti e specializzati in precisi ambiti non sarebbe stato possibile offrire un giornalismo di qualità in grado di spaziare tra tanti campi di interesse. La grande dame non dimentica i freelance, figure indispensabili per le pagine culturali, duramente colpiti dal Covid-19, i cui compensi si sono ulteriormente assottigliati.  

Quale società se rinunciassimo al giornalismo culturale?

Se c’è chi ha il privilegio di andarsene  spontaneamente c’è pure chi viene messo alla porta. È l’eclatante caso di Luzi Bernet, 56 anni, direttore della NZZ am Sonntag, al domenicale sin dalla sua fondazione nel 2002, messo da parte per far posto al giovane Jonas Projer che viene da Ringier. “È come quando ti lanci in autostrada a 200 km/h e all’improvviso freni e scendi a 0. Senti un forte pugno allo stomaco”, ha confidato Bernet a persoehnlich.com. L’anno scorso quando il gruppo annunciò la sua nuova strategia e il nuovo obiettivo di 400mila abbonamenti digitali era ancora al fianco del CEO Felix Graf e di Eric Gujer. Disse che la NZZ am Sonntag avrebbe mantenuto la sua identità e indipendenza giornalistica. Evidentemente non aveva fatto bene i conti. 
Tornando però al nocciolo della questione, a me pare che il destino del giornalismo culturale, quello che oggi si sta tracciando senza troppe remore e forse peccando pure un po’ di presunzione, sia in fondo lo specchio delle priorità che diamo al nostro stile di vita. Nutrire lo spirito e la mente oggi non sembra più essere tanto rilevante o forse pensiamo di poterci nutrire altrimenti. Certo dall’esperienza del Covid-19, esperienza che ancora stiamo vivendo, potremmo trarre un insegnamento differente. Sappiamo bene che non sono soltanto i giornali e le riviste a tagliare, la cultura si taglia e, pesantemente, anche nel servizio pubblico. È ormai tristemente nota la strategia della SSR a livello nazionale che prevede il ridimensionamento di Rete Due nella Svizzera italiana e di Espace 2 in Svizzera romanda. A SRF2 Kultur hanno chiuso la trasmissione dedicata ai libri “52 beste Bücher”. A nulla sono valse la petizione, oltre 8’000 firme raccolte, e la lettera aperta firmata tra gli altri da scrittori come Martin Suter, Sibylle Berg, Peter Stamm, Thomas Hürlimann o Adolf Muschg e indirizzata alla direttrice. Lettera alla quale, se non altro, Nathalie Wappler si è presa l’onere di rispondere dicendo che l’ascolto lineare di singole trasmissioni è in calo mentre i podcast vanno forte. Si punta su offerte audio mirate orientate ai bisogni del mercato. Mentre Susanne Wille, direttrice della cultura alla SFR, in un’intervista sulla NZZ am Sonntag, a proposito dei tagli, dice che il pubblico culturale non esiste. A mio parere le varie petizioni e le numerose lettere e commenti di sostegno a Rete Due pubblicate negli ultimi mesi su laRegione raccontano un’altra verità. Quella innanzitutto di un pubblico dedito all’informazione e all’approfondimento culturale attento, preparato e leale. E a chi dice che rappresenta soltanto il 4,3% degli ascolti bisogna dire che è sempre stato così. Piuttosto c’è di nuovo che, mentre un tempo ce lo si poteva permettere, oggi la coperta si è fatta parecchio più corta e quindi si impongono delle scelte in nome di nuovi, giovani pubblici da raggiungere. Tagliare sulla cultura è una di queste; una scelta sciagurata, a mio modesto parere, che non pagherà gli editori e penalizzerà il pubblico. Un atto, come recita il titolo di un articolo apparso su Edito di dicembre, di autosabotaggio del giornalismo culturale, un tempo fiore all’occhiello.

RADIO CULTURALI: SUL FRONTE EUROPEO

Paese che vai emittente pubblica culturale che chiude. In Germania WDR3 si fonde con la radio d’informazione generalista WDR5. Jan Brachmann sulla FAZ racconta di come gli ascoltatori - di fronte alle nuove scelte musicali e al nuovo approccio che si intende dare a cultura, arte e musica - si sentano offesi nella loro intelligenza e disprezzati da scelte che non riconoscono il peso e il valore educativo che i contenuti culturali della rete hanno sempre avuto. Navid Kermani, scrittore, si dice incredulo “finiremo col cancellare noi stessi”. Stessa musica in Inghilterra dove i tagli trasformano BBC Four in un grosso archivio. Buone notizie giungono invece dall’Italia e dalla Francia. Rai Radio 3 nel 2020 tra le radio pubbliche e private è quella che è cresciuta di più: “Il pubblico ha trovato in Radio3 lo spazio per continuare a seguire le proprie passioni e a coltivare, nel tempo difficile della pandemia, il gusto della bellezza, dell’intelligenza, dell’arte e della socialità. Siamo fieri che questa importante funzione del Servizio Pubblico abbia incontrato così tanti nuovi ascoltatori e nuove ascoltatrici”, ha commentato il direttore uscente Marino Sinibaldi. Ondata record di ascolti tra gennaio e marzo 2021 anche per France Culture in particolare nella prima fascia del mattino. Non è ancora detta, insomma, l’ultima parola.


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Non solo Rete Due: a SRF2 Kultur hanno chiuso la trasmissione dedicata ai libri ‘52 beste Buecher’. A nulla sono valse la petizione, oltre 8’000 firme raccolte, e la lettera aperta firmata tra gli altri da scrittori come Martin Suter, Sibylle Berg, Peter Stamm, Thomas Huerlimann o Adolf Muschg e indirizzata alla direttrice Nathalie Wappler.

PREGHIERA DEL MATTINO

Cari lettori e care lettrici voglio lasciarvi con un augurio e cioè che per ognuno di voi la lettura del giornale o l’ascolto della radio possa rimanere la preghiera del mattino. Oggi più che mai, però, è importante essere lettori, ascoltatori e utenti consapevoli. Grazie al digitale l’offerta si è fatta davvero smisurata, la nostra fiducia e la nostra stima vanno ben riposte. Nella Svizzera italiana proprio come nel resto del Paese il mercato è in mano a pochi attori. L’attenzione e lo spazio dedicati al giornalismo culturale – fatte poche eccezioni – diminuiscono su tutte le testate, Rete Due compresa. C’è chi spera che con Mario Timbal, nuovo direttore RSI, possano esserci dei ripensamenti sul progetto Lyra. “Chissà che non si possa costruire qualcosa di più bello con chi prenderà le redini della RSI, che non si possa addirittura estenderla, Rete Due, rinfrescandola e arricchendola?” , scriveva Simona Sala qualche tempo fa su Azione. Timbal promette bene, è piaciuto a molti con le sue parole sull’importanza del parlato e del flusso caldo della radio, sulla sua intenzione di portare un vento nuovo nella cultura aziendale. Nel frattempo in Ticino nascono nuovi mensili patinati dal nome inglese che ci raccontano il lontano mondo degli yacht di lusso e ci dicono quale modello sarà di tendenza la prossima estate. 
A proposito di estate, il 4 luglio pare uscirà l’ultima copia de Il Caffè voce indipendente fondata e guidata da Lillo Alaimo che ha sempre creduto nel giornalismo d’inchiesta. Sembra che il Gruppo Corriere del Ticino, che ha acquistato il domenicale qualche anno fa, voglia sostituirlo con un nuovo prodotto. Un gesto sicuramente ardito di questi tempi salutare un domenicale radicato nel territorio con 72mila lettori premiato nel 2018 e nel 2019 per la sua bontà dallo Studio sulla qualità dei media svizzeri. In verità alle nostre latitudini, visto anche quanto sta accadendo a Tamedia con la fusione delle redazioni della Berner Zeitung e del Bund, sarebbe auspicabile una maggiore vivacità del mercato con nuove iniziative nello stile di Republik e ricche Fondazioni come la romanda Aventinus pronte a investire in progetti nuovi. Farebbe bene allo spirito competitivo, alla ricchezza dei contenuti, alla qualità, al pluralismo e all’indipendenza giornalistica. Per ora nascono tante piccole realtà online senza un business plan e senza retribuzione per chi ci scrive. Intanto su Facebook si creano spazi di confronto e di dibattito rispettoso e costruttivo tra lettori e giornalisti su alcune questioni cruciali come il futuro di Rete Due, i casi di mobbing e di molestie alla SSR o la notizia dell’ultima copia del domenicale Il Caffè. C’è una comunità attenta e preparata là fuori, di giornalisti e di lettori, da non sottovalutare, semmai da valorizzare.


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