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13.02.2021 - 10:56

L’effetto farfalla (al dente)

Quando si scambia il massacro di un popolo per un villaggio vacanze, tutto è possibile. E per lavarsi la coscienza basta una spolverata di parmigiano

l-effetto-farfalla-al-dente

Pubblichiamo un articolo apparso sabato su Ticino7, allegato a laRegione.

Se ne è parlato fin troppo. Spesso a sproposito. Fa molto ʻlezioni di fisica per principiantiʼ e ha un effetto new age assicurato: è quello per cui un battito d’ali in Brasile può provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Per esempio, in Svizzera.

Meno noto, ma perfino più pericoloso è l’effetto farfalla al dente. Quello per cui un battito di mani a una descrizione di un pacco di pasta può – alla lunga – provocare l’irruzione di un manipolo di stronzi all’interno di un palazzo governativo di un Paese democratico, per esempio, gli Stati Uniti.  Ora, collegare direttamente un pastificio molisano che scambia mattarelli e manganelli con l’ultimo rigurgito trumpiano prima di addormentarsi tutti con lo zio Joe – ricordiamolo, il primo presidente della storia americana che si muove meno delle sue riproduzioni in cera –, sarebbe un esercizio scorretto. Non lo faremo. D’altronde la farfalla brasiliana ce ne mette di tempo prima di mettere a soqquadro la Svizzera. Il giro è piuttosto lungo - quasi quanto ci mette l’acqua a bollire quando la fissiamo - ed è quella la sua forza. Solo che qui l’acqua - torbida - preferiamo non guardarla troppo, per mille motivi. E quando quella si mette a bollire, ormai, è troppo tardi.

Di palle e valanghe

Ma prima di buttarci sulla pasta, cominciamo con un aperitivo dal sapore amaro. Siamo nel 1949, all’Università di Berkeley, negli Stati Uniti, dove si scatenerà l’uragano. La farfalla di questa storia si chiama Rivoluzione bolscevica: anno domini 1917. A Berkeley il professor Ernst Kantorowicz (sotto in un'immagine giovanile), tedesco ed ebreo, insegna storia medievale. Lo fa da ormai dieci anni, quando il Consiglio d’amministrazione dell’Università decide di costringere i professori a firmare una dichiarazione di anticomunismo, pena il licenziamento. Siamo agli albori del maccartismo e della caccia alle streghe, un giuramento di questo tipo ai più sembra una formalità. Non a Kantorowicz, che guiderà la fronda formata da 25 professori che si rifiuteranno di firmare. Non perché fossero comunisti, anzi. La loro idea di libertà intellettuale era tale da farli arrivare a una conclusione magari non immediata, ma molto sensata, per nulla comunista e decisamente più americana di chi voleva estorcergli un giuramento: se si firma quel foglio, poi, cos’altro ci chiederanno? Dove si spingeranno? Avremo a quel punto la forza di dire no? Meglio non far rotolare giù la palla di neve che può diventare valanga, meglio tener ferma quella dannata farfalla. Alla fine non firmarono. E vennero cacciati.

L’uragano finale

Kantorowicz era fuggito dalla Germania nazista nel 1939 dopo aver per un periodo contribuito alla voglia di grandeur del suo Paese con un tomo su Federico II di Svevia imbottito di miti germanici. Oltre a essere uno storico era un reduce di guerra e un nazionalista convinto. Poi arrivò Hitler, che – si dice – tenesse il suo libro sul comodino negli ultimi giorni passati nel bunker berlinese. Il Führer aveva pianificato l’annientamento degli ebrei molto prima delle camere a gas. Li umiliò e li fece odiare dai tedeschi poco a poco, facendo bollire l’acqua lentamente. Erano diventati normali i ghetti, i soprusi, i rastrellamenti. Poco a poco era diventato normale tutto. Come? Facendo rotolare la palla su un piano appena leggermente inclinato, almeno all’inizio. La farfalla del Führer non volava tra gli alberi dell’Amazzonia, ma era creata ad arte in laboratorio. Quell’uragano, lo conosciamo tutti. Si chiama Seconda guerra mondiale, si chiama Soluzione finale. Ed è quello che contribuì a scaraventare uno stimato professore di storia dalla Germania alla California.

ʻNel Continente Nero…ʼ

Negli anni in cui Kantorowicz provava a resistere all’effetto farfalla creato dai nazisti, l’Italia dell’alleato Mussolini giocava al colonialismo, provando ad allargarsi in Africa come avevano fatto altri prima di lui, con risultati migliori di lui. Le imprese italiane in Etiopia e in Eritrea sono tutt’altro che edificanti: massacri, stupri, violenze di ogni genere. Un esercito con le armi da fuoco che spara a chi agita mazze e pietre. In quegli anni sciagurati l’Italia non esportò certo democrazia (all’epoca non si faceva nemmeno finta), ma – tra uno scempio e l’altro – l’orgoglio nazionale: la pasta. Nacquero così formati ispirati alle conquiste coloniali: abissine, tripoline, assabesi… pezzi di passato da infilare ben in fondo alla dispensa della storia, dove avrebbero fatto meglio a rimanere.
Invece il pastificio La Molisana ha tirato fuori non solo la pasta fascista, ma anche toni da Ventennio per pubblicizzarle. Sui pacchi di abissine c’era scritto: “Negli anni Trenta l’Italia celebra la stagione del colonialismo con nuovi formati. E La pasta di semola diventa elemento aggregante? Perché no!”. Insomma, si scambia il massacro di un popolo per un villaggio vacanze. Una spolverata di parmigiano per lavarsi la coscienza e via.


Propaganda di regime ai tempi del colonialismo italiano in Africa (ma c'è poco da ridere)

Butta la pasta! (che arrivano)

Nella descrizione del pacco si legge anche: “Di sicuro sapore littorio, il nome delle abissine all’estero si trasforma in shells, conchiglie”. Sapore littorio? All’indignazione iniziale, in Italia si è riusciti a fare del revisionismo in meno di 24 ore con un coro di “vabbè, alla fine è solo pasta”. Ma no, non è solo pasta. Un giorno ti infiorettano le abissine o le penne fasciste, il giorno dopo trovi l’olio di ricino in tavola, tra il sale e il pepe, e il vino di Mussolini (ah no, quello c’è già) e chissà cos’altro.
Ricordare una dittatura con toni da “Masterchef” è il modo più sbagliato per farla capire e digerire. Soprattutto a chi non ne ha gli strumenti. Boccone dopo boccone si butta giù di tutto, e sulla tavola arrivano ultranazionalisti, cospirazionisti, suprematisti e magari perfino un presidente degli Stati Uniti che li coccola. Uno che sul “Make America Great Again” costruisce il più grosso e chiassoso pentolone di abissine e tripolini del mondo. I più cotti poi si sono riversati, il 6 gennaio scorso, a Capitol Hill.

 

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