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09.02.2021 - 12:050
Aggiornamento : 15:56

Brasile. Surfate l’onda!

Mentre in Europa il Covid-19 continua a far tremare, le spiagge di Rio de Janeiro sono letteralmente prese d’assalto da cacciatori di ben altre onde

Pubblichiamo un articolo apparso sabato su Ticino7, allegato a laRegione.

Qui parliamo di surfisti, appartenenti a ogni ceto sociale e schieramento politico. Senza trascurare la realtà politica del paese, può far bene ricordare che il Brasile non è solo Bolsonaro e una pandemia mal gestita, ma anche luoghi idilliaci, una biodiversità incredibile e 7ʼ000 chilometri di coste, buona parte surfabili. 

Filosofeggiare sul surf in un momento come questo potrebbe sembrare quantomeno frivolo a una prima occhiata non attenta; in realtà, questo microcosmo (che tanto micro non è) può aiutarci a capire meglio il momento storico che sta vivendo in questo periodo il Brasile. Molti brasiliani (tra cui tanti amanti del surf) sperano anche loro nel miracolo americano del “Trump go home”: il 2022 si punta tutto su “Bolsonaro va embora”. Più che ritirarsi in una delle sue mansioni, per il popolo carioca il Presidente dovrebbe proprio sparire. Il surf può essere una metafora per capire una cruda realtà di classe, di meccanismi neoliberali esacerbati che regnano in questo gigante dell’America latina. Ci consente anche di imbarcarci in una riflessione sul modus vivendi scandito dalle leggi del mare. Addentrandosi un po’ nella storia di questo sport, il Brasile nei vari World Tour non ha più nulla da invidiare a Stati Uniti, Sudafrica e Australia. Si tratta di un fenomeno degli ultimi vent’anni. Furono proprio gli americani durante la seconda guerra mondiale a far conoscere gli sport acquatici. Nelle basi navali a Rio de Janeiro gli alleati americani venivano muniti non solo di armi ma anche di tavola da surf, occhialini per nuotare e pinne.


© P. Grano / Gabriel

Il Settimo Continente, tra corpo e mente

Vedendo le spiagge di Recreio, si capisce immediatamente che il surf incarna prima di tutto uno stile di vita. La celebre metafora del “surfare l’onda” risuona così tanto in questi tempi incerti: surfare l’onda, qualsiasi essa sia, è fondamentale. Tanto per noi che per i grandi surfisti diventa una necessità esistenziale. Diceva Jon Kabat-Zinn: “Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a padroneggiare il surf”. Eppure lui non è un surfista, ma un biomedico americano specialista nell’interazione tra corpo e mente. Sebbene la citazione si riferisca alle onde della nostra mente e a come controllarle, vedendo le spiagge della Praia da Macumba piene di surfisti di ogni età, sesso, ceto sociale e credo politico, si potrebbe pensare che Kabat-Zinn sia stato preso alla lettera. Surfare l’onda è diventato per i brasiliani l’evasione da un governo che propaganda il Covid-19 come una leggera influenza, incitando milioni di persone a sottovalutarlo. 
Questo ‘Settimo Continente’ si spiega anche attraverso i percorsi vitali dei surfisti che trovano nel mare le risposte non date dai dirigenti di una società in forte recesso sul suo benessere socio-economico. La serie brasiliana di Netflix “3%” ha il sapore della realtà più che della distopia. Se non si appartiene a quel 3% immune economicamente ai cambiamenti interni di governo e ai suoi continui scandali, sembra difficile sopravvivere in una classe media la cui esistenza era già messa in discussione. Per i surfisti intervistati l’oceano è l’attesa di tempi migliori, la possibilità di fuggire da situazioni complicate, da dipendenze. A volte è semplicemente l’assicurazione di un sorriso. Per uscire dallo stato di povertà in cui versano tanti brasiliani, non abbiamo visto solo le storie di ormai celebri calciatori: ci sono anche quelle dei surfisti. Il mondo del surf è un’industria che offre diverse possibilità di sviluppo personale e lavorativo soprattutto ai più temerari. Ci possiamo chiedere se per realizzare davvero questo sogno occorrano soltanto una tavola da surf e tanta buona volontà. Per rispondere a questo quesito sono necessarie le conversazioni con i residenti di Recreio dos Bandeirantes, località le cui onde sono tra le più apprezzate dai surfisti a livello mondiale. In questa spiaggia troviamo la famiglia allargata del Garoto de surf il cui rappresentante Gabriel Concato, classe 1996, ha un passato da semi-professionista e una competenza che ora mette a disposizione dei suoi allievi. Una storia, la sua, contraddistinta dall’amarezza delle difficoltà economiche, un percorso che gli fa molto onore. A scanso di equivoci, è bene dire che questa è una storia rivolta soprattutto all’élite brasiliana, a meno che non si sia dei veri fuoriclasse con l’ossessione per la caccia all’onda perfetta. Una storia in cui si inserisce comunque anche quella di Gabriel Concato, poco conosciuto al popolo del surf di competizione ma che ci spiegherà cosa gli ha offerto il mare in quest’epoca. Nella sua spiaggia della Macumba assediata anche da professionisti, lui è il re indiscusso perché le sue gesta in acqua rappresentano per tutti forse la vera essenza della filosofia del surf: essere in armonia con la natura. 


© P. Grano / Gabriel

Uno stile di vita

A Recreio (Rio de Janeiro) la storia di Gabriel e quelle dei suoi compagni hanno come denominatore comune la ricerca di una vitalità e di una serenità dello spirito che oggi, nella società di cui sono cittadini, gli sono negate. La spiaggia della Macumba ospita surfisti di tutte le età, donne e uomini che utilizzano ogni tipo di gadget per surfare: alcuni hanno tavole che assomigliano di più a pezzi di legno galleggianti. Gabriel iniziò a surfare all’età di quattro anni a Cabo Frio, nella regione dei laghi a nord di Rio de Janeiro. Surfava su strada. Provenendo da una famiglia umile, sognava le onde dal suo skateboard. Fino al giorno in cui il padre si fece prestare da un amico una tavola da surf e Gabriel poté finalmente assaporare la magia del mare nella piccola località di Geriba. Entrò in mare in modo così naturale da non poter più smettere di farlo. Aveva 8 anni. A dieci anni, senza nessuna lezione alle spalle, iniziò a partecipare a delle competizioni. Il padre sperava nel surf come sostentamento economico per il figlio che purtroppo però all’età di 16 anni dovette smettere. Giocare alla lotteria del mare era diventato un costo troppo elevato per la famiglia. Mentre i figli di genitori appartenenti a quel famoso 3% arrivavano con un comodo fuoristrada e alloggiavano in hotel tra una competizione e l’altra, a lui spettavano lunghi viaggi in autobus e dormite sulla spiaggia. A un certo punto è stata una scelta obbligata dire basta. Fortunatamente la sua storia con il surf continua. Gabriel è ritenuto uno dei migliori insegnanti di Rio. La sua missione è regalare il sorriso ai suoi allievi. Come? Insegnando loro ad avere un rapporto equilibrato con il mare. A questo proposito afferma: “Ho imparato di più nel surf insegnando che competendo, perché mi ha portato a riflettere sul vero senso del surf per me, che è quello di divertirsi, piuttosto che compiere una mossa radicale”. Infatti, continua: “Purtroppo sono tanti i surfisti nell’alta competizione che perdono il rispetto per il mare perché troppo attenti alla manovra, alla tecnica, e non al rapporto di simbiosi con l’oceano e alla considerazione dei loro compagni”. Per Gabriel il primo mandato del surf è quello di divertirsi e non stressarsi mai. Rivendica la filosofia hippy di questa disciplina. Esattamente come si legge nei libri di Bambarén (Il Delfino, Vela Bianca, L’Onda Perfetta), anche nelle parole di Gabriel l’oceano è al primo posto insieme a quella relazione che si crea con esso e che ti fa sentire una minuscola ma integrante parte della natura.
Gabriel rivive il passato e i suoi inizi negli occhi dei suoi allievi, dove l’emozione di “domare il mare” nella prima onda è inspiegabile e insegna anche la consapevolezza della precarietà di quel momento. Il surf è presente nella sua vita in tutti i momenti. Si considera un ragazzo lontano dai parametri consumisti, ci dice che: “Il surf serve a essere calmi, e di questi tempi tale necessità diventa ancora più evidente. Non sappiamo cosa accadrà a breve termine a livello politico. Il Brasile ha una lunga storia di rielezione dei presidenti in carica. Si guarda però alla vittoria di Biden negli Stati Uniti come una speranza per il 2022 in Brasile. Ma ora la pandemia e Bolsonaro sono un mix potente che minaccia la protezione delle persone meno fortunate. Mi piacerebbe poter offrire le mie lezioni ai ragazzini delle favelas. Purtroppo lavorare in sicurezza non è facile. Troveremo il modo…”, conclude fiducioso. Questo giovane ragazzo è emanazione di una classe sociale medio-bassa che spera di aiutare altri a uscire dalle favelas. Ci parla dalla sua umile casa di trenta metri quadrati dove vive con la sua ragazza e il padre. Padre e figlio hanno una relazione speciale. Anche per il padre il surf è stato fondamentale. E anche per il padre, il surf è fondamentale per lo sviluppo sociale. Con il surf spera che il figlio possa insegnare a nuotare ai ragazzini meno fortunati che spesso si avventurano in mare senza esserne capaci. Ci dice: “Molte volte questi bagni al mare diventano letali. La nostra costa è pericolosa per chi non sa leggere le onde”. 


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Abbattere i generi

Per quanto il mare sia di tutti, saperlo affrontare – o meglio avere la possibilità d'imparare a farlo – è cosa dell’élite. Secondo il padre di Gabriel: “Anche il mondo del surf riproduce la società brasiliana. In mare abbiamo chi è pro-Bolsonaro e chi è contro: è un altro specchio della realtà. Chi affronta il surf col suo status di consumista appartiene spesso alla prima categoria, mentre gli altri vogliono solo surfare l’onda e lasciare i loro problemi a riva”. Questo è il caso anche della ragazza di Gabriel, Edoarda, che afferma che per lei il surf non è solo un modo per connettersi con la natura ma anche una maniera per lavorare sull’uguaglianza di genere. Ci dice: “Ancora troppo spesso mi sento ‘oggettificata’ quando sono sulla tavola in bikini. Per molti surfisti, il surf è riservato agli uomini. Pensano che lo pratichiamo solo per attirare l’attenzione. Continuare a esercitare questo sport ci permette di fare un passo avanti nella lotta per dimostrare l’uguaglianza di genere”. È della stessa opinione Anna Luiza, un’allieva di Gabriel che afferma: “Ci sono ancora troppi surfisti che ci vedono come un ingombro, mentre la verità è che di donne che surfano ce ne sono sempre di più e hanno uno stile più armonico di molti surfisti uomini”. Quello che mette tutti e quattro d’accordo è la consapevolezza che dall’inizio della loro avventura col surf il mare è stato per loro una cura. E proprio non capiscono la decisione del governo di aver aperto i negozi prima delle spiagge. Specificando però che riconoscono l’importanza di aprirle solo per praticare sport mantenendo le distanze. Purtroppo nel weekend le spiagge sono già prese d’assalto come se il Covid non esistesse. 
Ritornando a lui, dopo essersi bloccato per mesi a causa del divieto di utilizzare le spiagge, Gabriel ha ora reiniziato a dare le lezioni, ma con meno allievi. Ci dice che ha continuato a surfare perché chiuso in casa stava dando di matto. Anche il padre, parte del gruppo più a rischio, sta surfando. Ci raccontano che entrambi hanno sofferto molto durante il lockdown, che surfare è per loro un modo di tenere il sistema immunitario efficace. Ciò non vuol dire che siano negazionisti. Si svegliano alle cinque del mattino, attraversano la strada e voilà: le onde ad attenderli. 
Parlando con Gabriel e la sua famiglia allargata ci siamo fatti l’idea che rappresentino un’immagine di resilienza e una voce di dissenso rispetto alle scelte di un governo ottuso. Non si sono rassegnati a fermare del tutto la loro vita: hanno creato un protocollo di sicurezza e hanno continuato - per quanto possibile - a concedersi le onde. Scelte anche criticabili ma complesse da giudicare nel contesto in cui vivono. 


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