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l’interno dell’Eastern State Penitentiary, oggi museo. È diventato un modello per l’architettura a raggio delle strutture carcerarie (e.b.)
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09.01.2021 - 11:350

Trump, il boia federale e le carceri strapiene

L’ultima volta accadde in America quando in Europa non era ancora stata inaugurata la torre Eiffel e stava per nascere Adolf Hitler. Gennaio 1889.

L’ultima volta accadde qui in America quando in Europa non era ancora stata inaugurata la torre Eiffel e stava per nascere Adolf Hitler. Gennaio 1889. Un presidente degli Stati Uniti – all’epoca Glover Cleveland – autorizzò una condanna a morte federale dopo aver perso le elezioni. È accaduto ancora. Con Donald Trump. Il presidente uscente ha deciso di armare abbondantemente la mano del boia federale, inanellando una serie di tragici record negativi. Le esecuzioni a livello nazionale – dieci dal luglio scorso – non avvenivano da 17 anni. Ma nel periodo di “transizione” alla Casa Bianca – poche settimane prima dell’arrivo di un nuovo presidente – nessun detenuto negli ultimi 132 anni è stato giustiziato. E ancora, Trump è il Commander-in-chief che ha autorizzato il maggior numero di esecuzioni dagli Anni Cinquanta. Compresa quella di Brandon Bernard, 40 anni, il più giovane dalla fine della Seconda guerra mondiale, messo a morte per aver partecipato con una gang all’omicidio di una coppia di giovani in Texas.

Sorella Helen

“Brandon era calmo e controllato. Credo che abbia lavorato molto sul suo senso del dispiacere per quanto accaduto alle due vittime”. Così mi ha detto Sister Helen Prejean, 81 anni, la “suora più famosa d’America”, conosciuta in tutto il mondo per la sua lotta contro la pena di morte. Lo scorso 12 dicembre ha parlato con Brandon

pochi minuti prima che gli venisse iniettato il cocktail letale di barbiturici in un carcere federale dell’Indiana. “Non è come assistere un malato terminale in un letto di ospedale, con la vita che si spegne. No, in questo caso Brandon era lì, presente e nel pieno delle sue forze. Poco dopo era già morto. È davvero impossibile da comprendere” mi ha detto ancora suor Helen nel corso della nostra lunga conversazione telefonica. In oltre trent’anni, ha accompagnato spiritualmente alla morte – ma anche fisicamente nella stanza delle esecuzioni - diversi condannati. Dal suo libro “Dead Man Walking” del 1993 venne tratto un film che vinse l’Oscar.

Dead Man Walking

Anche Ndume Olatushani è stato un “morto che cammina”. Per ben 20 anni, trascorsi in attesa di essere giustiziato. Dentro il braccio della morte, in Tennessee, ha lasciato una parte della sua vita. Entrato quando aveva 26 anni, ci ha trascorso il fiore della sua esistenza. Quattro lustri. Poi altri 8 anni in prigione in attesa di tornare finalmente libero. L’omicidio per cui una giuria di bianchi aveva condannato questo afroamericano non l’aveva commesso lui. “Ero pieno di vita dentro il braccio della morte” mi raccontò Ndume durante un incontro tre anni fa a New York, a margine di una mostra promossa dal vignettista svizzero-libanese Patrick Chappatte. In una cella di due metri per tre aveva imparato a disegnare e dipingere. Non ha mai perso la speranza. Nel mio caso, mi disse, “non è stato un errore giudiziario, perché i giurati sapevano benissimo quello che mi stavano facendo”. Una battaglia non solo legale, ma contro la discriminazione razziale tuttora presente nel sistema della giustizia americana.

È una delle istituzioni dove secondo Ndume “si vedono chiaramente le conseguenze del razzismo”. Un sistema che gli ha letteralmente rubato 28 anni di vita. Un sistema di incarcerazione di massa senza eguali a livello globale: qui negli Stati Uniti oltre 2,2 milioni di persone sono rinchiuse in una prigione statale o federale.

Dai banchi alla cella

Gli affari sporchi non sono solo quelli della criminalità. Ma anche di chi ci specula sopra. Cioè di chi gestisce le carceri private e investe sui possibili “clienti” e sul margine di guadagno derivante da quanti finiranno dietro le sbarre. “Dobbiamo smettere di costruire prigioni in relazione diretta con i risultati scolastici dei ragazzini di 14 anni. Ecco cosa stiamo facendo”. Così mi aveva detto Cynthia Roseberry, responsabile del programma di “clemenza” dell’amministrazione Obama. Finire in carcere – in certi ghetti delle grandi metropoli – assume gli assurdi contorni di una “predestinazione”: “È scritto nel tuo codice postale”, aggiunge Roseberry. Se sei maschio, giovane e nero, diventa quasi impossibile sfuggire a questa logica. Che è tuttora in vigore: un’inchiesta del Tampa Bay Times ha smascherato lo sceriffo della contea di Pasco in Florida. Usava i brutti voti e le denunce di abusi per stilare una lista segreta di ragazzini delle scuole medie considerati “possibili futuri criminali”.

Milioni dietro le sbarre

Esseri umani poi degradati a statistiche sul tasso di popolazione carceraria. A tutt’altra latitudine, nel cortile dell’Eastern State Penitentiary di Philadelphia, avevo visto la rappresentazione plastica di queste statistiche. Cioè di queste vite rinchiuse. Una specie di scultura nel cortile circondato da alte mura. “Si chiama il grande diagramma”, mi aveva spiegato Annie Anderson, ricercatrice dell’ente che gestisce lo storico penitenziario fondato dai Quaccheri, del quale fu entusiasta Alexis de Tocqueville durante la sua visita nel 1831, al punto da raccomandare l’idea dell’isolamento dei detenuti confinati in una struttura a raggio (ecco perché il carcere di San Vittore a Milano mutuò la stessa architettura).


l’installazione nell’ex carcere di Philadelphia mostra la crescita del numero di detenuti in USA. Col 5% della popolazione mondiale, l’America ha il 25% dei carcerati. (e.b.)

Quel plastico collocato nel cortile indica il tasso di incarcerazione negli Stati Uniti. Con un picco nell’ultimo decennio: 730 detenuti ogni centomila abitanti. Esattamente dieci volte quanto la Svizzera. Il numero di condannati a morte, per fortuna, è una percentuale minima dei detenuti in USA: oggi sono oltre 2’553. Il Covid però dalla scorsa estate ha fermato le esecuzioni nei singoli Stati, già in costante e massiccio calo negli ultimi anni. Ma il coronavirus non ha bloccato quelle a livello federale, dove anzi c’è stata la volata finale di Trump negli ultimi mesi del suo mandato. Sono stati messi a morte più detenuti con lui che con gli ultimi 10 presidenti americani. La prossima esecuzione, martedi 12 gennaio (a meno di un intervento
last minute di un tribunale). Sarà uccisa una donna. Anche in questo caso, del tutto inusuale. Non accadeva da 67 anni.

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