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28.11.2020 - 14:500
Aggiornamento : 01.12.2020 - 11:56

Scivolando (e non solo) con Mattia Fogliani

Se amate la libertà e gli sport invernali, ma non avete la più pallide idea di cosa sia lo splitboard, questo contributo potrebbe interessarvi...

Pubblichiamo un articolo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Classe 1980, è cresciuto tra le montagne di casa nostra e fin da piccolo si è appassionato agli sport outdoor. Dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera, è tornato nella quiete delle valli ticinesi, per coltivare le sue passioni e il legame innato con la montagna e la natura. Precursore e punto di riferimento in Ticino dello splitboard – evoluzione dello sciescursionismo e dello snowboard –, oltre alla pratica sportiva porta avanti progetti artistici che creano e rafforzano la consapevolezza ambientale, con un approccio più sostenibile per gli sport praticati all’aria aperta.

“Lo splitboard è una conseguenza di quello che ho fatto fin da piccolo. Ho imparato prima a sciare, poi a scendere con lo snowboard, principalmente nella neve fresca. Non ho mai frequentato le grandi stazioni di risalita. Ricordo da piccolo, quando andavo con mio padre in Val Pontirone, sopra Biasca, inforcando una vecchia motoslitta, per poi scendere con gli sci a valle. C’è sempre stato questo rapporto con le montagne di casa, con il fuoripista”. 
Così esordisce Mattia Fogliani, che incontriamo nel suo negozio ad Arbedo, luogo di riferimento in Ticino per gli appassionati di splitboard. Mattia racconta delle sue prime esperienze sulla neve in montagna, con occhi lucidi, come se stesse proiettando a ritroso quei momenti, le emozioni sono ancora vivide e forti nelle sue parole. “Poi cresci, frequenti i vari sci club, pratichi sci e snowboard come una vera disciplina e lo fai nelle stazioni di sci. Però hai sempre quest’ottica più legata alla montagna, almeno, per me è sempre stato così. Nello snowboard c’è la variante freeride, che significa salire con le ciaspole, fino a scoprire poi lo split. L’ho seguito fin da subito, ancora prima che si sentisse parlare di questa nuovo sport in Svizzera e in Ticino”.
Facendo un passo indietro negli anni per contestualizzare questa pratica, lo splitboard è uno snowboard che può essere separato e trasformato in due sci e con l’applicazione delle “pelli di foca” è possibile risalire le pendici delle montagne innevate come nello sci-alpinismo. Una volta raggiunta la cima, si collegano i due sci e si può godere della discesa nella neve fresca cavalcando la propria tavola. La cultura dello splitboard si concentra proprio sull’idea di usare la propria forza per raggiungere picchi e pendii immacolati, che altrimenti non potrebbero essere raggiunti. La prima patente registrata per l’idea di questa tavola tagliata in due parti sembra arrivi da Bologna, per poi svilupparsi e migliorarsi negli anni Novanta negli Stati Uniti e conquistare il mondo dal 2005 in poi.
“Le prime tavole ce le tagliavamo da noi, ordinavamo i pezzi oltre oceano per modificare gli attacchi, et voilà, poi è arrivato il boom come disciplina e siamo cresciuti così” , sorride Mattia, raccontandoci le sue intuizioni sportive che, con quelle di tanti altri, sapevano anticipare una grande nuova tendenza sportiva. “Si tratta di 12 anni fa, quando si cominciava a sentir parlare di questa disciplina. Non c’era ancora nessuno che produceva queste tavole e per noi era quindi una risposta logica tagliare una tavola e modificare gli attacchi. In Ticino questa disciplina ha avuto una crescita costante ed è conosciuta da circa una decina di anni”.


© Luca Crivelli / unforgettableworld.com

La libertà ai piedi

Nel freeride – lo dice già la parola stessa –, ti senti più libero, ti senti più creativo. Hai la libertà della disciplina e puoi creare il tuo punto di vista. All’inizio lo snowboard era più legato al freestyle, ai park e alle stazioni di sci. “Per me invece è stato proprio un ritorno alla montagna, perché è una disciplina che si pratica lì e alla base c’è questa voglia di andarci, sudare, scoprire, salire e ritrovare sé stessi. Non si apprezza solo la disciplina che si pratica, ma tutta l’atmosfera che vi sta attorno. Questa è la differenza tra chi si dedica alla disciplina fine a sé stessa compiendo un gesto tecnico, sempre di nuovo per migliorarsi, e chi invece ne fa uno stile di vita e crea un vero e proprio rapporto con la montagna e la natura che ci circonda”. La pratica sportiva non è quindi solo una disciplina fine a sé stessa, ma un mezzo per vivere la montagna: “È un po’ come nel surf che c’è un rapporto con il mare, ed è primario. Se tu vai a surfare, è uno sport difficile e prima che riesci a farlo ci vuole molto tempo, è un lungo processo, stare in acqua e capire il mare, per poi riuscire a stare trenta secondi sulla tavola. Se ti concentri solo su quei trenta secondi sulla tavola smetti subito e mi dici ‘voi siete pazzi’. Ti deve piacere tutto quello che c’è attorno, poi certo, il culmine, l’appagamento, la ciliegina sulla torta, è il fatto di riuscire a prenderti l’onda e di surfarla. E con lo split è lo stesso rapporto, questa è un po’ la mia visione. Lo stesso tipo di rapporto tra montagna e mare. Si deve leggere la montagna come si deve leggere il mare prima di salire sulla tavola da surf. In realtà c’è un po’ un ritorno, lo snowboard nasce come surf da neve, e con lo splitboard questa cosa viene accentuata. Ci sono dei forti legami tra le due discipline che si praticano in mare e in montagna. Per esempio, al mare noi stiamo sempre a studiare il bollettino delle onde, dobbiamo capire dove arriveranno, come sarà la corrente, il vento e poi devi remare un sacco per trovarti nel punto giusto al momento giusto per fare il surf. Con lo split in montagna succede la stessa cosa, devi imparare a conoscere l’ambiente, cercare di capirlo e cercare di prevederlo. Guardo i bollettini neve, dove ha nevicato di più, dove sono i pericoli di valanghe, dove c’è la linea migliore, poi devo far fatica perché si cammina un sacco di ore, per poi provare quei pochi minuti di appagamento che avevi sognato”.


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Ricordiamoci della natura

“Certo, l’arte è una mia passione da sempre. Ma non mi sono mai davvero ritrovato nel mondo dell’arte fine a sé stesso. Nonostante io non sia un artista puro, dopo i miei studi all’Accademia di Brera, il mio percorso artistico rimane un aspetto fondamentale nella mia attività quotidiana. Mi permette di avere una visione personale più creativa, di riflettere sulle cose, cercare una simbologia legata allo sport e lavorare sui concetti. Un esempio è il collettivo Alpsea che nel frattempo si è trasformato – mi piace dirlo – in una sorta di laboratorio, un atelier creativo che ha alla base l’idea di creare dei progetti che hanno una relazione tra le attività outdoor che facciamo e una consapevolezza ambientale, un approccio sostenibile tra lo sport e i progetti artistici. Una sorta di trittico tra oudoor, consapevolezza ambientale e una visione artistica”.
Un fil rouge quello tra mare e montagna, tra surf e splitboard, che si ritrova appunto poi nel video che avete creato From the Alps to the Sea, dove volete mostrare una consapevolezza ambientale, attraverso il viaggio di un rifiuto, come i picchi più alti delle montagne siano poi legati da un lungo viaggio fino al livello del mare. Un legame intrinseco che regola la natura e il mondo in cui viviamo: “La nostra vuole essere una riflessione su quello che facciamo, magari con una chiave più artistica, con una visione più personale”.


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