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10.10.2020 - 14:500

Una tazzina con Jean-Claude Luvini

Importa caffè certificati provenienti principalmente dall’Uganda. Prodotti molto richiesti, soprattutto da chi crede nell'economia equo-solidale.

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

La Masaba Coffee di Jean-Claude Luvini ha sede a Savosa e si occupa di commerciare in Ticino e nel resto della Svizzera caffè certificato con il marchio Swiss Fair Trade proveniente principalmente dall’Uganda. I suoi prodotti sono molto richiesti soprattutto dalla nuova generazione di ristoratori sensibili alle piccole realtà equo-solidali con un forte legame col territorio. Altri clienti tra cui è grande l’interesse sono carrozzerie, banche, studi, fiduciarie, redazioni giornalistiche, scuole: un variegato universo che Jean-Claude frequenta nel suo quotidiano lavoro ‘on the road’. Partecipa anche a mercatini, proiezioni, festival e organizza i Café Philo, grazie ai quali torna in contatto diretto col suo antico ‘amore per la sapienza’.

“Bevo un sacco di caffè prima di dormire, mi accelera i sogni”, dice Steven Wright a Roberto Benigni in Coffee and Cigarettes. La conversazione che ho con Jean-Claude Luvini, fondatore e titolare dell’azienda Masaba Coffee, è meno surreale rispetto ai dialoghi del film di Jim Jarmusch, ma pure noi seduti davanti a una tazzina fragrante parliamo di caffè e di sogni che avanzano in fretta. Quella che mi racconta è una storia che ha le modulazioni della marea per come è costellata di approdi, incontri e ritorni alle origini: “Sono nato in Sud Africa dove mio papà, che è di Pura, negli anni Settanta lavorava come disegnatore di macchine. Dall’asilo in poi sono cresciuto in Malcantone, trascorrendo le estati dalla famiglia di mia mamma a Johannesburg. Dopo la laurea in filosofia e un master in cooperazione allo sviluppo, ho trovato impiego nelle risorse umane presso due grandi imprese, ma il mio desiderio era quello di lavorare con l’Africa”. La svolta arriva inaspettata nel 2010 grazie alla locandina di un safari in Uganda. “Sono partito come turista e ho conosciuto l’Associazione cooperazione Ticino-Uganda attiva dagli anni 80 nell’ambito sanitario e sociale, entrando poi in contatto con Luigi Gianinazzi che aveva creato un progetto per salvare una cooperativa di coltivatori di caffè in difficoltà. Grazie a lui, nei dintorni del vulcano Elgon – da cui hanno origine le sorgenti del Nilo e che gli abitanti chiamano Masaba, che significa padre ancestrale – oltre 7’000 contadini hanno iniziato a produrre un caffè molto pregiato che è tornato sul mercato locale. Dal canto mio mi sono appassionato alla vicenda e ho deciso di lasciare il mio lavoro per diventare un piccolo imprenditore e far conoscere questo caffè anche in Ticino”.


© Ti-Press / Pablo Gianinazzi

Filiera responsabile

L’obiettivo del progetto fin dall’inizio è stato formare i contadini affinché potessero coltivare nel migliore dei modi il caffè, con la promozione anche di colture miste per ampliare le loro fonti di reddito: “Il caffè cresce all’ombra dei banani e al contempo queste piante permettono di coprire i periodi in cui non si fa la raccolta. Lo scopo è favorire al massimo l’autonomia e l’indipendenza dei lavoratori”. Uno spirito di responsabilità sociale che Jean-Claude ha portato anche nella sua attività in Svizzera. “Quando ho iniziato ero da solo in uno scantinato, oggi nel nostro team siamo in 6 e ognuno è un tassello essenziale; c’è chi viene dalla disoccupazione, chi era al beneficio dell’assicurazione invalidità: per me è stato naturale incrociare la strada di persone che tentavano il reinserimento professionale”. E il suo impegno non si esaurisce qui: “Da poco abbiamo creato la Masaba Foundation, una nuova linea nata dalla volontà di tostare artigianalmente il caffè in collaborazione con due fondazioni svizzere che impiegano persone con disabilità”. Si tratta di una prima a livello nazionale: “Tostare i chicchi, pesarli, saldare i pacchetti, etichettarli: tutto viene fatto a mano dagli utenti. Questo è previsto anche in Ticino grazie alla Fondazione Diamante”.

Intorno a una tazzina

Oltre all’aspetto fair trade, la cura per la qualità del prodotto è l’altro caposaldo del marchio. “Per un caffè ci vogliono circa 70 chicchi, vuol dire che il contadino ha raccolto 35 ciliegie, le ha spolpate, lavate, asciugate, selezionate. Poi c’è il trasporto, la tostatura, la conservazione. È una catena forte come il suo anello più debole; è impossibile avere il controllo totale, ma facciamo del nostro meglio perché ogni tazzina sia eccellente”. Per venire incontro alle diverse preferenze c’è un ventaglio di scelte: “Con la varietà più robusta ci avviciniamo al gusto dell’espresso intenso e cremoso da bar, però guardiamo pure a chi ama i 100% arabica tostati chiari, che mantengono maggiormente la propria identità, le note aromatiche. C’è tutto un universo in evoluzione – spiega Jean-Claude –, alle fiere si trovano caffè prodotti in ogni modo, macchine che paiono Harley Davidson, design particolari. Io non sono un freak del caffè – ride –, preferisco la semplicità. Ultimamente però noto una tendenza generale a tornare alla ritualità dei gesti: dopo il successo delle capsule, in tanti cercano di nuovo la moka da riempire e avvitare, il gorgoglìo, il profumo che occupa gli spazi, l’aspetto cerimoniale. In fondo il caffè nella nostra cultura ha da secoli una funzione di connettore: collega Paesi lontani, ci connette con noi stessi (per quelli che ‘la vita inizia solo dopo il caffè’), con familiari, amici, colleghi e perfino con gli sconosciuti facendosi oggetto di un gesto di cortesia e ospitalità. È una chiave di entrata in molti mondi, insomma”.

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