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Fotografia © Ti-Press / Alessandro Crinari
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12.09.2020 - 11:300

L'antica arte di Sarayu Mix

Muay thai, thai boxe, boxe o pugilato thailandese. Chiamatela come volete, ma sappiate che non è una pratica per gente che si mena tanto per fare...

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

È nato in Thailandia nel 1984 e si è trasferito in Ticino all'età di undici anni. Dopo il diploma al Centro Scolastico per le Industrie Artistiche (Csia), ha iniziato a lavorare come visual merchandiser/decoratore espositivo, professione che svolge tuttora. La maggior parte del suo tempo libero la dedica alla Thai Boxing Bellinzona, società sorta nel 1999 di cui è stato fondatore e dove insegna. Le radici di questa arte marziale risalgono a molti secoli fa: il suo più famoso manuale, ‘Chuppasari’, fu redatto nel 1350. In Thailandia, il cui nome significa ‘terra degli uomini liberi’, tale disciplina veniva impiegata dall'esercito come arma di difesa ed è anche grazie a essa che il suo popolo è diventato indipendente.

Ad Arbedo, su una tranquilla via residenziale costeggiata da alte conifere, si trova uno stabile in mattoni bianchi, lamiera e vetri. L’aspetto è modesto, ma varcate le porte si accede a un piccolo universo inaspettato dove bandiere provenienti da ogni angolo del mondo sovrastano un ring. Si tratta della palestra della Thai Boxing Bellinzona (Tbb), aperta 10 anni fa da Sarayu Mix, maestro di boxe thailandese. “Detta anche muay thai in lingua originale o thai boxe in inglese – spiega –, è un’arte marziale che contempla l’uso di pugni, calci, gomitate e ginocchiate ed è patrimonio culturale e sport nazionale della Thailandia”. L’amore per la disciplina gli è stato trasmesso quando era piccolo dal nonno, nonché suo maestro. Nonostante sia poi approdato su un altro continente, la tradizione non è andata persa e anzi ha germogliato su un nuovo terreno: “Quando sono arrivato in Ticino, a 11 anni, c’era poco in questo ambito. Ho iniziato a fare judo a Bellinzona e nel frattempo il mio insegnante mi ha dato la possibilità di allenarmi anche nella muay thai. Andando avanti abbiamo deciso di aprire un’associazione, la Tbb, con l’aiuto tra gli altri di Jimmy Caminada che insegna nel Luganese. Dopo il cambio di diverse sedi, è arrivato il trasferimento ad Arbedo”.

Uno sport inclusivo

Se l’immaginario di riferimento è Mortal Kombat, il motto della palestra – ‘Muay thai: se posso io puoi anche tu’ – induce a rivederlo. “Prendiamo parte a diverse gare con gli agonisti, ma la Tbb è molto altro: ci sono varie categorie dai bambini ai principianti, dagli intermedi agli avanzati, dove ognuno può trovare il proprio spazio. Siamo aperti a tutti, indipendentemente da età, sesso, origine, preparazione fisica: non bisogna avere paura di avvicinarsi, qui non si incontrano brutti musi e a regnare è il sorriso”. Ciò di cui il maestro va più fiero è proprio l’ambiente. “Molti pensano che la soddisfazione maggiore sia quando un atleta vince, ma la coppa poi rimane su uno scaffale a prendere polvere – ride –; la cosa più preziosa è il rapporto umano, il percorso dietro al trofeo. Sono orgoglioso di aver costruito nel mio piccolo un posto familiare, amichevole, dove nonostante la fatica si passa del tempo insieme in modo spensierato”. Parole che suonano come un KO a chi pensa si impari la violenza: “È una disciplina molto legata alla filosofia buddista, non si insegna semplicemente a colpire, ma anche il rispetto per il prossimo, per uno spazio, per le emozioni. Organizziamo dei ritiri sportivi in cui la condivisione è il concetto attorno a cui ruota tutto”. Durante i weekend estivi, ad esempio, la palestra si trasforma in un vero e proprio camp d’allenamento sul modello di quelli thailandesi: “Ci si allena due volte al giorno, si mangia cibo thai, si pernotta nei dormitori. Gli atleti arrivano anche da lontano – Venezia, Roma, Calabria – per passare due giorni di immersione in questa piccola Thailandia locale”.

L’arte dello scambio

La Thailandia, quella vera, resta comunque un luogo dell’anima: “Cerco di tornare almeno una volta o due all’anno. Là c’è una parte della mia famiglia e l’eccellenza della muay thai”. Grazie alla sua capacità di intessere rapporti, le sue radici culturali continuano però a essere ben nutrite pure qui. “Nella Svizzera italiana è attiva una piccola comunità thailandese. Abbiamo l’associazione buddista Wat thai Ticino con sede al tempio di Quartino, punto di riferimento spirituale e filosofico dove tra l’altro alcuni nostri atleti frequentano dei corsi di meditazione; dal canto nostro talvolta ospitiamo in palestra cerimonie dei monaci buddisti. E poi c’è l’associazione Thai di Lugano, con cui collaboriamo proponendo delle esibizioni da affiancare a spettacoli e cene con pietanze tipiche i cui scopi sono l’incontro e la conoscenza reciproca”. Un tempo tutto questo non c’era, e il primo impatto con la Svizzera per Sarayu non è stato facile: “Non sapevo una parola di italiano ed era tutto nuovo. Però ho avuto la grande fortuna di incontrare un gruppo di ragazzi ticinesi che ancora oggi sono miei grandissimi amici, persone che mi hanno aiutato e accompagnato nel mio percorso di integrazione. Sono quasi certo che se avessi trovato una compagnia sbagliata ora non sarei a questo punto”. L’accoglienza e la possibilità di sviluppare un senso di appartenenza hanno fatto la differenza per Sarayu; un insegnamento che trasmette con impegno e passione in quella che è un’autentica scuola di vita, in prima linea nell’abbattere barriere sportive, geografiche e mentali.

 

Fotografia © Ti-Press / Alessandro Crinari
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